“Un modello urbanistico e sociale che ha mantenuto un’ identità”

L’architetto Boeri e la Garbatella

di Gianni Rivolta

“Un piccolo miracolo di vivibilità ” così l’ ha definita  Stefano Boeri, l’ architetto milanese progettista del famoso Bosco verticale nel capoluogo lombardo, in una recente intervista a Formigli  nella trasmissione tv Piazza Pulita. Un tributo non di poco conto considerata l’autorevolezza del personaggio.

Non è la prima volta che l’architetto Boeri apprezza la  Garbatella, lo fece qualche tempo fa in occasione di un reportage su Rai news 24. Lo incontrai proprio in quell’occasione in Villetta, la storica casa della Sinistra nel quartiere iacp, Sembrava  incantato dai rossi e dagli ocra delle casette, meravigliato dalla sua socialità, dai cortili e dalle sue voci, stupito dell’energia sprigionata dai luoghi di incontro giovanili : l’hub culturale Moby Dick, la Villetta, i centri sociali di Casetta rossa e la Strada. Quella di Boeri non è che l’ultimo attestato di stima di intellettuali, artisti, registi e attori nei confronti del nostro quartiere. Diversi  lo hanno scelto come luogo di residenza e altri, come lo scrittore Erri De Luca, si sentono a casa e ci vengono sempre volentieri.

E’ d’obbligo quindi, proprio nell’anno del Centenario della sua fondazione, chiederci perché la Garbatella sia così amata non solo dai suoi abitanti, ma anche dagli “stranieri”. Abbiamo più volte affermato che il suo appeal  e la sua fama abbiano valicato i confini di Roma e dell’Italia. Infatti, non è raro incontrare tra le stradine e le piazzette del quartiere frotte di turisti con guida o studiosi provenienti dai più lontani paesi europei. Io credo che la magia sprigionata da questo luogo dipenda dalla sua Storia, dalla sua originale conformazione urbanistica e dalla sua socialità. La voglio ricapitolare per titoli: nasce come città giardino per gli operai della zona industriale dell’Ostiense, si sviluppa come borgata degli sbaraccati e sfrattati del centro storico a causa degli sventramenti operati dal piccone di Mussolini, diventa un quartiere popolare nel dopoguerra, che grazie ai grandi partiti di massa partecipa con dignità e autorevolezza alla vita sociale e democratica della città, conservandone la proprietà pubblica attraverso  l’Istituto case popolari di Roma. Già questo non è poco, ma non basta a spiegarlo.

Quando si frantuma la polarità tra produzione e residenza con lo spostamento dell’asse industriale dall’Ostiense verso la zona est della città, la Garbatella potrebbe essere travolta da processi di omologazione, di anonimato urbano. Come altri quartieri popolari semi-centrali potrebbe subire  fenomeni di gentrificazione, come Trastevere e Testaccio,  o subire quelli di emarginazione subendo forti flussi di immigrazione. Questo non succede perché la proprietà pubblica e poi l’alienazione delle case agli ex assegnatari Iacp permette un graduale  ricambio generazionale tutto interno alle stesse classi sociali, con pochi inserimenti esterni , arginando o assorbendo la pressione sui confini del nucleo storico. Buone agenzie educative, come i licei Socrate e Borromini, fanno la loro parte consentendo la crescita di una nuova generazione di cittadini consapevoli e lo sviluppo di una rete diffusa di associazioni culturali e sportive.

Con la crisi dei partiti di massa è proprio questa nuova generazione ad entrare in campo e a dare nuova linfa alla vita democratica del territorio. Ne contamina le istituzioni di prossimità, il Municipio, e impedisce processi degenerativi e speculativi all’interno del territorio storico. Promuove la cura dei beni comuni e della sua comunità difendendone la composizione sociale. Uno dei passaggi cruciali è certamente l’entrata in campo, agli inizi degli anni Novanta, della Terza Università  che occupa numerosi edifici ex industriali e destina il Palladium ad aula speciale dell’ateneo. Il cerchio si chiude con l’apertura negli ex bagni pubblici del centro culturale Moby Dick, grazie all’intervento positivo della Regione Lazio e dello Iacp. Piazza Bartolomeo Romano diventa un vero e proprio campus universitario, dove nei gioielli fine anni Venti  dell’architetto  visionario Innocenzo Sabbatini  si muove una moltitudine di giovani  neo architetti, artisti, musicisti. Insomma diventa il “campo dei miracoli”, dove si respira l’orgoglio e un forte spirito di appartenenza e di identità, senza cadere nel mero e deteriore provincialismo.

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