Giovannino, il babbo e la gru

Un racconto di Natale della scrittrice Maria Jatosti
Come per il Natale del 2008, anche quest’anno la scrittrice e poeta Maria Jatosti, nostra concittadina per tutti gli anni della sua giovinezza, ha voluto dedicare al nostro giornale un racconto scritto appositamente per Cara Garbatella. E’ una piccola opera intrisa di partecipazione, che rivela il profondo impegno sociale che ha ispirato tutta la sua vita. Il primo romanzo, “Il confinato”, Maria lo dedicò al padre, maestro elementare, spedito al confino con la famiglia per il suo antifascismo. Seguirono altri romanzi, “Tutto d’un  fiato”, “Matrioska”, un libro di filastrocche per bambini, testi teatrali e molte raccolte di poesie. Ha appena finito di scrivere un altro romanzo, che presto verrà pubblicato. E’ molto impegnata nell’organizzazione di manifestazioni culturali ed è un’apprezzatissima traduttrice di opere straniere. (C.B.)

Giovannino, il babbo e la gru …..

Un racconto di Natale della scrittrice Maria Jatosti
Come per il Natale del 2008, anche quest’anno la scrittrice e poeta Maria Jatosti, nostra concittadina per tutti gli anni della sua giovinezza, ha voluto dedicare al nostro giornale un racconto scritto appositamente per Cara Garbatella. E’ una piccola opera intrisa di partecipazione, che rivela il profondo impegno sociale che ha ispirato tutta la sua vita. Il primo romanzo, “Il confinato”, Maria lo dedicò al padre, maestro elementare, spedito al confino con la famiglia per il suo antifascismo. Seguirono altri romanzi, “Tutto d’un  fiato”, “Matrioska”, un libro di filastrocche per bambini, testi teatrali e molte raccolte di poesie. Ha appena finito di scrivere un altro romanzo, che presto verrà pubblicato. E’ molto impegnata nell’organizzazione di manifestazioni culturali ed è un’apprezzatissima traduttrice di opere straniere. (C.B.)

Mamma che ci sarà sotto l’albero quest’anno?
Nulla, figlio mio. Niente albero quest’anno.
Perché mamma?
Gli alberi sono seccati. Non hanno più rami. In città. Ma in montagna, dai nonni, nei boschi, nelle foreste, ce ne sono tanti di alberi, mamma.
Niente albero. Niente montagna.
Niente nonni quest’anno. Niente di niente, se il babbo non torna.
Peccato, pensò Giovannino. Era così bello il Natale dai nonni. C’era la neve, il cenone con gli zii, le battaglie e i giochi con i cugini…
Anche se non andiamo dai nonni, il cenone ci sarà lo stesso, vero mamma? Altrimenti dove metto la letterina? E quando dico la poesia?
Niente cenone, figliolo. Ma qualcosa faremo, vedrai. Accontentiamoci e pensiamo al tuo babbo, piuttosto.

Il suo babbo mancava da tanti giorni. Giovannino l’aveva visto in tivù. Dicevano che lui e gli altri sarebbero rimasti sulla gru anche a Natale, se necessario.
Ma se il babbo non c’è, disse ostinato.
Andremo noi da lui, insieme a tante altre mamme e a tanti altri bambini. Allora potrò dargliela, la letterina. Vero mamma?
Sì, Giovannino. Faremo una festa, vedrai. Noi, tutta la gente, giù di sotto, coi fuochi accesi, le bandiere, la musica…
Credi che almeno per quella volta il babbo scenderà dalla gru, mamma?
Dipende, figliolo. Da chi, mamma?
Da coloro che hanno il potere di decidere per gli altri.
Allora perché non decidono di far venir via il mio babbo da lassù, che ci fa freddo e piove da tanti giorni?
Perché chi ha potere nelle mani non ha nel cuore la volontà di cambiare le cose.
Il babbo dice che siamo noi che dobbiamo farle cambiare, le cose. Ma “noi” chi siamo, mamma?
Noi siamo noi, tutta la gente. Su, su Giovannino, finisci il latte, farai tardi a scuola.
Ma, mamma, non te lo ricordi che la scuola è chiusa? Che devono riparare il tetto?
È vero, che stupida! Con tanti pensieri nella testa, me l’ero dimenticato. Speriamo che la riaprano dopo le feste.
La maestra dice che sarà difficile: mancano i soldi per i lavori e sono tempi brutti per la scuola. Sai, pure lei, la maestra, quando parla di queste cose dice “noi”, anche se poi è sola. Le altre due di prima non vengono più.
Ci sono stati tanti cambiamenti nella mia scuola, quest’anno. Ieri è venuta a trovarci Silvana, la bidella che ci accompagnava in bagno e faceva le pulizie. Ora è rimasta solo Luciana a badare a tutte le classi.
Luciana è sempre arrabbiata, non ride mai e sembra che ce l’abbia anche con noi.
Su, fai il bravo, finisci il latte, che si fredda. Mamma deve andare. Starò via tre ore. Se hai bisogno di qualcosa, mi trovi al palazzo di fronte, dove stanno le poste. Sono lì a lavare le scale. Fammi scappare, se non mi sbrigo e non faccio bene il lavoro, quelli non ci mettono niente a prendere un’altra. Dicono che le straniere sono più brave: sgobbano di più, non si lamentano, e, senza contributi eccetera, gli costano di meno.
Poveracce anche loro. Be’, ciao Giovannino. Mi raccomando, a mezzogiorno metti su la pentola dell’acqua, così quando arrivo cucino la pasta e la portiamo calda calda al babbo e ai suoi compagni. Deve farci un freddo del diavolo lassù.
Mamma, posso guardare un po’ la tivù? Forse al telegiornale fanno vedere ancora il babbo.
Forse. Più probabile sul terzo canale. Mah, sospirò la mamma scuotendo la testa. Speriamo che presto le cose si risolvano in un modo o nell’altro. E uscì di casa senza voltarsi.
Era giovedì e il babbo sulla gru lo fecero vedere al programma della sera, sul terzo canale, come diceva la mamma. Il cuore di Giovannino batteva la grancassa a sentirlo discorrere coi giornalisti, spiegare le sue ragioni a tutto il mondo.
Era coraggioso, il suo babbo, e sapeva parlare.
Quelli come lui, se si mettevano insieme, in tanti, potevano cambiare le cose, diceva sempre. Erano tempi duri per il mondo del lavoro, spiegava. Qualcuno dava la colpa agli stranieri che rubano la fatica ai nostri.
Altri accusavano il governo. In tivù gli uomini importanti dicevano parole strane che Giovannino non capiva.
E faceva domande. Il suo babbo aveva provato a spiegargli la situazione, ma era complicato. Il momento era critico dappertutto, perfino in America, la terra di bengodi.
Giovannino conosceva certi vecchi al paese dei nonni che in America c’erano andati giovani a cercare fortuna e ne erano tornati con quella parlata mezzo dialetto e mezzo yankee e con un gruzzolo buono a fabbricarsi la casa vera.
Adesso a molti di loro la casa gliel’aveva mangiata la montagna e dovevano ricominciare da capo, senza America. La montagna, i vecchi dicevano, sta lì immobile con la sua forza, i suoi boschi, e ti protegge.
Ma un giorno la montagna si era trasformata in fango e aveva inghiottito tutto: case strade uomini automobili…
La colpa è nostra, aveva spiegato il babbo a Giovannino, una volta c’era vita in quei boschi, c’erano animali, uccelli, piante, alberi, e sotto gli alberi nascevano funghi, fragole, insetti, non case di pasta frolla messe su in fretta, una addosso all’altra come alveari. E sotto la montagna ci scorreva l’acqua pulita dei fiumi, dei ruscelli, e sulle pietre dei ruscelli le donne sbattevano le lenzuola e le stendevano sui cespugli cantando.
Ora i fiumi sono secchi, l’acqua nelle falde è avvelenata, gli uccelli migrano, le bestie muoiono, le piogge d’autunno portano giù a valle la terra molle…
Giovannino ascoltava. Gli occhi spalancati, la testa piena di domande.
La casa dei nonni, però, non era venuta giù. Era bella, la casa dei nonni, col grande camino da starci attorno le sere d’inverno a mangiare castagne e ascoltare storie, e fuori, nell’aia, il forno per fare il pane e sotto l’aia l’orto, la piccola vigna con accanto il recinto per le galline e la stalla col maiale da uccidere a Natale.
Il babbo gli spiegò che la casa dei nonni non era scomparsa come le altre sotto il fango perché l’avevano costruita bene, sulla roccia, e ogni pietra, ogni mattone era stato messo lì con amore da mani forti e sapienti.
Parlava bene, il suo babbo. Giovannino lo guardava incantato ed era orgoglioso. Aveva ragione lui: se tutti si univano le cose potevano cambiare davvero, pensava. Ma adesso, prima di tutto bisognava scendere dalla gru, tornare al lavoro. La trattativa, dicevano al terzo canale è difficile.
Usavano certe espressioni ostiche: globalizzazione, congiuntura, mobilità, precariato, recessione, dislocamento, cassa integrazione, che Giovannino non capiva. Allora le segnava con pazienza sul quaderno delle parole difficili, in attesa che il babbo tornasse e gliene spiegasse il significato.
Il ventiquattro dicembre, fin dal pomeriggio, il piazzale della fabbrica cominciò a popolarsi. Venivano da tutta la città. Alcuni da fuori. C’era un gran freddo. Accesero dei fuochi dentro grossi fusti, misero insieme cavalletti e lunghe tavole per mangiare.
Poi arrivò un furgone, scaricò un gigantesco albero di plastica e qualcuno cominciò ad addobbarlo. Sotto l’albero, attorno attorno, si andavano ammucchiando panettoni, fiaschi di vino, ma anche coperte e piumini portati dalla gente.
I piccoli facevano il girotondo, cantavano per fare un albero ci vuole un fiore, le donne cucinavano a cielo aperto: in enormi paioli neri il sugo borbottava rosso come l’inferno. A buio, il piazzale era assiepato di persone con striscioni, cartelli, bandiere. Rincantucciato negli angoli, il freddo non si sentiva più.
Arrivarono giovani con strumenti e si misero a suonare con tutto il fiato bella ciao e volare. Le ragazze ballavano. Quelli della tivù con la macchina in spalla giravano tra la gente, facevano domande. In alto, dalla gru, gli uomini applaudivano.
Il fiasco passava di mano in mano lesto a sciogliere i rospi nella gola dei vecchi. A mezzanotte presero Giovannino, lo issarono sulla tavolata tra piatti e bicchieri sporchi, gli diedero un megafono e dai leggi la letterina, gli dissero. Lui era spaesato, davanti a tutta quella folla si vergognava.
Giovannino, fatti onore, gridò il suo babbo. E Giovannino lesse e poi recitò anche la poesia e la gente non smetteva di fare chiasso e battere le mani e i giovani di suonare e le ragazze di ballare e i vecchi di bere e le bandiere di schioccare al vento.
Giovannino aveva il cuore gonfio di felicità. Parole, volti, si mescolavano e si confondevano nella sua testa: è il Natale più bello del mondo, pensava. Ehi, avete sentito?
Centinaia di morti: civili, donne, bambini, disse qualcuno. AGaza, una strage, un massacro. Parole dure, aguzze come sassi a ferire l’allegria.
Ma Giovannino non capiva. È il Natale più bello del mondo, continuava a pensare, felice. Tutti insieme, le cose cambieranno.
La fabbrica  riaprirà. Il babbo tornerà a casa. E la musica suonava e la mamma sorrideva e gli uomini da lassù alzavano il pugno. Le orecchie gli ronzavano di suoni, di canti. Cantava anche lui:
partigiano portami via che mi sento di morir.
Una sferzata di tramontana fece oscillare il braccio della gru, scompigliò in terra i resti della festa.
Nell’improvviso silenzio, una ciaramella intonò tu scendi dalle stelle…
Stelle in cielo e sangue per le strade stanotte in terra santa… e vieni in una grotta al freddo e al gelo… Giovannino ebbe un brivido. Si strinse  alla mamma e si addormentò.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 6 – Dicembre 2009

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