Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Da Nukus a Samarcanda: città mitiche sulla via della seta [8]

di Claudio D’Aguanno

Dove eravamo rimasti? Nella kazakha Beyneu! Appunto sul confine con l’Uzbekistan, un piccolo centro di frontiera dove passa la E40 ovvero una autostrada transcontinentale, taglio orizzontale di oltre otto mila chilometri, disegnata per collegare l’Europa del Nord con i bordi della Cina toccando pure il centro Asia e quelle sue Repubbliche ex Urss che finiscono tutte in “-stan” (pregevole suffisso eredità linguistica dell’antico persiano che vuol dire “terra di”). Quella grande via grigio asfalto però non fila più dritta da Calais fino all’odierna Ridder, una volta battezzata Leninogorsk, e ahinoi, oltre a testimoniare gli impicci anche linguistici nell’est del dopo ’89, l’E40 a un certo punto incontra pure la tragedia della guerra scatenata dal criminale Putin in Ucraina. Ogni tappa da quelle parti, da Leopoli a Kiev a Charkiv e al Dombass, è ora soprattutto un elenco di morti bombe e distruzioni.


Ma torniamo alla frontiera uzbeka e recuperiamo subito il tempo della pedalata di Leo sulla rotta per il Giappone. Il nuovo paese, come dice il nostro ciclista “dei due mondi”, è accogliente quanto il precedente: “qui la gente è straordinaria anche se a pensarci bene da queste parti ci sono soprattutto dittature, paesi in cui non si può entrare facile e paesi da cui non permettono di uscire”. E così per passare liscio dal Kazakhistan in Uzbekistan c’è solo da prendere il treno: Beyneu-Nukus 14 ore e poco più, si parte di notte alle 3 e 40 e si arriva alle 17 e 47 puntuali. All’uscita dalla stazione il tempo di rimontare in sella, passare una porta con la scritta Ak Yol (“Strada bianca buon viaggio”) e girare in città. Nukus non vale la qualità delle altre tappe sulla via della seta ma una indicazione ce la regala comunque Leo: “questa è la capitale della repubblica autonoma del Karakalpakstan cioè lo Stato centrale è a maggioranza uzbeka ma qui sono di più i karakalpaki, popolo di stampo turchico… lo stile del posto comunque è tipico sovietico ma una cosa straordinaria c’è ed è il Museo d’Arte Igor’ Savickij, un pittore nato a Kiev che ancora sotto Stalin iniziò a collezionare reperti archeologici ma soprattutto opere d’avanguardia messe al bando come arte degenerata dal regime sovietico”.

Tante le vicende di questo territorio e la loro è narrazione lunga e appassionante. Popolazioni iraniche con fortezze disseminate nel deserto, templi zoroastriani e i riti delle Torri del silenzio, la penetrazione mussulmana e poi quella mongola di Gengis Khan, la filosofia di Avicenna e l’algebra di al-Khuwarizmi, il Khanato di Khiva e quello di Bukhara, Samarcanda “fortezza di pietra” che Tamerlano fece grande e bella, il “grande gioco” del XIX secolo nello scontro tra imperi, il sogno di Lenin affidato all’Armata Rossa comandata da Michail Frunze. E tante altre cose che Leo non manca certo di raccontare nel suo andare verso oriente. Chi vuole poi può sempre, oltre al demone della Storia con la S maiuscola, farsi prendere dalla letteratura e pensare tra i tanti testi al Milione di Marco Polo che qui sostò, al Boiardo e all’Ariosto che intorno alle mura di fango di Bukhārā cantarono di Angelica e Rinaldo e Sacripante contro Agricane (“Le battaglie d’Albracca già vi sono / di mente uscite? e la notte ch’io fui / per la salute vostra, solo e nudo  / contra Agricane e tutto il campo, scudo?”), al Leopardi del “canto notturno” o dello Zibaldone che un po’ ne scrisse, ancora poi al divino Borges quando fa dire al suo Immortale: “in un cortile del carcere di Samarcanda ho giocato lungamente agli scacchi”.

A proposito di scacchi. Quest’anno a settembre e proprio nella più straordinaria città uzbeka si disputerà l’edizione 2026 delle Olimpiadi di Scacchi. La nazionale locale è favorita. È una scuola in continua crescita che vanta in formazione anche lo sfidante ufficiale al titolo mondiale: Javokhir Sindarov, uno che a 12 anni era già Gran Maestro. Più altri nomi, Abdusattorov  e Yakubboev, tipi tosti di livello internazionale anche quando con i pantaloni corti andavano alle elementari. A Samarcanda del resto si gioca ovunque e la piazza del Registan, “luogo di sabbia”, con le sue tre Madrase immense è un buon posto per muovere i pezzi. Comunque l’ultima cartolina Leo ce la spedisce proprio da qui dove lo troviamo col dubbio felice del viaggiatore libero e senza schemi rigidi da rispettare. “Allora – ragiona a alta voce – ho un appuntamento con Dario a fine mese a Dushanbe in Tajikistan. Sono meno di trecento chilometri ma rischio di arrivare troppo presto e beccarmi tutti giorni con forti piogge previste. Ma qui al Registan t’ho incontrato due che in camper vanno a Mazar-i Sharif e Konduz in Afghanistan. E così mi prendo una pausa e scendo con loro. Poi torno a Samarcanda da dove tirare avanti verso l’Alta Via del Pamir.”

La deviazione che brilla ora negli occhi di Leo è una specie di L tutta contorta. Una L che, tanto per tornare agli scacchi, è proprio il passo del cavallo. A suivre!

Per seguire Leonardo Scarton

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a Khiva

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verso Samarcanda: https://www.instagram.com/p/DYAqTyeo4_L/

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