MATERIALI E TECNICHE COSTRUTTIVE DELLE VECCHIE ABITAZIONI DEI LOTTI EX IACP

Come sono fatte le case della Garbatella

di Valter CECILIA

Povere ma belle e soprattutto ben fatte: le case della Garbatella, nonostante i loro 90 anni ed oltre e la pochissima manutenzione, reggono bene il passare del tempo. Quello che vorrei descrivere in questo articolo è come sono state costruite le prime lottizzazioni edificate tra il 1921 e il 1930 e con quali materiali. Siamo in anni in cui non c’erano macchinari e tutto si faceva con la forza della braccia.

Veduta del lotto di via Magnaghi

Il trasporto si effettuava principalmente con carri trainati dai cavalli. Molti quartieri come Esquilino o Prati erano stati costruiti con grandi viali ed edifici di 5/6 piani, mentre per questo quartiere la pianificazione va in senso contrario e ci si ispira al piccolo borgo (borgata-giardino) con tecniche e materiali tradizionali della regione. Le abitazioni sono quindi costruite principalmente con il tufo, i mattoni, calce e pozzolana come legante e legno per i tetti; unica eccezione sono le travi di ferro usate per i solai. La progettazione dei siti dove costruire strade, piazze e case, veniva fatta considerando l’orografia dei luoghi per ridurre al minimo gli sbancamenti.

Particolare del lotto 8 a via Fincati

Si scelsero le colline perché considerate più salubri e lontane dal Tevere e l’Almone e meno infestate da zanzare, in quei tempi portatrici di malaria. Le piazze vennero collocate su zone pianeggianti e sui crinali delle colline, con le strade a scendere verso il basso in modo che anche le canalizzazione fognaria avesse pendenze, che seguivano quelle naturali del terreno. Le fondamenta delle case erano scavate a mano e scendevano a 2 o 3 metri di profondità fino ad arrivare ad un terreno compatto e stabile. La larghezza di queste trincee era di 80 cm per le case a 2 piani e fino a 1 metro e 20 per edifici a 3/4 piani. Lo scavo veniva poi riempito di pezzi di tufo di scarto, chiamato pezzame, perché di piccola dimensione o non idonei alla muratura di elevazione. Questa tecnica è chiamata “fondamenta a sacco”. Fatte le fondamenta, si procedeva alla muratura di elevazione perimetrale e dei muri maestri, in blocchi di tufo; a intervalli di 1 metro veniva posto un piano di 2 file di mattoni. Anche gli angoli e le riquadrature delle porte e finestre venivano fatti con mattoni per dare più stabilità alla struttura.

La caratteristica palazzina a piazza Masdea

Sopra le finestre e le porte venivano usati mattoni per formare un architrave, posizionati in verticale obliquo dalle due parti con una chiave di volta a chiudere. I blocchi di tufo erano scelti dal muratore ed eventualmente lavorati per un perfetto incastro e in modo da dare alla parte interna ed esterna una struttura più lineare e piatta possibile. Le parti interne venivano riempite con i pezzi di scarto più piccoli e con la calce. Tale tecnica è chiamata opera incerta. La maestria e l’occhio del muratore erano fondamentali per una buona riuscita dell’opera. Questi elementi (tufo e mattoni) in molti edifici sono posati in maniera oltre che strutturale anche ornamentale, tecnica chiamata “faccia vista”, una delle caratteristiche di questo quartiere. Il piano terra, che fino a pochi anni prima era poggiato direttamente al livello del terreno, veniva rialzato per evitare fenomeni di umidità. Si costruivano delle volte a sesto ribassato in mattoni, che si possono vedere ancora nelle cantine, perché avevano costi più bassi rispetto ai solai in travi di ferro e laterizi, che venivano usati per i piani intermedi. Per alleggerire il carico sui travi in ferro, venivano costruiti dei muri in mattoni in piano larghi 16 cm, che erano anche dei tramezzi tra le stanze, chiamati muri di spina: di fatto si tratta di muri maestri più piccoli. Il tetto veniva costruito con travature in legno e, dove occorreva, con capriate e ricoperto con tavolato su cui poggiavano le tegole.

Piazza Santa Eurosia lotto 24, sullo sfondo la cupola di San Francesco Saverio

Nella parte sottostante il tetto veniva fatta un controsoffitto in legno e rete metallica, poi intonacato, chiamato camera a canne. Per gli intonaci veniva usata calce e pozzolana, con sopra uno strato di calce per rendere liscia e bianca la parete, chiamata colletta, fatta con grassello di calce e polvere di marmo. Gli intonaci esterni sono sempre in pozzolana, ma senza lo strato di grassello e pitturati con tinte a base di calce; come colore si usavano gli ossidi o i pigmenti naturali. Gran parte delle case hanno degli stucchi e delle cornici alle finestre o delle parti in finta pietra fatte in calce con aggiunta di gesso: delle autentiche perle di maestria difficilmente replicabili. Impianti elettrici e idraulici erano realizzati in esterno ai muri, tubi in piombo e fili elettrici a treccia rivestiti in tessuto con gli isolatori in ceramica erano, dunque, a vista e servivano solo per illuminazione. In bagno oltre al water e a un lavamani non era prevista doccia o acqua calda.

Non c’erano riscaldamento o gas e le cucine erano alimentate a carbone, con le canne fumarie che vediamo ancora oggi fuoriuscire dai tetti, costruite in modo da diventare un elemento decorativo, ma funzionale. Il cemento era quasi inesistente, fatta eccezione per scalini e pavimenti che erano in graniglia, un impasto di cemento bianco e frammenti di pietra. Dal punto di vista costruttivo, tecnico, economico ed estetico, in considerazione di quei tempi, il rapporto qualitàprezzo era ottimale e i risultati con il passare del tempo lo dimostrano. I materiali usati erano i più economici e quelli principali, come tufo e pozzolana, venivano estratti nelle cave delle vicinanze, alla Montagnola e sulla via Ardeatina, ma non è escluso che in parte siano stati reperiti direttamente sul posto. Preservare queste case è un dovere perché esse costituiscono un esempio virtuoso di come si possano fare bene ed al contempo belle e economiche.

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