La tragica Mauthausen di Giovanni Tagliavini

di Claudio D’AGUANNO

Dopo l’8 settembre 1943 su Roma cala il piombo dell’occupazione nazista. Nel territorio della “città aperta” si applicano le leggi di guerra del Terzo Reich condivise e, in molti casi, aggravate dallo zelo dei fascisti repubblichini. Un primo atto ignobile, che segna l’avvio di questa fase particolarmente dura della nostra storia, è il rastrellamento del ghetto del 16 ottobre che porterà alla deportazione di 1023 persone, tra cui 689 donne e 207 bambini. Soltanto 16 di loro sarebbero sopravvissuti allo sterminio (15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino, nessun bambino).
Altrettanto terribile sarà la rappresaglia che alle Fosse Ardeatine vide il massacro di 335 civili e militari italiani, fucilati a Roma il 24 marzo 1944 come risposta all’azione partigiana condotta dai Gap il giorno prima in via Rasella.
Tra queste due date e ancora fino alla liberazione della città, che avverrà il 4 giugno, non mancheranno episodi tragici, non tutti noti alla memoria collettiva.
Uno di questi è l’operazione che tra la fine del ‘43 e l’epifania dell’anno successivo portò all’arresto e poi alla deportazione di centinaia di oppositori del regime. E’ forse questa la prima azione nella fase della guerra civile, sganciata in parte da presupposti razziali, dove l’obiettivo sono soprattutto oppositori “politici” e dove c’è un ruolo guida esercitato da italiani contro italiani. Ed è questa l’occasione che vede coinvolti diversi sovversivi dei nostri quartieri tra cui Giovanni Tagliavini di Tor Marancia.
La ricostruzione della vicenda nota come “il treno degli Italiani” o più crudamente “trasporto del 4 gennaio ’44 per Mauthausen”
è merito di Eugenio Iafrate, che alle storie di quel giorno lontano ha dedicato le sue ricerche. “Non è stato facile –ha più volte raccontato l’autore del libro Elementi Indesiderabili- ricostruire quei fatti.
Furono almeno 330 i rastrellati del 23 dicembre. Prelevati alla vigilia di Natale dalle loro case da agenti di pubblica sicurezza italiana, rinchiusi nel carcere di Regina Coeli, tradotti sui vagoni blindati e accompagnati fino al Konzentrazionlager di Mauthausen.
E’ questo un atto di collaborazionismo attivo dove italiani deportano altri italiani per consegnarli ai nazisti e a un destino di quasi sicura morte.”
Grigia e fredda la prosa del mattinale del 5 gennaio 1944, inviato dalla Questura di Roma al Comando di Forze di Polizia e alla Direzione Generale Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, dove tutta l’operazione viene sintetizzata in questo modo: “ …Alle ore 20,40 di ieri dallo Scalo Tiburtino è partito treno numero 64155 diretto a Innsbruck con a bordo n° 292 individui, rastrellati tra elementi indesiderabili, i quali, ripartiti in dieci vetture, sono stati muniti di viveri per sette giorni.
Il treno sarà scortato fino al Brennero da 20 Agenti di Pubblica Sicurezza ed a destinazione da un Maresciallo e 4 militari della Polizia Germanica. Durante le ultime 24 ore sono stati rastrellati dalla locale Questura, a scopo preventivo, n 162 persone”.
E’ in quella definizione di “elementi indesiderabili” che per Iafrate si concentra il senso dell’intera operazione: “Questo treno –
sottolinea- è molto strano nella scelta dei suoi componenti.
La lista fu fatta e rifatta dalla Questura di Roma e guarda caso i nomi conosciuti o sono di Bandiera Rossa, oppure anarchici, dissidenti del PC clandestino di allora oltre quelli che chiamo ‘ragazzacci’ cioè ribelli noti per la loro insofferenza al regime. Giovanni Tagliavini era, molto probabilmente, uno di questi ribelli di Bandiera Rossa, un gruppo eretico di comunisti molto attivo nelle borgate e presente a Tor Marancia, nelle baracche di Shangai, con decine di aderenti.”
Poche le tracce lasciate dal passaggio di Tagliavini a Regina Coeli in gran parte andate perse nell’incendio che durante la rivolta
del 1973 distrusse la matricola del carcere. Da alcuni registri s’è salvato il foglio del registro che riporta: “Tagliavini Giovanni nato
a Roma il 24.6.1896 figlio di fu Gioacchino e di fu Morelli Maria, domiciliato a Tormarancio padiglione 200, manovale, coniugato
con Macchioni Amedea e 8 figli.
Arrestato il 23.12.1943 da agenti Questura Squadra Mobile entrato a Regina Coeli il 27.12.1943 matr.n.13851 per disposizione Questura Squadra Mobile. Il 4.1.1944 rilascio.”
Così il crudo linguaggio burocratico che parla di “rilascio” e non di deportazione, avvio al campo, inizio d’un percorso che lo porterà alla morte. Il destino di Giovanni è condiviso inizialmente da 330 uomini. Qualcuno riuscirà ad evadere durante il trasporto ma in 257 arriveranno a Dachau il 7 gennaio
Tagliavini vi rimarrà senza matricola sino all’11 gennaio per poi ripartire per Mauthausen.
Il 13 gennaio 1944 viene immatricolato al KL Mauthausen con il n.42205 triangolo rosso, schedato prigioniero politico, con mestiere dichiarato quello di pittore.
Trasferito nel sottocampo di Gusen intorno al marzo 1944 non farà in tempo a vedere la liberazione.
Morirà a Gusen il 2 febbraio 1945 tre mesi prima dell’arrivo della 3° armata comandata da Patton.
A Giovanni Tagliavini il 15 gennaio è stata dedicata una “pietra d’inciampo” posta sul marciapiede di via Annio Felice.

Giovanni Tagliavi e Scheda Matricolare del carcere
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