Il fascino del Natale tra miti e storia. Un grido si levava lungo il Nilo: “Esultate, la vergine ha partorito” Non era il 25 dicembre e non siamo nel 2005

Il fascino del Natale tra miti e storia. Un grido si levava lungo il Nilo: “Esultate, la vergine ha partorito”

Non era il 25 dicembre e non siamo nel 2005

di Cosmo Barbato

Torna la festa più bella e più attesa. Torna quell’appuntamento che richiama i sentimenti affettivi più profondi dell’ambito familiare. Torna la festa dei bambini, con le luminarie, i giocattoli, i dolci. Come sempre la Garbatella veste le penne del pavone, sfavillante nelle vetrine addobbate che sembrano voler esorcizzare le preoccupazioni per un futuro sempre più incerto.
Che cos’è che fa apparire magica la notte tra il 24 e il 25 dicembre? …..

Il fascino del Natale tra miti e storia. Un grido si levava lungo il Nilo: “Esultate, la vergine ha partorito”

Non era il 25 dicembre e non siamo nel 2005

di Cosmo Barbato

Torna la festa più bella e più attesa. Torna quell’appuntamento che richiama i sentimenti affettivi più profondi dell’ambito familiare. Torna la festa dei bambini, con le luminarie, i giocattoli, i dolci. Come sempre la Garbatella veste le penne del pavone, sfavillante nelle vetrine addobbate che sembrano voler esorcizzare le preoccupazioni per un futuro sempre più incerto.

Che cos’è che fa apparire magica la notte tra il 24 e il 25 dicembre?
E’  magica perché si celebra in quelle ore il Natale cristiano, perché è la notte in cui si ritiene sia nato Gesù?
Ma perché allora questa data appariva magica fin da quando ci giungono le testimonianze di un più lontano passato? Almeno cinque secoli prima della leggendaria apparizione della cometa, sulle sponde del Nilo quella notte si levava un grido: “Esultate, la vergine ha partorito, rinasce la Luce”. Era l’annuncio del Natale di Horus. I simulacri della dea madre, Iside, col piccolo in grembo o attaccato al seno, venivano portati in processione verso i campi, di notte, al lume delle torce.
La vicenda del Natale, pur completamente storicizzata, non perde nulla del suo fascino e del suo straordinario potere evocativo. Dall’ora 0 del 21 dicembre di ogni anno le giornate cominciano di nuovo ad allungarsi. L’asse intorno a cui ruota il nostro pianeta comincia a modificare la sua inclinazione rispetto al sole: da quel momento ha inizio la nuova stagione. L’eterno ritmo della natura, dopo averci fatto toccare il fondo delle giornate buie, riprende il suo ciclo verso la luce, verso il calore. Nel grembo oscuro della madreterra i semi cominciano ad aprirsi e a germogliare. Si rinnova il fenomeno della vita, è la grande festa del risveglio, della fecondità.
Per gli antichi questo giorno – che noi chiamiamo solstizio d’inverno e che segna il vero inizio del nuovo anno – cadeva il 25 dicembre. Da quando? Probabilmente dalla più remota antichità, forse dal primo giorno in cui gli uomini si accorsero che in questo periodo, col riallungarsi delle giornate, riprendeva con la rivoluzione delle stagioni la corsa verso la fioritura di primavera Tracce di celebrazioni natalizie si
trovano, intorno alla data del 25 dicembre, presso le primitive religioni persiane, fenice, siriache. In tutti gli angoli della terra nei giorni del
solstizio d’inverno le forze naturali legate ai fenomeni rigenerativi si identificavano con il mito di una deamadre che partorisce un bambino,
dio o eroe o santo, la cui nascita veniva ad assimilarsi con quella del sole, per garantire agli uomini un nuovo anno di vita.
A Roma le feste d’inverno erano collegate a Saturno, il vecchio dio latino dell’agricoltura. I Saturnali iniziavano il 19 dicembre e si prolungavano fino al 25. Erano feste di gioia, di rigenerazione, di speranza. Si rinnovavano i patti agrari e si esprimeva, con pagana libertà, l’allegria per la fine del periodo in cui tutto muore e per l’inizio della stagione delle nascite.
Nel periodo imperiale culti solari si affermarono in Roma, probabilmente portati dai soldati delle legioni reclutate in Siria o da schiavi importati dall’Oriente. Ma già nell’ultimo mezzo secolo prima di Cristo si era cominciato a diffondere un culto del Dio Sole, destinato a divenire religione dell’impero. Il dio solare che ebbe a Roma maggior fortuna fu inizialmente quello originario della città di Emesa (Homs) in Siria: ricevette il nome latino di Deus Sol Elagabalus. Il primo imperatore che ne accolse il culto fu Settimio Severo (193-211), che aveva sposato Giulia Domna, figlia del gran sacerdote del dio di Emesa. Un suo successore si chiamò addirittura Elagabalus (218-222) e fu insieme imperatore e gran sacerdote. In quel tempo le feste del solstizio d’inverno si tramutavano in orge, per accompagnare le nozze del dio con la dea vergine d’origine nordafricana Juno Coelestis, strana “madonna” il cui mito celebrava più che la maternità il sesso.
Una generazione più tardi, quel 25 dicembre diventerà il Natale del Sol Invictus. Il nuovo culto, assommante gli attributi del dio di Emesa a quelli del supremo dio di Palmira, fu introdotto dall’imperatore Aureliano (272-275) che al dio Sole eresse un grandioso tempio nel Campo di Agrippa (attuale Piazza San Silvestro): naturalmente fu inaugurato un 25 dicembre.
Ma a Roma già dalla fine del 1° secolo a.C. un altro culto solare di lontana origine persiana, quello di Mitra, si andava diffondendo, fino a diventare un serio concorrente del cristianesimo. Il 25 dicembre fu la festa della sua nascita, il giorno in cui il dio rinasceva dalla roccia per uccidere il toro, presentandosi, nel mistero dell’atto sacrificale, come salvatore e redentore di un’umanità stanca, capace di riporre le sue speranze unicamente nel culto esoterico esaltante la potenza fecondatrice dell’uomo. Il mitraismo, in un periodo di profonda crisi della società romana, fece molti proseliti, parallelamente al cristianesimo con il quale aveva in comune un progetto di salvazione. Si comprende
perché poi fu duramente perseguitato dal cristianesimo quando quest’ultimo, alla fine del IV secolo, si coalizzò col potere politico.

Ed ora veniamo al Natale cristiano. La capacità del cristianesimo di inserire nella sua liturgia le preesistenti tradizioni costituisce un interessante capitolo della storia delle religioni. Così la festa della Dea Fortuna celebrata il 24 giugno divenne la festa di San Giovanni; la festa di Romolo e Remo, mitici fondatori di Roma, celebrata il 29 giugno, divenne la festa dei rifondatori Pietro e Paolo. Allo stesso modo il giorno natalizio del dio solare d’Egitto, della Siria e della Persia venne adottato come Natale cristiano.
Alle origini la tradizione tendeva a indicare la nascita di Gesù in un giorno di primavera. Clemente di Alessandria (scrittore greco cristiano morto nel 215) l’aveva fissata al 19 aprile, altri al 18 dello stesso mese, altri ancora al 29 maggio o al 28 marzo. Le prime tracce fissate al 25 dicembre si incontrano intorno al Terzo secolo e il definitivo affermarsi non senza contrasti di quella data risale alla metà del Quarto. Ad Antiochia fu introdotta nel 375 e in Alessandria dopo il 430.
La data del 25 dicembre fu dunque ufficializzata solo dopo molte discussioni e dopo complicati assurdi calcoli. Fu giustificata calcolando gli
anni di Cristo a ritroso, partendo cioè dalla cifra mistica di 33, quanti sono gli anni che Gesù avrebbe trascorso sulla terra. Poiché la morte di Cristo era stata inizialmente indicata a un 25 marzo, presumendo che essa fosse accaduta esattamente 33 anni dopo il suo concepimento, che quindi veniva fissato anch’esso a un 25 marzo, la nascita non poteva essere avvenuta che nove mesi dopo il concepimento, cioè il 25 dicembre. E’ evidente che la nuova religione doveva tener conto di tutto il preesistente materiale di credenze, di miti, di leggende ormai profondamente stratificato nella cultura popolare. Si trattava anzi di ereditare quel patrimonio e di inserirlo nella propria tradizione.
Con la scelta del solstizio d’inverno (appunto il 25 dicembre nel calendario romano) il Natale di Cristo (il “nuovo Sole” di San Cipriano) fu adattato al dies natalis del Sol Invictus, senza nulla togliere alla sacralità mistica della principale festa della religione cristiana. C’è da aggiungere che anche l’anno della nascita di Gesù è controverso. Già nei primi secoli del cristianesimo i fedeli ne avevano un’idea molto vaga. E’ da premettere che, fino alla fine del V secolo d.C. e anche oltre, il calendario in uso continuava ad iniziare dalla mitica data della fondazione di Roma. Il compito di fissare esattamente l’anno di nascita di Gesù fu affidato dai pontefici romani a un dotto monaco della Scizia, Dionigi il Piccolo. Egli, intorno all’anno cristiano 525, dedusse che Cristo doveva essere nato nell’anno 753 del calendario romano.
Ma Dionigi aveva sbagliato i calcoli. L’evangelista Matteo narra infatti che Gesù nacque durante il regno di Erode, il tiranno che avrebbe ordinato la strage degli innocenti. Ed è accertato che Erode morì nel 749 del calendario romano, cioè nel 4 a.C.
L’evangelista Luca a sua volta riferisce che Gesù vide la luce a Betlemme, luogo originario della famiglia, perché Giuseppe e Maria vi si erano recati da Nazareth per farsi registrare in occasione del censimento di Augusto, che però avvenne nel 745 del calendario romano, cioè nell’8 a.C.
La data esatta della nascita di Gesù resta dunque un mistero. Con molta approssimazione può essere indicata intorno al 747 di Roma, cioè intorno all’anno 6 prima della nostra era. Dunque, non saremmo nel 2005 bensì, forse, nel 1999. Ma che importanza ha per la fede una data? Per chi crede conta solo che, da un certo giorno, anche se non ben identificato, l’umanità abbia avuto un messia, un salvatore. Il 25 dicembre, con la sua mitica carica evocativa, assolve in pieno questo compito.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 2 – Dicembre 2005

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