Santa Tecla? Una sconosciuta La catacomba alla Garbatella

CULTURA E SOCIETA’

Santa Tecla? Una sconosciuta La catacomba alla Garbatella

Si trova sotto il palazzo di Via Silvio D’Amico 40.
Fu scoperta per caso 46 anni fa nel corso dello scavo delle fondazioni dell’edificio dell’Alleanza Assicurazioni.
Una vasta necropoli pagana nel sopraterra

di Cosmo Barbato

Siamo all’estremo margine meridionale della Garbatella.
Quarantasei anni fa l’angolo del quartiere compreso tra l’inizio della Laurentina e la Via Silvio D’Amico, già sito di amene vigne digradanti da dolci colline, veniva investito dal fatale dilagare del cemento: decine di cantieri erano all’opera, intenti ad innalzare possenti edifici. Nel novembre 1961 si ebbe notizia che le ruspe di uno di quei cantieri si erano imbattute, sconvolgendole, nelle gallerie di una vasta area sepolcrale antica.  …..

CULTURA E SOCIETA’

Santa Tecla? Una sconosciuta La catacomba alla Garbatella

Si trova sotto il palazzo di Via Silvio D’Amico 40.
Fu scoperta per caso 46 anni fa nel corso dello scavo delle fondazioni dell’edificio dell’Alleanza Assicurazioni.
Una vasta necropoli pagana nel sopraterra

di Cosmo Barbato

Siamo all’estremo margine meridionale della Garbatella.
Quarantasei anni fa l’angolo del quartiere compreso tra l’inizio della Laurentina e la Via Silvio D’Amico, già sito di amene vigne digradanti da dolci colline, veniva investito dal fatale dilagare del cemento: decine di cantieri erano all’opera, intenti ad innalzare possenti edifici. Nel novembre 1961 si ebbe notizia che le ruspe di uno di quei cantieri si erano imbattute, sconvolgendole, nelle gallerie di una vasta area sepolcrale antica.
Veniva così fortuitamente scoperto un complesso di notevole interesse archeologico comprendente una necropoli pagana dei primi secoli dell’impero (che in origine si presentava a cielo aperto ma che nel tempo si era ricoperta di terra) e quattro nuclei sotterranei cristiani, due dei quali collegati tra di loro, risalenti a un’epoca successiva.

Gli studiosi hanno valutato che il complesso sotterraneo si sia esteso gradualmente tra la fine del III secolo e gli inizi del V, cioè per poco più di cent’anni, a partire da qualche decennio prima della pace di Costantino del 313, che legittimò il culto cristiano.
Tutte le grandi strade che si dipartono da Roma erano affiancate da singole tombe e da complessi sepolcrali che si estendevano nel sopraterra e, da un certo momento in poi, per mancanza di spazio, nel sottoterra.
Sull’Ostiense si allineavano centinaia di tombe a partire dalla Piramide Cestia; nel luogo in cui oggi c’è la Basilica di San Paolo c’era un immenso sepolcreto sopraterra dove, secondo la tradizione, sarebbe stato sepolto anche l’Apostolo; nei pressi, anche sulla cosiddetta Roccia di San Paolo, alle spalle della Basilica, ci sono varie tombe e c’è la piccola Catacomba di San Timoteo, esplorata ma oggi non più praticabile; poco distante, adiacente alla Via delle Sette Chiese, c’è l’importante Catacomba di Commodilla.

La nostra catacomba, scoperta nel 1961, si trova praticamente nell’intersezione tra la Via Laurentina e l’Ostiense. Era dedicata a Santa Tecla: ne facevano cenno gli “itinerari” dei pellegrini altomedievali.
Torniamo a quarantasei anni fa.
Gli archeologi, quando appresero dell’opera devastatrice delle ruspe, accorsero sul posto. Più che di una scoperta, si trattava in realtà di una riscoperta. Da documenti degli anni 1935-36 risultava già che alcune gallerie cimiteriali erano state viste e in parte danneggiate durante la costruzione del collettore della Laurentina.
Ma da documenti più antichi sapevamo che Giovanni Marangoni, continuatore della meritoria opera di ritrovamento delle catacombe intrapresa alla fine del 1500 da Giovanni Bosio, era penetrato in quelle gallerie nel 1703, seguito pochi anni dopo da Marcantonio Boldetti, un non disinteressato “cercatore di corpi santi”.
Questi tracciò anche una pianta sommaria dei cunicoli e denominò il complesso “Catacomba del ponticello”, per via di un vicino ponte che scavalcava la Marrana di Grotta Perfetta, oggi ricoperta, nel suo percorso verso il Tevere. Fu però solo nel 1874 che un esimio studioso di luoghi sacri e delle chiese di Roma, Mariano Armellini, amico del marchese Camillo Serafini proprietario delle amene vigne che ricoprivano la zona, visitò e descrisse buona parte del complesso, identificandolo come Catacomba di Santa Tecla.

Nessuna epigrafe, nessuna pittura facevano riferimento a tale nome. Appariva però evidente che in uno dei quattro nuclei catacombali era stato sepolto un corpo santo, in onore del quale era stata ricavata una basilichetta sotterranea (riadattata nel 1600 in cantina!).
L’Armellini era giunto all’identificazione attraverso lo studio dei cosiddetti “itinerari” altomedievali, compilati da pellegrini del Nord Europa, redatti ad uso di altre schiere di viaggiatori che si accingevano a compiere il periglioso tragitto verso il centro occidentale della Cristianità. In uno di questi itinerari del VII secolo si legge: ” … poi rècati  a San Paolo sulla Via Ostiense e cerca a sud la chiesa di Santa Tecla posta sul colle, in cui in un luogo sotterraneo verso nord il suo corpo riposa”. E in un altro coevo: “… Nei pressi della Basilica di San Paolo c’è la chiesa di Santa Tecla dove giace il suo corpo”. E ancora, in un documento del XII secolo, che sicuramente ne trascrive uno precedente, si parla di una chiesa di Santa Tecla posta “non lontano dal martire Timoteo” che, come abbiamo detto,
era sepolto in una piccola catacomba della Roccia di San Paolo.
L’Armellini non ebbe dubbi e gli studi recenti gli hanno dato ragione, pur se nel sopraterra non si è trovata traccia della chiesa (forse una semplice cappellina obliterata dal tempo).
Ma chi era la Tecla venerata?
Il nome era molto comune e di personaggi così appellati la Chiesa ne annovera parecchi, a partire dalla leggendaria discepola di San Paolo che si sarebbe accompagnata all’Apostolo in Antiochia: impensabile però che il suo corpo fosse stato traslato a Roma. Un’altra Tecla sarebbe stata martire nel I secolo ad Aquilea, poi una in Africa e un’altra in Palestina alla fine del III.
C’è poi una Tecla pure del III secolo morta e venerata a Lentini, in Sicilia. Per tutte c’è da escludere una traslazione. C’è anche una Tecla romana, che però le fonti indicano sepolta nel cimitero di Castulo sulla Via Labicana. Insomma la Tecla dell’Ostiense resta una sconosciuta.
Probabilmente la venerazione del suo sepolcro fu ingenerata da un equivoco. Lo zelo dei fedeli volle identificare la tomba di una qualsiasi matrona di nome Tecla con quella della discepola di San Paolo: la vicinanza della tomba al luogo dove si riteneva sepolto l’Apostolo sembrò una testimonianza. Ma potrebbe anche trattarsi di una martire romana di cui già in antico si era perduta la memoria: di qui il silenzio delle fonti.
L’intervento degli archeologi nel 1961 purtroppo non servì a salvare le due zone catacombali collegate tra loro (vedi i due cerchietti neri collegati nella cartina). Consentì invece l’esplorazione e la parziale conservazione della zona più prossima alla Via Ostiense (vedi ancora la cartina), dove pure si ritiene ci fosse un sepolcro anonimo venerato. Si è anzi ipotizzato su di esso un restauro al tempo di papa Damaso (366-364). Le gallerie di questa zona hanno restituito un certo numero di epigrafi, tra le quali quella di una certa Felicia, vissuta “più o meno 31 anni”, recante la data del 393 (sotto il consolato degli augusti Teodosio III e Eugenio).
Furono trovati pure diversi oggetti, tra cui una bambolina di avorio con braccia e gambe snodate, posta come segnacolo su una tomba infantile. Più consistente invece fu il recupero della zona comprendente la basilichetta di Santa Tecla (vedi cerchietto grande della cartina), che però ha restituito scarsissimo materiale epigrafico.
Una lapide frammentaria fa riferimento a un consolato di Onofrio, databile tra il 404 e il 412.

Caratteristica singolare di questa catacomba è la presenza di grandi camere che furono scavate in profondità, dal livello delle gallerie, come enormi pozzi. Oltre alle solite pile di loculi ricavati nelle pareti delle gallerie, le camere si presentano completamente colme di sepolture disposte a strati e separate in orizzontale e in verticale da un’incredibile quantità di tegoloni: se ne sono raccolti migliaia.
Dai loro bolli di fabbricazione che consentono di datarli (i romani usavano bollare il materiale laterizio col nome o la sigla del fabbricante o del proprietario), si è stabilito che erano stati fabbricati circa due secoli prima della loro utilizzazione nella catacomba.
Si è quindi ipotizzato che ne esistesse un deposito abbandonato nei pressi del sepolcreto, forse vicino al Tevere, fin dal tempo della costruzione delle Terme di Caracalla, epoca in cui ci riporta la datazione dei bolli.
Per qualche ragione sconosciuta potrebbero essere venuti in possesso (donati o comprati) dei proprietari della catacomba i quali li avrebbero utilizzati per sepolture intensive di poveri. L’ipotesi è plausibile se si considera che in quei pressi in antico esisteva un porto tiberino adibito allo scarico delle merci ingombranti, sicuramente usato a suo tempo per sbarcare i materiali occorrenti alla costruzione delle Terme di Caracalla.
L’intervento degli archeologi servì anche a salvare i resti di bellissimi mausolei e tombe che erano nel sopraterra, costituenti parte dell’originario sepolcreto pagano, sotto il quale in seguito furono scavate le gallerie catacombali. Si possono ancora ammirare pregevoli mosaici e raffinati cinerari. La parte superstite della necropoli è esposta nell’atrio del palazzo dell’Alleanza Assicurazioni, in Via Silvio D’Amico 40: basterà rivolgersi ai portieri che gentilmente accenderanno anche l’illuminazione.
L’attigua catacomba invece non è aperta al pubblico: vi si può accedere solo con qualche associazione culturale, concordando una visita col Pontificio Istituto di
Archeologia Cristiana, Via Napoleone III n°1. La zona aveva restituito in passato molti marmi lavorati, tant’è che l’attuale Via Silvio D’Amico si chiamava in precedenza Vicolo delle statue.
Peccato che talvolta la vecchia toponomastica venga modificata: spesso essa rappresenta di per sé un documento della memoria. Lo scavo e lo studio del complesso di Santa Tecla furono condotti magistralmente da un esimio archeologo, il prete barnabita Umberto Fasola.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 4 – Dicembre 2007

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