Fantasmi e altri animali, tra angoscia individuale e tragedie collettive

Presso Héco Trastevere, un locale incastonato tra il corso lento del Tevere e la trafficata via Portuense, è stato presentato a maggio “Fantasmi e altri animali”, secondo libro dell’autore di Garbatella Dario Ronzani. L’opera è divisa in due parti, come suggerisce anche il titolo.

Nella prima, i protagonisti sono gli spettri che Cortazar definiva “crepe della realtà”, cioè ricordi, aspirazioni, inganni. Non si tratta dei fantasmi della letteratura gotica, ma delle angosce che affollano la vita quotidiana.

Nel primo racconto emerge la figura di un uomo “che è sempre stato un fantasma”, vittima delle persecuzioni del regime di Videla e padre di una ragazza argentina, tormentata e malinconica, ma anche capace di una stoica impassibilità, che dopo anni di attesa riesce a fare i conti col passato.

L’intero racconto è percorso da metafore, che rientrano in quello che Ronzani ha definito “stile argentino, barocco”, cioè realismo magico. Dopotutto cos’è una metafora? Una metamorfosi allo stato embrionale, uno slittamento di significato che permette di avvicinarsi di più alla realtà. Alla metamorfosi in senso stretto è dedicata invece la seconda sezione, con la storia di sei donne che si trasformano in altrettanti animali.

Qui è ancora più evidente il legame con la letteratura argentina” ha ammesso Ronzani, “autori come Borges, Cortazar, Casares sono stati fondamentali. Leggere Marquez, poi, ha cambiato profondamente il mio modo di scrivere. Anche quando vedo un albero, adesso, lo vedo in modo diverso.” Non sappiamo cosa veda Ronzani in un albero, sicuramente ci vede qualcosa. Ed è proprio questo lo spirito di “Fantasmi e altri animali”: la realtà è trasfigurata, l’autore descrive un mondo continuamente attraversato dal fantastico per avvicinarsi ai dolori della vita vera.

Vita non solo individuale, ma anche di interi popoli. Gli attacchi terroristici a Parigi, la guerra libanese, i problemi sociali in Romania sono solo alcuni dei “fantasmi collettivi” affrontati dallo scrittore di Garbatella.

Di fronte a una pletora di ingiustizie senza rimedio, solo la natura – e l’amore – sembrano rappresentare una via di fuga, un’alternativa vitale alle sofferenze imposte dai meccanismi della Storia. “Veneravano il giaguaro e l’aquila, pregavano il perdono quando disboscavano per coltivare un terreno” dice la protagonista del primo racconto riferendosi alle civiltà precolombiane, poi si domanda: “Perché tutto questo è considerato stupido rispetto a Platone e Giulio Cesare?

[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Giugno 2024/numero 64, pag. 6]

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail