Dalla Garbatella a Kyoto in bici: la pedalata di Leo / Tappe di montagna verso il Pamir [9]

di Claudio D’Aguanno

C’è una formula della fisica classica che mette d’accordo la meccanica di tanti ingranaggi con l’energia spesa sui pedali ma la potenza di quella macchina che chiamiamo bicicletta non è solo una questione di watt o di quanti più giri al minuto quella leva generosa battezzata pedivella trasmette alle ruote. La camminata di Leo verso oriente è molto di più. E la traccia che lascia sull’asfalto di posti lontani è piena di tante cose: dalle immagini colte in giro ai racconti pieni d’umanità delle persone che incontra. L’avevamo lasciato nel numero di marzo a metà strada tra la Cappadocia e il Mar Nero. Lo ritroviamo migliaia di chilometri più in là oltre i confini dell’Uzbekistan, oltre la bellezza di città come Khiva e Bukhara e Samarcanda, superata la valle di Panjakent e in sosta ora a Dushanbe capitale del Tajikistan ma con la bussola già puntata verso il Corridoio di Wakhan e i monti del Pamir: “L’idea che da queste parti sia passato Marco Polo – dice al telefono – mi piace. E poi la formula è sempre la stessa, avanzare a cuore aperto e con tanta voglia di conoscere. So bene che le difficoltà, non appena le pendenze saliranno, saranno maggiori ma con accortezza la Pamir Hight Way si può fare. Ora sto entrando in una zona remota del mondo. In Turchia ad un certo punto ho avvertito in pieno la sensazione che lasciavo l’Europa per un altro continente ma qui a venirmi incontro è proprio un’altra Asia, altri territori dove è la Natura che detta i suoi tempi e dove ogni suo segnale deve essere preso con grande attenzione.”

A dare ascolto al nostro “ciclista dei due mondi” la strada M34 nel tratto che va da Ayni a Dushambe è uno dei tratti più duri e infidi di questo territorio. “A casa – riprende Leo – ho mappato tutti i luoghi pericolosi. Quello che più mi spaventava era proprio il passo Anzob col suo tunnel. Salendo i tornanti lungo il fiume Varzob ho così conosciuto sia la bellezza di posti meravigliosi che la paura di non farcela. Una folata di vento con l’aria che furiosa si incanalava lungo le gole ha pure fermato la mia avanzata. Non riuscivo a procedere di un millimetro. E poi dopo m’aspettava questo tunnel della morte. Così lo chiamano. Cinque chilometri di galleria stretta e buia, con tratti allagati e senza ventilazione, una vera sfida pure se fatta in macchina. A me e la bici c’ha salvato il passaggio d’un camion anche perché di questi tunnel precari troppi ce n’erano prima di arrivare a Dushambe.” Qui Leo ha messo le tende in attesa di Dario un amico in arrivo dall’Italia. Assieme faranno strada almeno fino a Pechino. “Sì – riflette ancora – intanto pensiamo ai 900 chilometri per Murghab. Per il 20, salvo imprevisti, dovremmo esserci. Lì c’è un bivio. A nord per il Kirghizistan c’è il passo Ak-Baital un premio della montagna da 4655 metri. A est la Cina per il passo Kulma quota 4326. Ci sarà da pedalare e da studiare!”

Tiziano Terzani ha scritto che basta avere un filo da seguire per capire il mondo. E andando avanti di filo da intrecciare ce n’è molto. Qui anche i nomi delle pietre portano in dote la storia del secolo breve. Cime che hanno cambiato certificato anagrafico come il Picco dedicato al filosofo e medico persiano Avicenna (Ibn Sina) un tempo battezzato Lenin. E altre vette rimaste invece ferme in memoria di Marx, di Engels e -“tacete oratori”- del poeta Mayakovskji. Molte statue sono cadute dal ’91 in poi. A Dushambe, lo racconta sempre Terzani, la statua del capo della rivoluzione del ‘17 fu la prima ad essere abbattuta. A Murghab sul Gorno-Badakhshan, nome sovietico del Pamir, invece resiste. È all’ingresso del polveroso paese, 3650 metri di altitudine difficili da salire anche con il pacco pignoni a dieci velocità e i muscoli allenati a spingere, che si vede un enorme Lenin tutto in bianco e con la destra a mano aperta rivolta ancora al sol dell’avvenire. O più semplicemente a salutare chi trova la forza di arrivare lassù.

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