Strada di collegamento tra l’Ostiense e l’Appia già al tempo dell’antica Roma

di Cosmo Barbato

Via delle Sette Chiese oppure Via Paradisi? Quale il nome antico? Si chiamò anche “Via per San Bastiano”. Costituiva un tratto di quasi 4 km del pellegrinaggio alle sette maggiori basiliche romane istituito da San Filippo Neri alla seconda metà del ‘500 sulle orme dei pellegrini medioevali.

Via delle Sette Chiese

Via delle Sette Chiese: l’asse viario principale intorno al quale iniziò a sorgere, a partire dal 1920, la Garbatella, porta questo nome dalla seconda metà del ‘500, quando San Filippo Neri istituì la visita alle sette maggiori basiliche romane, sulle orme dei pellegrinaggi medioevali. Ma più che di un pellegrinaggio si trattava di una sorta di corteo itinerante tra il religioso e il festoso.

Il percorso aveva inizio da San Pietro.

Processione alla Garbatella in via delle Sette Chiese

Dopo la tappa a San Paolo si imboccava subito la nostra via, la quale in precedenza e pure in seguito e per molto tempo ancora continuò a chiamarsi anche “Via per San Bastiano” (diretta cioè al complesso di San Sebastiano), come è documentato nella cartografia dell’epoca. Lungo la strada incontrava la “Chiesoletta” dei Santi Isidoro ed Eurosia: su la sua parete laterale che affaccia sulla strada c’è tuttora una targa che indica “Via Paradisi”, scritta con caratteri che sembrano quattrocenteschi.

C’è stato un tempo in cui la nostra strada ha portato questo nome?

Si è detto che quell’appellativo fosse passato alla strada dal nome di qualche ricca famiglia proprietaria nella zona: ma di tale proprietà non s’è trovato alcun riscontro. Del resto, nella cartografia antica il toponimo “Via Paradisi” non appare mai. Noi pensiamo invece che quella targa classicheggiante risalga agli inizi del 1800, quando il Valadier pose mano a quella chiesetta per conto di Nicolò Maria Nicolai, il facoltoso monsignore che aveva acquistato buona parte dei terreni circostanti.

Via Paradisi

“Via Paradisi” in latino, in italiano “Via del Paradiso”, voleva  dire che chi percorreva quella strada processionale poteva guadagnare un accesso agevolato al paradiso, grazie alle indulgenze lucrate.

L’indicazione “Via Paradisi” lungo il percorso di Via della Sette Chiese e i medaglioni di San Carlo Borromeo e di San Filippo Neri sulla parete della “Chiesoletta”. A fianco sulla sinistra uno degli ultimi pellegrinaggi alle sette chiese nella prima metà del secolo scorso.

Un’antica tangenziale

Ma la nostra via è molto più antica dell’epoca di San Filippo. Costituiva una sorta di tangenziale che collegava la Via Ostiense (nonché un porto lungo il Tevere per merci ingombranti, poco distante dall’imbocco della nostra strada) con l’Appia, due importanti arterie che risalgono addirittura al quarto secolo avanti Cristo.
Un’origine arcaica, dunque? Di certo, lungo il suo percorso, rimangono resti di ville romane del secondoprimo secolo avanti Cristo (nei giardini di Commodilla, sotto la “Scoletta” di Piazza Longobardi).

Una strada trasversale e parecchi sepolcri pagani furono poi rinvenuti quando fu costruito l’Istituto Cesare Baronio. Sulla collina più alta della Garbatella, alla cui base c’è il rettorato dell’università San Pio V, furono trovati altri resti antichi e, nel sovrastante giardino dell’Istituto Postelegrafonici (ex Villa 9 maggio) una grande cisterna di età severiana.

Ma soprattutto ci sono le catacombe, quella di Commodilla e in particolare quella di Domitilla, la più estesa di Roma, entrambe risalenti inizialmente al terzo secolo dopo Cristo, quindi in piena età imperiale romana. Più avanti la nostra via si accosta alle catacombe di San Callisto e infine, nell’intersezione con l’Appia, a quella di San Sebastiano, dove a partire dal terzo secolo fu particolarmente attivo il culto degli apostoli Pietro e Paolo.

Questa è l’unica catacomba che continuò ad essere visitata dai pellegrini quando, nei secoli successivi, i cimiteri sotterranei distribuiti nell’infido suburbio della città per ragioni di sicurezza non furono più visitati. Nel tempo quasi di tutti se ne perse addirittura la memoria.

Non sappiamo che nome avesse la strada nel lungo periodo romano. Eppure un nome dovette averlo. La strada era troppo importante per i traffici commerciali dell’epoca per restare anonima. In antico, per agevolare il superamento della collina dove oggi sorge la Garbatella, si procedette a una “tagliata” della roccia tufacea. Lungo la nostra strada furono trasportati i materiali che giungevano a Roma per via di fiume, destinati alla costruzione delle Terme di Caracalla.

Qui, trasportato nell’ultimo tratto per via fluviale, transitò nel 357 dopo Cristo l’obelisco donato a Roma dall’imperatore Costanzo destinato al Circo Massimo e trasferito nel 1588 a San Giovanni in Laterano. Nel 1536 sulla “Via per San Bastiano” sfilò il corteo che accompagnava l’imperatore Carlo V, sbarcato al porto fluviale presso San Paolo e diretto all’Appia, per fare pomposamente il suo solenne ingresso in città (in quell’occasione, per consentire il passaggio degli armati, fu anche allargata la “tagliata” della collina).

La “refezione” a Villa Mattei. Quadro di anonimo del 1700 conservato presso il convento della Congregazione dei Filippini a Roma alla Chiesa Nuova di Corso Vittorio Emanuele

L’appuntamento il giovedì grasso

La visita alle Sette Chiese si svolgeva il giovedì grasso, una specie di scampagnata di contenuta religiosità, in contrapposizione alle follie del carnevale romano. Si replicava poi in autunno. Queste le sette basiliche da visitare: San Pietro, San Paolo, San Sebastiano, San Giovanni in Laterano, Santa Croce in Gerusalemme, San Lorenzo, Santa Maria Maggiore.

Lungo il percorso venivano predisposti punti di ristoro, tra i quali uno anche presso la nostra “Chiesoletta”, dove è tradizione che una volta sia avvenuto un incontro tra San Filippo Neri e San Carlo Borromeo (entrambi sono effigiati in due medaglioni di marmo posti sulla lato della chiesa).

La refezione a Villa Mattei

Dopo San Sebastiano il più importante punto di ristoro veniva allestito a cura dei Padri Filippini nella grande Villa Mattei, l’attuale Villa Celimontana. Un palco veniva predisposto all’ interno di un emiciclo sovrastato da un grande antico busto di Alessandro Magno: era riservato alle persone di rango più elevato (a volte presenziava anche il papa).

Nel vasto prato antistante, scrupolosamente diviso in “quartieri” separati da incannucciate, si accampava il popolo per consumare sull’erba una “refezione”, costituita da un pane, uova sode, fette di salame, cacio, qualche frutto e vino annacquato. Al centro del prato si innalzava un obelisco egizio tuttora esistente.

Trecento Padri Filippini assistevano gli oltre tremila partecipante, mentre faceva musica la fanfara di Castel Sant’Angelo e un giovanetto leggeva degli edificanti sermoni. Oltre a un certo fervore religioso, molti partecipanti erano attirati da quella pur modesta “refezione” e anche dalla voglia di fare un po’ di “caciara” in una gita svolta in allegria.

Il percorso della Via delle Sette Chiese in una carta topografica del 1800

Il percorso 19,9 chilometri

L’appuntamento dei partecipanti era in centro, alla Chiesa Nuova, sull’attuale Corso Vittorio, dov’è la casa generalizia dei Filippini. Formato il gruppo, ci si spostava a San Pietro, circa mezz’ora di cammino per percorrere 1,4 km; la tappa successiva era a San Paolo, percorso lungo, 2 ore per 6 km; dopo si raggiungeva San Sebastiano, 1 ora e 20 per 3,8 km (la lunghezza della nostra Via delle Sette Chiese); dopo la “refezione”, la quarta tappa era a San Giovanni, 1 ora e 20 per 5 km; bastavano 16 minuti per raggiungere la vicina Santa Croce a meno di 1 km; sesta tappa, San Lorenzo, poco più di mezz’ora per 1,7 km; infine Santa Maria Maggiore, 40 minuti per 2 km.

E qui si scioglieva il corteo, o quel che ne rimaneva dopo le immancabili defezioni.
Complessivamente venivano percorsi 19,9 km, una lunghezza che ricorda più o meno il perimetro delle Mura Aureliane.

Durata della passeggiata, quasi 7 ore, senza contare la sosta per la “refezione”. Come se non bastasse, a un certo punto, per eccesso di zelo, si pensò di introdurre altre due tappe: la chiesa dell’Annunziatella adiacente alla Via di Grotta Perfetta e il santuario delle Tre Fontane sulla Laurentina.

Quando si costatò che il percorso troppo dilatato scoraggiava la partecipazione, si tornò alle originali sette basiliche. E alla fine si addivenne a più miti consigli e ci si contentò di quattro: San Pietro, San Paolo, San Giovanni e Santa Maria Maggiore.

Fino alla prima metà del ‘900 si è tentato di ripristinare la visita che gradualmente era caduta in disuso, però con scarsi risultati, sostituita nel secondo dopoguerra dai pellegrinaggi mensili al santuario del Divino Amore, i quali però seguono un altro itinerario. E così quella toponomastica, Via delle Sette Chiese, serve solo a documentare una memoria.

Per giunta, la strada, negli ultimi 70/80 anni, è risultata spezzettata nell’incongrua urbanizzazione del nuovo quartiere, al punto che non se ne riconosce più l’unitarietà. Pochi anni fa si è tentato di rivalutarne il percorso con un arredo che almeno la renda riconoscibile, però con molte lacune, troppi errori e soprattutto con la quasi assenza di manutenzione.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 10 – Aprile 2014
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