“La democrazia si salva dai quartieri” intervista a Luciana Castellina

Crisi della partecipazione democratica, potenzialità dei quartieri, necessità di creare una società civile europea. Di questi temi ci ha parlato Luciana Castellina, a margine di un dibattito che si è tenuto alla Villetta all’interno del festival Visionaria, nella serata di sabato 6 settembre.
Giornalista, scrittrice, parlamentare italiana per tre legislature ed europea dal 1979 al 1994, cofondatrice de “Il Manifesto” nel 1969 e direttrice di “Liberazione” negli anni Novanta, la Castellina ha dato una propria lettura dello stato attuale delle democrazie. Non solo: ha ribadito l’importanza dei quartieri come motore propulsore di una “riqualificazione della sovranità popolare”, lanciando una sfida alle realtà locali, le uniche in grado di arginare il fenomeno dell’astensionismo che porta all’affermazione di governi autoritari. Una risposta al nazionalismo, dunque, che può venire solo dal municipalismo. A patto, però, che la politica si allontani da simbolismi avulsi dalla realtà, e che le comunità locali non perdano di vista il panorama internazionale.

Luciana Castellina, lei ha detto che la politica rischia di muoversi esclusivamente su un piano simbolico. Quali sono i rischi di questo modo di procedere?

Volevo dire soprattutto che bisogna stare attenti. Facendo discorsi simbolici si rischia di non rendersi conto che questo mondo è in una piena fase di transizione, e che sta affrontando due questioni drammatiche. La prima è la scoperta dell’emergenza ecologica, che impone di pensare a tutti i problemi in modo diverso da come tradizionalmente si è fatto. Faccio uno degli esempi più lampanti: la casa. Oggi non si può lottare per la casa senza sapere che non è più possibile cementificare la terra. La terra europea non è più sufficiente a produrre il cibo necessario per gli stessi abitanti europei, motivo per cui il 25 per cento dobbiamo acquistarlo da fuori. Questo dice tutto su quanto il problema della cementificazione sia serio. Non si può più lottare per la casa come si faceva cinquant’anni fa, costruendo nelle periferie enormi territori urbanizzati.

Il secondo problema a cui accennava?

È la crisi profonda delle democrazie, che ha tante cause. La democrazia liberale, che certamente è stata importante, perché ha dato un margine di possibilità di intervenire nelle deliberazioni attraverso i parlamenti e i partiti, oggi è esangue. Uno strumento che veicola la società civile verso le istituzioni non c’è più. Il rischio è che la democrazia in quanto tale sparisca, se non si pensa immediatamente a come riqualificare la sovranità, il che vuol dire riportare la sovranità in mano ai cittadini. Da qui la rivalutazione del ruolo dei quartieri diventa cruciale.

A proposito di quartieri, in che modo si evita che il municipalismo diventi “comunitarismo”, e che le realtà locali si chiudano in se stesse ignorando i problemi nazionali e internazionali?

Attraverso i consigli di quartiere. C’è bisogno di un potere locale che elabori proposte applicabili anche sul resto del mondo. Nei territori dell’Unione Europea sarebbe importantissimo cercare di costruire una società civile europea, che al momento non esiste.

Qual è la via per crearla?

Non esistono programmi di scambio internazionale, salvo per gli studenti che vanno in giro con l’Erasmus. Bisognerebbe introdurli.

Lei ha parlato di “Erasmus degli spazzini”: può spiegarci questa espressione?

Perché non è possibile fare un Erasmus degli spazzini? La Garbatella potrebbe entrare in contatto con un quartiere simile a Barcellona, e insieme si potrebbe discutere di problemi comuni come la raccolta della spazzatura. Faccio l’esempio degli spazzini, ma vale per qualunque mestiere. Penso anche agli insegnanti: perché possono fare scambi culturali solo gli studenti e non gli insegnanti? Lo scambio delle esperienze dei lavoratori è un modo per sviluppare una mentalità internazionale, ma a partire dalle esperienze reali dei singoli quartieri. In Europa esistono esperienze di lotte simili, ma non pienamente condivise. Ognuno parla di reddito di cittadinanza, ma esistono decine di proposte diverse a riguardo, anche all’interno dell’Unione Europea. Questo non è pensabile. Dobbiamo creare una società civile europea, un’Europa più solidale.

Cosa possono fare i quartieri allo stato attuale delle cose?

C’è un concetto espresso da Carlo Marx molto importante: prima di tutto viene l’inchiesta. Mettere insieme un gruppo in cui ci siano giovani e anziani che comincino a pensare, in un quartiere come Garbatella, a quali spazi possano essere resi pubblici, a come si possano creare comunità energetiche o a come aumentare il numero di abitazioni, come si possa provvedere ai bambini e agli anziani ammalati, in modo da consentire alle donne di essere comunque libere di lavorare. Non basta dire che ci sono gli asili nido: se i bambini si ammalano le madri sono costrette a restare a casa. Insomma, bisogna ripensare insieme a tutta l’organizzazione della vita.

A proposito di realtà locali, lei ha conosciuto il sindacalista di Garbatella Natale di Schiena. Che ricordo ha di lui?

Conoscevo Natale di Schiena, che tutti chiamavano Natalino. È stato uno dei primi militanti del Manifesto, e lo consideravamo uno dei nostri. Era da tanto tempo che non lo vedevo, poi ho letto proprio su Cara Garbatella che l’anno scorso è morto.

Maria Jatosti e Luciana Castellina nel cortile della Villetta
Maria Jatosti e Luciana Castellina nel cortile della Villetta

Che rapporto ha con la Garbatella?

È un quartiere in cui sono accadute tante cose. Non ci ho mai vissuto, però è un posto in cui si sono sempre fatte iniziative particolari. Nel 1970 si è fatta una manifestazione contro il consiglio generale della Nato. È una giornata che ricordo benissimo: Il Manifesto era stato appena fondato, noi partecipavamo alla manifestazione, siamo stati aggrediti dalla polizia, e ricordo che abbiamo corso per tutto il quartiere. Ricordo in particolare Aldo Natoli, anche lui presente alla manifestazione. Ho un ricordo vivissimo della corsa per il quartiere in fuga dalla polizia.

(La foto in apertura è stata scattata da Francesca Della Ratta)

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