Una storia da strappare all’oblio

Raffaella Chiatti: Infermiera partigiana

di claudio D’AGUANNO

Non sono molte le donne che hanno avuto degno riconoscimento per il ruolo svolto nella lotta di Liberazione. Nella disputa dei numeri, che rende a tutt’oggi incerta l’esatta consistenza dell’opposizione armata al regime fascista, la presenza femminile ha spesso subito il peso d’una minore considerazione ovvero d’una sua riduzione a ruoli marginali o subalterni.
Rileggere oggi le motivazioni delle onorificenze consegnate alle gappiste di via Rasella può pure riempire d’orgoglio, ma in tante frasi belle, per quanto zeppe della retorica resistenziale del tempo, è possibile rintracciare il difetto d’una memoria non sempre
all’altezza. E’ premiato come “virile” il contegno di Maria Teresa Regard detenuta a via Tasso e sempre “virile” è il coraggio con cui Lucia Ottobrini, Marisa Musu e Carla Capponi, si “battevano a fianco dei compagni di lotta”. Per compensazione si è finito invece per sminuire l’apporto delle tante, che scelsero di interpretare nelle forme più diverse la loro avversione al regime. “I riconoscimenti partigiani — ha recentemente ricordato Margherita Becchetti, ricercatrice del Centro studi Movimenti- sono tutti maturati nell’Italia del dopoguerra e risentono dell’influenza culturale di quella società maschilista e piena di pregiudizi che era l’Italia del ‘45 […] A richiederli peraltro furono soprattutto uomini cioè i mariti, i fratelli o figli, di tante donne che pur senza imbracciare un’arma scelsero bene da che parte stare.” Del resto poi, una volta distribuite le credenziali di patriota a militanti attive nella lotta antinazista, quasi sempre su di loro è calato il velo della dimenticanza, dell’oblio, della distrazione istituzionale.
Una storia esemplare in questo senso è quella di Raffaella Chiatti. Di professione infermiera, la Sora Lella del lotto 7 alla Garbatella ha già un’età avanzata quando le vicende della guerra la vedono coinvolta.
E’ nata nel 1904, quando il nome del quartiere giardino era solo un’indicazione toponomastica, e i suoi quarant’anni all’indomani dell’8 settembre fanno di lei la veterana di quel gruppo di giovani gappisti che agisce sul quadrante Ostiense. Il suo lavoro alla Croce Rossa la esenta dalle ferree regole del coprifuoco e lei si presta alla perfezione per il ruolo di staffetta. La sua casa poi, in quella Via Sant’Adautto dove abita e che è un piccolo borgo quasi separato dal quartiere, s’affaccia su via delle Sette Chiese, a ridosso del ponticello che collega a piazza Brin, offrendo un punto di osservazione prezioso sulla strada di accesso al quartiere. Raffaella così finisce per ricoprire un ruolo che va al di là della “postina partigiana” mettendo spesso a rischio la sua personale incolumità.
Documenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, datati settembre 1947, certificano la sua scelta di campo, ma in seguito a ricordarla sono solo le memorie sparse dei suoi compagni. Libero Natalini, in occasione di un incontro pubblico in Villetta, lo fa rievocando il rastrellamento operato il 13 marzo ’44 dalla banda Koch a Garbatella: “a casa del Cipolla, cioè Gastone Mazzoni, s’era riunito il gruppo operativo per programmare altri sabotaggi.. fu Lella a andare in giro di notte per avvisarci del rastrellamento e a darci l’opportunità di non essere presi…”.
Altre voci della VII Gap concordano: “Alla Romana Gas uscivano gli spezzoni che poi si riempivano di polvere nera balistite e s’usavano per far saltare le salmerie dei tedeschi all’Ostiense.. nel trasporto Lella ha svolto un ruolo molto prezioso..” Raffaella Chiatti è di fatto l’unica donna nel gruppo eppure la cosa in tempi recenti ha trovato spazio solo per merito degli interventi di Cosmo Barbato e Gianni Rivolta, che nelle loro ricerche non mancano di citarla: “Alla Garbatella operava la cosiddetta settima zona Gap. Ricordiamo solo alcuni nomi: Mario Bernardi, Gastone Mazzoni, Giuseppe e Orlando Lombardi, Libero Natalini, Mario e Alberto Polimanti, Giovanni Maroni, Elio Brini, Silvio e Andrea Coltellacci, Fernando Proietti, Reval Romani, Angelo Gloriani, Raffaella Chiatti, Renato Peret, Paride Mobile, Marcello Vari, Maceo Moretti, Garibaldi Dodici, Lamberto Cristiani.” (così Cosmo Barbato su resistenzaitaliana.it).
In tanti anni, tra celebrazioni ufficiali e memorie mancate, a farla tornare al centro delle cronache sarà purtroppo un evento tragico. I giornali parlano di lei il 23 gennaio 1993. Il giorno prima, vittima di un’aggressione in casa per opera certamente d’un balordo che voleva rapinarla, la Sora Lella muore per soffocamento. Ha da poco compiuto 89 anni e nel racconto della triste vicenda riportato sui quotidiani sono pochi quelli che la ricordano per il suo passato militante. Molti abbondano sui particolari del crimine. Qualcuno con affetto insiste sul lavoro da infermiera, che faceva da ragazza e che, nonostante l’età, continuava in qualche modo ancora a esercitare.
Oggi, a venticinque anni dalla sua scomparsa, il nome di Raffaella Chiatti non è ripreso in nessuna delle diverse iscrizioni che in giro per Garbatella ricordano i componenti delle formazioni comuniste, socialiste o di Giustizia e Libertà che qui operarono.
La sua vicenda però merita certamente più d’una citazione occasionale e una “targa d’inciampo” a lei dedicata sarebbe un più che giusto omaggio.
Un ricordo degno per lei e la sua storia di popolana, semplice e determinata, che al momento opportuno fece, da donna, la scelta più giusta.

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