Ricordo del pittore Umberto Padella a 30 anni dalla scomparsa
Da Venezia alla Garbatella il percorso di un grande artista
di Cosmo Barbato
Come tutti i vecchi abitanti della Garbatella, Umberto Padella non era un indigeno ma un immigrato. Pittore già affermato, arrivò da noi nel 1939. Le sue tele e i suoi disegni da …..
Ricordo del pittore Umberto Padella a 30 anni dalla scomparsa
Da Venezia alla Garbatella il percorso di un grande artista
di Cosmo Barbato

Come tutti i vecchi abitanti della Garbatella, Umberto Padella non era un indigeno ma un immigrato. Pittore già affermato, arrivò da noi nel 1939. Le sue tele e i suoi disegni da quell’ anno avranno spesso come soggetto la Garbatella. Solo la morte, che lo coglierà a 80 anni nel 1968, lo distoglierà dai suoi colori. Per 30 anni visse tra noi con grande discrezione e modestia, lui artista di grande sensibilità e straordinaria tecnica, la cui opera merita una più diffusa conoscenza.
Nacque a Venezia nel 1888, dove studiò e si diplomò presso quella prestigiosa Accademia di belle arti.

Cominciò ad esporre nel 1910 alla Fondazione Bevilacqua-La Masa, a Ca’Pesaro e a molte regionali di Venezia, Padova e Verona. Poi la Grande Guerra interruppe la sua attività artistica. Intanto nel 1916 conosceva a Padova una studentessa di pianoforte, Lina Senigaglia, che sposerà tre anni più tardi. Nel 1921 si trasferì ad Ancona.
Dal ’21 al ’35 la sua opera trovò un contatto col paesaggio marchigiano.
Sviluppò così una visione tendente alla coesistenza di un realismo che viene da Courbet e anticipa Guttuso, con la sensibilità sempre veneziana del colore vibrante ma sereno e consolante.
In quegli anni, dove è presente a numerose Biennali, Triennali e Quadriennali, la sua produzione molto vasta si divide tra paesaggi, ritratti e nature morte. Sono, questi, anni di felicità per la nascita di due figli: nel ’24 Massimo (che cambierà il suo cognome in Pradella), direttore d’orchestra (ha diretto l’orchestra della Rai di Torino e la “Alessandro Scarlatti” di Napoli) e nel ’31 Ermanno, pianista. Ma sono anche anni di grande fatica. Dopo aver tentato di vivere con la pittura, approfittò di un’occasione per entrare alle Poste come disegnatore e ispettore per le costruzioni telegrafiche di Ancona. Con volontà ferrea continuerà a dipingere in tutti i momenti disponibili.
Ma arrivano gli anni della bufera.

L’indole dolce dell’artista venne scossa prima dalle guerre d’Africa e di Spagna e poi, più privatamente, dal crescere dell’antisemitismo che porterà alle sciagurate leggi razziali del ’38: la moglie, ebrea, eccezionale pianista, verrà cacciata, con il fratello Giorgio Senigaglia, prestigioso violinista, dal fiorente e importante Istituto Gaspare Spontini. Nella drammatica realtà della persecuzione, Umberto Padella depose i pennelli e riuscì faticosamente a farsi trasferire a Roma, dove, dopo 2 anni di separazione, la famiglia lo raggiunse nel dicembre 1941.
Come dipendente statale gli venne assegnata una casa Incis alla Garbatella, al primo piano di Piazza Oderico da Pordenone 1, dove, all’inaugurazione di quel nuovo edificio, dalla finestra che dà sul cancello d’ingresso proprio sulla piazza, poco prima si era affacciato il Duce e dove, il 25 luglio 1943, alla caduta del fascismo, sventolerà una bandiera tenuta nascosta per 20 anni dalla famiglia di antica tradizione socialista.
Tremende saranno le difficoltà di quel periodo, fino alla liberazione di Roma il 4 giugno del ’44.
Praticamente senza entrate economiche, in casa si mangiava in dieci con sette tessere annonarie: la moglie e alcuni parenti ebrei non dovevano comparire. Durante l’occupazione tedesca, il figlio maggiore, Massimo, allievo di composizione e direzione d’orchestra al Conservatorio romano di Santa Cecilia, verrà tenuto nascosto nella casa di un generoso tranviere, Floris, in Via Giustino De Jacobis. La solidarietà del quartiere e il silenzio di tutti quelli che conoscevano i Padella salvarono la famiglia dalla deportazione in Germania.
Alla liberazione di Roma, Massimo, ventenne, si arruolerà nel Corpo Volontari della Libertà. Eppure in quel periodo rinasce il pittore. Ma non è il caso di pensare a mostre e forse proprio per questo il lavoro sarà più consolatorio e proficuo.
Dopo la liberazione, i contatti con i giovani pittori della sinistra – Vespignani, Attardi, Astrologo – e l’amicizia con Guttuso e specialmente con Omiccioli lo
spingono a riaffrontare la pittura con occhio giovane e tecniche nuove. I disegni diventano più personali e vengono numerose le mostre romane.
E’ in questo periodo che la tematica dei suoi quadri e dei disegni sarà particolarmente incentrata sulla Garbatella e su Tormarancia. Innumerevoli saranno i paesaggi, talvolta ritratti dalle finestra della sua casa: dove altri vedevano lo squallore delle periferie egli cercava i punti luminosi, puliti, incontaminati, ben conscio però che anche questi sarebbero scomparsi presto e per sempre nella giungla di cemento.
Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, come il sottoscritto, ne rimpiangerà sempre, oltre all’arte, la grande sensibilità e la squisita gentilezza d’animo.
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tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 6 – Novembre 2009





