di Claudio D’Aguanno
Dushambe la città del lunedì
Dushambe in lingua tagika vuol dire lunedì ed è nome preso in prestito dal giorno sul calendario dei mercanti che lì, lungo le rotte dell’est, facevano negozio. Il posto da borgo periferico si trovò a precipitare nella Storia con lo scoppio della Rivoluzione del ’17. Occupato dall’Armata Rossa dopo la vittoria sulle truppe di Enver Pasha fu trasformato in trincea avanzata della rivoluzione d’Oriente e quindi promosso a grande città finché, gratificato pure d’un nome impegnativo, si ritrovò battezzato Stalinabad. Decisive trasformazioni arrivarono con Kruscev quando finalmente rientrò, pure in accoppiata con Stalingrado rinominata Volgograd, in quella sorta di discount della destalinizzazione che fu il XXII Congresso del Pcus del 1961. Oggi è la capitale del Tagikistan, centro culturale della regione, sede di festival jazz ed altri eventi che anno dopo anno aiutano a portare il paese lontano dai giorni del furore razzista e della guerra civile scoppiati al crollo dell’Urss. Un trapasso per niente tranquillo.

Un racconto straordinario
Ma, a parte le rievocazioni dolorose, una volta lasciata Dushambe che racconto è quello che ha accompagnato Leonardo verso le alte vette del Pamir e oltre? Di sicuro straordinario. Ripartita la pedalata in accoppiata con Dario, qualche volta anche in tre dopo aver agganciato una solitaria ciclista polacca (“è incredibile” sorride in un video Leo “quante sorprese si incontrano in posti tanto isolati”) il percorso ha portato giorni complicati e esaltanti, pieni di storia e geografia, di cime innevate e luoghi sperduti o forse disperati, di cose ragionate e sensazioni appena percepite. La valle del fiume Vakhsh, Kulob e le cime ancora lontane che si avvicinano, il check point per il Gorno Badakhshan, la Valle del Wakham e Qalai Khumb dove comincia la Pamir Higt Way, le montagne del Badakhhan con la più grande miniera di lapislazuli del mondo e la fortezza di Qahqaha del III secolo a.C. E poi ancora Murghab, il passo Ak Baytal a 4655 metri, la discesa al lago Karakul e la vista del Picco un tempo dedicato a Lenin e finalmente il Kyrgyzstan. Le pagine del suo diario su Instagram fotografano, col suo strappo da passista, lo stupore e assieme la fatica: “Beh -scrive- qui nessun paesaggio è gratis. Questi giorni sono duri e ancora di più lo saranno i prossimi. Ma per queste montagne farei questo ed altro. Cosa hanno appena visto i miei occhi! Foto o video vi giuro non rendono l’immensità del paesaggio. Non vedo l’ora che sorga di nuovo il sole. Un altro giorno è alle porte.”

Il corridoio Wakhan
Tra le tante istantanee da incorniciare c’è la valle del Wakhan. Una sottile striscia di territorio collocata nel nordest dell’Afghanistan che porta il territorio talebano a confinare con Cina, Pakistan e appunto il Tagikistan da cui è diviso dal fiume Panj. Più corridoio che valle visto il traffico di popoli e conquistatori che nei secoli ne hanno battuto l’incerto tracciato. La Wakhan è da sempre punto d’incontro tra Asia Centrale e Orientale. Qui diverse stazioni di transito della Via della Seta e a poter leggere il registro di antiche dogane spunterebbe un elenco lungo quanto la storia dell’uomo. Ci sono passati Alessandro Magno, poi Gengis Khan e Tamerlano, carovane di mercanti che parlavano greco o latino, il “magnifico Messer Marco Polo viniziano” con padre e zio verso il Catai, profeti armati o semplici missionari e magari zoroastriani o buddhisti, induisti o cristiani, manichei o islamici. E poi ancora esploratori, avventurieri, ambasciatori per non parlare degli attori del Grande Gioco o Torneo delle Ombre, la guerra di spie e addetti militari, messa in scena nel corso dell’800 tra gli imperi russo e inglese, poi replicata anche nel XX secolo tra chi voleva esportare la rivoluzione leninista fino in India e chi si preoccupava di impedirlo.

Khorog, la rivolta dei Basmachi e Corto Maltese
Choruǧ o Khorog è capoluogo della Gorno-Badakhshan. Fino al tardo XIX secolo, questa era un’area contesa tra l’emiro di Bukhara, Shah dell’Afghanistan, Impero russo e Gran Bretagna. La Russia zarista si aggiudicò la posta e nel 1895 venne stabilito il fiume Panj come il confine dell’Afghanistan Britannico mentre il territorio attorno a Choruǧ diventava Pamir russo. Dopo la rivoluzione d’ottobre fu per anni controllata dai rivoltosi musulmani basmachi antibolscevichi. Una volta sconfitti divenne la capitale del Gorno-Badakhshan nel 1925. I luoghi sono quelli dove si decise il destino di Ismail Enver, noto anche come Enver Pasha. Ufficiale militare e capo della rivoluzione dei Giovani Turchi, il tipo ebbe un ruolo di primo piano nell’ultimo periodo dell’Impero ottomano. Partecipò all’eliminazione delle popolazioni che non erano di origine turca rendendosi responsabile del genocidio degli Armeni, degli Assiri e dei Greci del Ponto. Alla fine della guerra riparò in esilio. Processato per tradimento s’illuse di cambiare il corso della Storia cercando di dare una direzione fondamentalista turco islamica alla guerra controrivoluzionaria nei territori della Repubblica Popolare di Bukhara. La sua carica a sciabola sguainata si interruppe però il 4 agosto del 1922 quando, nei dintorni di Baldžuan, il battaglione armeno dell’Armata Rossa bolscevica comandato da Hagop Melkumian regolava i conti in sospeso col suo nemico. La vicenda, pur carezzata dal dono della fantasia, trova spazio nelle tavole disegnate da Hugo Pratt per il volume La Casa dorata di Samarcanda. Un racconto capolavoro con Corto Maltese alla ricerca del mitico tesoro di Alessandro Magno che lo porta a attraversare paesaggi incredibili, le città della Seta, le gole profonde e le vette invalicabili del Pamir. Lapidario l’incontro con il generale genocida. “Lei non mi è simpatico” lo saluta Corto vedendolo correre a cavallo verso le scariche dei Mosin-Nagant mod 1891 delle guardie rosse.

Murghab e la sua statua di Lenin
Nell’inverno del 1894 un certo capitano Serebrennikov dislocato a Pamirskij Post, primo avamposto russo nel Pamir, così parlava sconsolato del luogo: “Eravamo tutti molto stanchi dell’immenso, monotono, Pamir. Probabilmente la terra ideale per un pessimista, se mai ne avesse avuto bisogno. In effetti non riesco a figurarmi un’immagine più calzante dell’estrema malinconia, di un pessimista che legga Schopenhauer nel Pamir. Questa è una terra senza speranze.” Leo di sicuro ha poco da spartire col pensiero negativo del filosofo di Danzica e i suoi resoconti sono, nonostante gli intoppi, di tutt’altro colore. Al massimo il nostro ciclista si concede qualche borbottio: “è dura rega’ andare avanti a queste altitudini anche perché, tra febbri e infezioni intestinali con magari non meglio identificati disturbi cutanei, non sempre va proprio tutto bene”. Ma scrollati di dosso malori e complicazioni ritorna sempre lo stupore e la soddisfazione di percorrere la via di Marco Polo. “Qui il ritmo del respiro accelera, ogni piccola salita aumenta di grado. Tutto sembra così vicino, ma le distanze qui ingannano. Non ci sono metri di paragone, le proporzioni di ogni elemento del paesaggio sono gigantesche. Il clima muta ogni dieci minuti. Piove, poi torna il Sole, inizia a grandinare, poi un forte vento, poi di nuovo il Sole. Il paesaggio muta in fretta. E i miei occhi sono pieni di gioia.” Ecco il Pamirskij Post del triste capitano Serebrennikov oggi si chiama Murghab. “Una città container ancora di stampo sovietico” è la sua definizione più che vera e comunque la statua bianca di Lenin all’ingresso sud, orientata verso Khorog e Dushanbe, ha ancora valore per i seimila scarsi, metà tagichi metà chirghisi, testardamente residenti qui.

Dopo il valico Ak-Baital ecco il Kyrgyzstan
Sull’Altopiano del Pamir si sfreccia a 3800 di altitudine. Mandrie di Yak confondono il profilo delle vallate. “Ali genero di Maometto trovò il posto devastato dal vento e lo definì maledetto -riporta ancora il diario di bordo di Leo- In effetti l’aria rarefatta al 60% è un sacco pesante. Salita al passo Ak Baital 4655 metri. Di lì la fine del Pamir. Tappa lunga 130 km a altitudini impensate. È una delle giornate più lunghe dell’anno e si è viaggiato in tre. Pendenza media del 9%. Abbiamo incontrato raffiche di vento contrario a 50km/h e condizioni della strada terribili. In discesa poi si vede il lago Karakul con il Picco Lenin sullo sfondo oggi ribattezzato Ibn Sina cioè Avicenna. Ma sapete una cosa? A me sta strada me pare meglio della Pontina!” Ancora qualche pedalata e poi il Kyrgyzstan e l’irresistibile fascino della frontiera per Kashgar. La carta dei meridiani dice 75°59’ Est. La Cina è vicina!

Le altre puntate su Cara Garbatella
- Puntata [9] Dalla Garbatella a Kyoto in bici: la pedalata di Leo / Tappe di montagna verso il Pamir
- Puntata [8] Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Da Nukus a Samarcanda: città mitiche sulla via della seta
- Puntata [7] Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / I suoi saluti per il 25 aprile
- Puntata [6] Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Nel vento della steppa kazaka
- Puntata [5] Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Attraversando la Georgia
- Puntata [4] Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Mar Nero direzione Georgia
- Puntata [3] Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Verso la Cappadocia
- Puntata [2] Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / in Turchia
- Puntata [1] Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leonardo Scarton
- Quei luoghi devastati dalla guerra: l’Armenia e il Metz Yeghern. Uno scritto di Antonella La Greca la madre di Leo
I video di Leonardo da Dushambe al Kyrgyzstan
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