Dalla Garbatella a Kyoto: la “passeggiatella” di Leo / Nel vento della steppa kazaka [6]

di Claudio D’Aguanno

Manco il tempo di mettere piede a Aqtau, riva destra del Caspio, che l’allerta meteo impone un deciso cambio di programma. Il deserto del Mangystau sotto l’acqua non è praticabile: la sabbia si fa fango, i sentieri sterrati e argillosi scompaiono in canali insidiosi e dei famosi scenari “lunari” restano solo i colori cupi d’un pantano nient’affatto ospitale. Insomma la bici di Leo per questa via ha semaforo rosso ed è totalmente fuori gioco. Ed è così che la direzione verso Beyneu, posto di frontiera obbligato per entrare in treno in Uzbekistan, prende la strada della steppa seguendo i bordi della nazionale A33, lunga linea grigia d’asfalto, che l’attraversa. “Steppa sconfinata? – fa Leo quasi citando Čechov – Cioè, praticamente, 500 chilometri di nulla dove non si vede la fine. E va bene, allora vediamocelo tutto il nulla di questa regione!”

Arriverò distrutto ma c’arriverò!

In realtà il carnet de bal del nostro sarà, alla fine di questa prima “scampagnata” kazaka (è previsto un rientro nel nordest del Kazakistan dopo la Pamir Hight Way), tutt’altro che sguarnito di appuntamenti e riflessioni. Mandrie brade di cavalli o famiglie di cammelli ad una gobba che ti vengono incontro, comunità disperse nel territorio e chiamate a raduno nell’unica moschea della zona, rari bar benedetti nel nome d’allah il misericordioso che però alle 16 e 30 chiudono per fine turno, brevi soste dove succede di scambiare chiacchiere con tipi di stirpe mongola e lingua turca ma battezzati all’anagrafe col nome persiano di Nowruz. Ma su ogni cosa, presenza fissa nella steppa, c’è sempre il suono minaccioso e ostile del vento contrario che rende pesante ogni pedalata.
Ci si potrebbe fare una lezione di fluidodinamica su questa situazione, sul gradiente di pressione che attrae masse d’aria fredda dalla siberia verso le aree più calde, e su come l’assenza di rilievi eliminando l’attrito aumenti la velocità dei flussi. La spiegazione di Leo, confortata da una verifica sul campo mentre la visiera del suo copricapo batte dritta sul caschetto, è professionale: “La facevo più facile -stride la voce nel microfono- avevo messo in conto centinaia di chilometri tutti piatti ma qui è dura. Le raffiche in alcuni tratti superano i 60 orari e non c’è niente a fermarle. È il Sole che fa bollire l’aria e con la bassa pressione del Caspio ecco che si crea sto vento continuo che scende da monti che qua non si vedono nemmeno. Sulla bici si danza ma alla fine è il vento a guidare. Se stai nella sua direzione corri veloce però se ti becca di fronte o di lato si fa il triplo dello sforzo. Poi in questi scenari tutto finisce alterato. Quel paese laggiù sembra vicino eppure mancano ancora chilometri e chilometri. Arriverò distrutto ma c’arriverò!”

L’ospitalità

Carcasse di auto esposte ai bordi della strada come cartelli pubblicitari di una originale   campagna di sicurezza stradale. Ogni incrocio con la sua segnaletica di riferimento ti dà lo scorrere della giornata. “Qui -insiste il nostro- è proprio una storia diversa rispetto la Turchia e la Georgia. Posso dire che questo Kazakistan m’ha insegnato a fare i conti con le voci nella testa. E comunque anche questo deserto non manca di luce. Dopo l’ospitalità di contadini e pastori qui t’ho scoperto quella dei capistazione. Tu di dove sei in Italia? M’ha chiesto uno. Beh di Roma ho detto. Ah Giulio Cesare! Fa lui. Eh si confermo subito e con fierezza romana. Al che, sempre lui: e allora, io Gengis Khan! E qui la partita è chiusa.”
Battute scambiate dalle parti di Sayotesh. Un posto che al tempo dell’Urss t’avevano destinato per test sull’uso “pacifico” dell’energia nucleare. Meno sciagurato del poligono kazako di Semipalatinsk ma lo stesso da passarci di fretta e tirare via diritti senza voltarsi indietro. In ogni caso dopo una settimana piatta finalmente Leo è a Beyneu con l’Uzbekistan a portata di treno. Per la via della seta la direzione è Nukus e poi Khiva, Bukhara quindi Samarkand e altro ancora. A suivre.

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