Maria, pioniera della Garbatella
Un’eroina senza medaglie
Adelio Canali, l’autore del libro “La terrazza della Garbatella”, rievoca, attraverso la figura di una madre straordinaria, la storia della famiglia Cecilia, “deportata” nel 1936 al Quarto Albergo, una stanza per dieci persone. La sua commossa testimonianza di chi fu loro coinquilino e amico
di Adelio Canali
Eroi del quotidiano: non hanno nastri e medaglie da esibire. Sono quelli che costruiscono, amano, soffrono, si sacrificano e nessuno ne parla, anche se, attorno alla loro dedizione, è cresciuta e s’è specchiata un’intera generazione. Sono i pionieri, quelli che più si spendono per gli altri. Prima che se ne perda la memoria, voglio rievocare la figura di una donna speciale. Si chiamava Maria Ciarniello vedova Cecilia, un personaggio nemmeno tanto minuscolo nella storia della Garbatella. …..
Maria, pioniera della Garbatella
Un’eroina senza medaglie
Adelio Canali, l’autore del libro “La terrazza della Garbatella”, rievoca, attraverso la figura di una madre straordinaria, la storia della famiglia Cecilia, “deportata” nel 1936 al Quarto Albergo, una stanza per dieci persone. La sua commossa testimonianza di chi fu loro coinquilino e amico
di Adelio Canali
Eroi del quotidiano: non hanno nastri e medaglie da esibire. Sono quelli che costruiscono, amano, soffrono, si sacrificano e nessuno ne parla, anche se, attorno alla loro dedizione, è cresciuta e s’è specchiata un’intera generazione. Sono i pionieri, quelli che più si spendono per gli altri. Prima che se ne perda la memoria, voglio rievocare la figura di una donna speciale. Si chiamava Maria Ciarniello vedova Cecilia, un personaggio nemmeno tanto minuscolo nella storia della Garbatella.
Era approdata al Quarto Albergo, il famoso Lotto 44, nel 1936. Ce l’avevano mandata (anzi, deportata) le autorità del tempo. Faceva parte degli abitanti del quartiere che si raccoglieva tra le pendici del Campidoglio e il Teatro di Marcello.
Per allargare la strada e dare più risalto ai ricchi resti archeologici di quell’area, ai residenti rubarono la casa e a qualcuno anche il lavoro (mio nonno perse il suo negozio, non si riprese più, morì di crepacuore). L’amministrazione fascista fece sparpagliare la gente verso l’estrema periferia della città: Tiburtino III, Primavalle, Garbatella. Maria era vedova, aveva appena 38 anni. Sul camion che raccoglieva le sue poche masserizie salirono in dieci. Con lei, la madre (nonna Rosa), il fratello e sette figli: Renzo, Arnando, Otello, Mario, Marcello, Giulia e quello che sarà il mio più caro amico di infanzia, Giorgio.
Insieme saranno parte attiva della Villetta, mente e cuore del PCI della Garbatella. La loro difficile condizione li orienterà verso un serrato impegno sociale e politico.
Scala GH, vi si affacciavano 24 miniappartamenti. Ricordo le lunghe chiavi di ferro battuto, Giravano rumorosamente. Quasi tutti lasciavano le porte dischiuse, si era tutti una grande famiglia: una tazzina di zucchero in prestito, qualche fiammifero e il bisogno si tramutava in un pretesto di incontro, in uno scambio di confidenze, consigli, incoraggiamenti.
L’affollamento può scatenare sindromi di insofferenza; e invece da noi scrisse belle pagine di solidarietà. Uno dei motori di questo bel vivere la comunanza era Maria. Risiedeva con gli altri nove componenti la sua famiglia in una stanza e cucina, una sola stanza! Immagino che i giovani d’oggi non riescano neppure a concepire un affollamento di questo genere, eppure era così, ci si adattava: gli eroi del quotidiano hanno attraversato sofferenze che hanno del sovrumano, e lo hanno fatto con un coraggio ormai inconcepibile. Il fratello di Maria uscì presto di scena, lo sorpresero durante l’occupazione tedesca con una copia dell’Unità in tasca, lo deportarono, se ne perse traccia: allora bastava così poco per scatenare la repressione più spietata, certi uomini erano diventati belve.
Aveva un lavoro fisso la signora Maria, era portalettere. Viveva al quinto piano, la mia famiglia abitava al quarto. Nella mia memoria si affollano le immagini come di un film: lei che sale e scende le scale sempre più pesantemente, con il borsone della posta a tracolla, con gli anni che, in un crescendo, gravano sempre più sul suo fisico, i passi lenti, la fatica velata sempre da un sorriso.
Madre? Non solo, anche padre: utenze, bollette, scuola dei figli, rammendi, supporto per gli studi, ricevimento dei maestri… Era il cuore e la
spina dorsale della sua piccola comunità familiare. Incarnerà generosamente il suo ruolo fino all’ultimo dei suoi giorni. Quando i suoi ragazzi saranno ormai adulti, sposati, padri a loro volta, magari era giusto aspettarsi che Maria alleggerisse il suo impegno, l’età avanzava, gli acciacchi pure. E invece no, lo intensificò, tante nuove persone sembrava caricarla di rinnovata energia. Restava il cemento di affetti realmente temprati, messi alla prova da mille vicissitudini spossanti e dolorose.
Quando la guerra ebbe fine e gli americani cacciarono i nazisti, io caddi ammalato, tifo e polmonite; chi te la dava la prevenzione, la possibilità di diagnosi precoci? La signora Maria passava a farmi le iniezioni di penicillina, il primo antibiotico, il primo salvavita per tante malattie prima incurabili. Ricordate quelle siringhe di vetro dentro bollitori di alluminio? I meno giovani sanno che la penicillina andava maneggiata con cura e iniettata con pazienza, lasciava brutti lividi dolorosi. All’ ora giusta, eccola venire da noi: se ne ricordava sempre lei, ci batteva sul tempo. Dare , aiutare, farsi carico d’assistere e soccorrere familiari e coinquilini erano le faticose regole della sua vita rispettate con una generosità difficilmente eguagliabile.
Della famiglia Cecilia ricordo in particolare Giorgio, il mio compagno di giochi. Ho rievocato questa cara amicizia infantile nel mio libro “La terrazza della Garbatella”. Erano tempi in cui la fantasia faceva le veci di giocattoli, cinema, giornalini, centri sportivi. Ho ricordato – e voglio ancora ricordare – quando ci siamo procurati un blocco di ghiaccio e lo abbiamo rotto con un sasso e poi lo abbiamo addentato, era buono come sono buone le sorprese, ci sembrava un torrone gelato. Potenza della suggestione.
Abbiamo condiviso momenti anche faticosi, le lunghe file per acquistare le pochissime derrate disponibili, la cerca nei campi di erbe commestibili. Siamo cresciuti insieme. Aveva tanta passione, ma non un grande talento per la musica. Gli insegnai qualche accordo sulla chitarra, gliene regalai una; qualche volta mi accompagnava mentre suonavo il violino.
Siamo rimasti amici fino a quando prematuramente se ne è andato lasciandomi un vuoto incancellabile. Nel 1955 con la mia famiglia mi trasferii in un’altra abitazione pur restando nel quartiere. Lasciammo la comunità della scala GH. Ci lasciai un pezzo di cuore.
Pochi anni dopo – era il 1962 – stavo facendo i preparati per le mie nozze. Mi raggiunse a lavoro una telefonata di mio padre. Mi comunicava che la signora Maria era venuta a portarmi il suo dono, un servizio da caffè. Papà lo mise in mostra al centro di tutti gli altri regali, aveva un’importanza particolare: era la conferma della perdurante coesione della vecchia comunità della scala GH, ma anche e soprattutto della grande generosità della donna, della nobiltà del suo cuore che attribuiva preminenza ai buoni sentimenti.
Andai di persona a ringraziarla. Con l’occasione mi diede i suggerimenti che le mamme danno ai figli al momenti in cui prendono il volo.
Ebbi la triste premonizione che sarebbe stato l’ultimo incontro. E purtroppo fu proprio così. I regali di nozze, si sa, dopo qualche tempo non hanno nome, si perde la memoria di chi li ha fatti. Io conservo ancora quel servizio da caffè e sono passati cinquant’anni!
Estate del 1971: l’ ACEA, dove lavoravo, mi spedisce a Milano, per un corso di aggiornamento. In albergo squilla il telefono, è mio padre.
Mi comunica il decesso della nostra indimenticabile amica. La morte l’aveva raggiunta al Lido dei Pini, dove si trovava presso la figlia Giulia.
Ai funerali i figli si strinsero attorno al feretro piangendo senza ritegno.
Erano mariti, moglie, genitori a loro volta.
Ma avevano netta la sensazione del venir meno del pilastro della loro vita. Se ne andava per loro un riferimento fermo e amatissimo. Se ne
andava per tutti noi un pezzo di storia, un pezzo di vissuto, una figura che aveva lasciato un segno forte in chi aveva avuto la fortuna di sperimentare la sua saggezza e la generosità del suo cuore.
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tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Marzo 2012







