I martiri Felice e Adautto nella catacomba di Commodilla

Alla Garbatella lungo la storica Via delle Sette Chiese

I martiri Felice e Adautto nella catacomba di Commodilla

di Cosmo Barbato

Si chiamava Felix, cioè Felice, ed era un prete o, meglio, un diacono, cioè un religioso che si occupava del soccorso ai poveri. La data non è precisata: doveva trattarsi di un anno compreso tra il 284 e il 305. Si sa che a quel tempo era imperatore Diocleziano. Nella storia alquanto fantasiosa del martirio di Felice si racconta che non ci fu verso di fargli abiurare la sua fede cristiana.
Fu condotto, per una specie di esorcismo, davanti al tempio di Serapide, nell’attuale piazza del Quirinale; poi davanti a un non identificato tempio di Mercurio; infine davanti al tempio di Diana sull’Aventino, più o meno dove oggi c’è Santa Sabina. Niente da fare.  …..

Alla Garbatella lungo la storica Via delle Sette Chiese

I martiri Felice e Adautto nella catacomba di Commodilla

di Cosmo Barbato

Catacombe Santa Commodilla

Si chiamava Felix, cioè Felice, ed era un prete o, meglio, un diacono, cioè un religioso che si occupava del soccorso ai poveri. La data non è precisata: doveva trattarsi di un anno compreso tra il 284 e il 305. Si sa che a quel tempo era imperatore Diocleziano. Nella storia alquanto fantasiosa del martirio di Felice si racconta che non ci fu verso di fargli abiurare la sua fede cristiana.
Fu condotto, per una specie di esorcismo, davanti al tempio di Serapide, nell’attuale piazza del Quirinale; poi davanti a un non identificato tempio di Mercurio; infine davanti al tempio di Diana sull’Aventino, più o meno dove oggi c’è Santa Sabina. Niente da fare.

Catacombe Santa Commodilla

Felice non fu scosso, ma singolarmente non furono scossi nemmeno i suoi aguzzini di fronte a un prodigio che li avrebbe dovuto distogliere dalla loro prepotenza: le statue di culto dei tre templi – racconta la storia del martirio di Felice – in sua presenza precipitarono dai loro piedistalli.
Invece a quel punto, incattiviti, gli aguzzini decisero di farla finita.
Si incamminarono così col prigioniero verso una collina posta presso una strada che si staccava al secondo miglio dalla sinistra della Via Ostiense, cioè l’attuale Via delle Sette Chiese. Non sappiamo come si chiamasse allora, è certo però che preesistesse. La fantasiosa storia di Felice non ne rivela il nome, racconta però che sulla collina c’erano un tempio (sarà stato un sacello) e un albero sacro. Oggi quell’area corrisponde al Parco di Largo Giovannipoli e si estende, dalla Via delle Sette Chiese, verso Via Guglielmotti, Via Cialdi, Piazza Banedetto Brin e oltre.
Lungo la strada percorsa dal mesto corteo, dalla folla assiepata ai lati per curiosare a un tratto si staccò un giovane che volontariamente si affiancò a Felice: un atto di solidarietà e di fede che gli costò la vita. Nessuno seppe quale fosse il suo nome, sicché fu chiamato Adauctus, cioè Aggiunto.
Per l’esecuzione mancava l’ordine del prefetto della città, indicato col nome di Drago o Dragoniano (ma nell’elenco dei prefetti di Roma non appare un tal nominativo). Appena completata la formalità (i romani non trascuravano mai le formalità del diritto), i due furono decapitati.
Ma ecco che d’improvviso si aprì una voragine nella collina e i due corpi vi precipitarono dentro: aveva ceduto la volta di una sottostante cava di pozzolana di proprietà di una ricca matrona di nome Commodilla, della quale null’altro sappiamo. Forse era anch’essa simpatizzante per i cristiani o forse fiutò l’affare: trasformare la cava in un sepolcreto sotterraneo a pagamento, simile ai tanti, non solo cristiani, che andavano diffondendosi nelle periferie della città. Sta di fatto che la notte seguente i confratelli, certo col consenso della proprietaria della cava, raccolsero le spoglie dei due martiri e le riposero in un’unica nicchia ricavata in una parete della grotta. Era nata la catacomba di Commodilla, uno dei cinque sepolcreti sotterranei che si svolgono lungo l’asse di Via delle Sette Chiese (partendo dalla roccia di San Paolo: San Timoteo oggi non più praticabile, Commodilla, Domitilla, San Callisto, San Sebastiano).
Poco meno di cent’anni dopo, mentre le sepolture si andavano moltiplicando, il culto dei martiri stava andando in disuso. Ci pensò un papa “tosto”, Damaso (366-384), a rinvigorirlo (a Commodilla come altrove) nell’intento di proporre un elemento emotivo riunificatore intorno alla chiesa di Roma e di scuotere l’apatia dei cristiani ormai giunti al potere.

Catacombe Santa Commodilla

Andò a cercare e a monumentalizzare le tombe dei martiri sparse nei cimiteri della città, ne esaltò le gesta attraverso i versi di carmi da lui stesso composti, fece redigere delle storie del loro martirio, le “passio”, frutto spesso di pura fantasia. A Felice e a Adautto dedicherà uno dei suoi bellissimi carmi, farà ornare la loro sepoltura con affreschi, farà sistemare l’accesso alla ex cava ormai usata solo per accogliere sepolture.
La catacomba di Commodilla fu una di quelle, romane, che si formarono più tardi, cioè a partire solo dal IV secolo, ma fu anche una di quelle che furono frequentate più a lungo, forse per la vicinanza (circa 500 metri in linea d’aria) con la frequentatissima basilica di San Paolo, mentre la maggior parte degli altri cimiteri sotterranei cessarono ben presto di essere visitati per la crescente insicurezza del suburbio romano. Prova di questa prolungata frequentazione sono gli interventi di almeno altri tre pontefici, Siricio (384-399), Giovanni I (523-526) e Leone III (795-816).
Sotto Siricio fu ulteriormente sistemata e ornata la tomba dei martiri e fu scavato il cubicolo di un funzionario dell’Annona di nome Leone dove appare una delle più antiche rappresentazioni del Cristo con la barba. Al tempo di Giovanni fu ulteriormente monumentalizzata la tomba e fu realizzato un grande affresco raffigurante la Vergine in trono col Bambino alla quale Felice e Adautto presentano una matrona defunta di nome Tortora (l’opera è stata faticosamente ricomposta dopo che ignoti ladri anni fa la danneggiarono pensando che celasse il nascondiglio di un tesoro).

Catacombe Santa Commodilla

Di un secolo più tardi è un pregevolissimo affresco che rappresenta l’evangelista Luca che reca l’insegna di medico: la borse dei ferri chirurgici appesa al braccio sinistro. Al tempo di Leone infine risale un intervento di consolidamento della volta.
Divenuta la zona luogo di scorrerie (nell’846 i saraceni avevano saccheggiato la vicina basilica di San Paolo), il culto cessò del tutto e la catacomba venne addirittura dimenticata. A quel tempo i resti dei martiri erano già stati posti al riparo entro le mura. Leone IV (847-855) li donò ad Ermengarda, moglie dell’imperatore Lotario; le teste invece furono traslate a Colonia poco dopo l’anno 1000. Il nome di Commodilla restava però come testimonianza nei diari degli antichi pellegrini.
Eppure, quando nel 1585 Antonio Bosio, lo scopritore delle catacombe romane, la ritrovò, fu scambiata per un’appendice del grande sepolcreto Ostiense, detto di Lucina. Solo nel 1688 si ebbe quasi la certezza che si trattasse di Commodilla. In seguito la catacomba, in parte occlusa da frane, fu frequentata solo da spericolati razziatori di reliquie e di epigrafi. La conferma si ebbe soltanto nel corso degli scavi del 1903-1905 ripresi successivamente in varie occasioni.
Commodilla presenta notevole interesse per la sua vastità (tre piani di gallerie fino a 17 metri di profondità), per le sue pitture, per la sua lunga frequentazione, per le sue caratteristiche costruttive molto variate che vanno dall’adattamento delle originare gallerie di cava agli scavi specifici di cunicoli cimiteriali.
Dai nomi dei suoi “ospiti” letti sulle epigrafi si è dedotto che molti di essi erano di origine africana e appartenevano ai titoli di Santa Prisca e di Santa Sabina sull’Aventino. Al racconto già poco attendibile, anche a parere degli storici cristiani, delle vicende di Felice e di Adautto, vanno aggiunte le storie di altri martiri che sarebbero ivi sepolti: le vergini Degna e Merita, che sarebbero state uccise sotto Valeriano (253-260), cioè prima che si formasse la catacomba (!); una non meglio identificata Gaudenzia; un improbabile Nemesio di origine orientale; infine “numerosi altri sconosciuti martiri il cui nome solo Dio conosce”, dei quali però non si è trovato traccia.
La catacomba della Garbatella non è aperta al pubblico. Si può visitare con qualche associazione culturale e comunque in visite di gruppo autorizzate e assistite dal Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, con sede in Via Napoleone III n°1.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 3 – Ottobre 2006

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