Dalla Garbatella a Kyoto in bici: la pedalata di Leo / Un salto in Cina a Kashgar e poi direzione nord ritorno in Kyrgyzstan [11]

di Claudio D’Aguanno

Alla scadenza del quinto mese, tra una spinta oltre i tremila e un cambio marcia in discesa, ecco all’orizzonte il profilo di Kashgar o Kashi: città della provincia autonoma dello Xinjiang. La via della Seta ora parla cinese e a seguire i racconti di Leo a tratti sembra quasi una scampagnata fuori porta mentre in diversi passaggi c’è la scoperta, per quanto aggiornata in chiave moderna, della civiltà delle carovane e delle sue nuove catene produttive. Al passo di Irkeštam per lasciare il Kirghizistan c’è una lunga e interminabile fila di Tir bloccata per i visti al confine. La bicicletta passa uno dopo l’altro i mostri divoratori di strade. “Non credo ai miei occhi -commenta il nostro ciclista superandoli a sinistra- qui i camion stanno facendo una fila di decine e decine di chilometri. Che situazione assurda! I grandi mezzi meccanici tutti fermi e quasi tutti vuoti in attesa di andare a riempirsi di merci. E intorno distese enormi circondate da montagne dove branchi di cavalli scorazzano liberi.”

Alcuni scenari sulla pista per Kashgar richiamano il viaggio di Marco Polo. “Cascar -racconta Il Milione- un tempo regno indipendente, è ora sottoposta al Gran Kan. Le genti adorano Maometto, vivono in castelli e città delle quali la più nobile e grande è Cascar, posta fra greco e levante. Vivono di mercanzia e di arti. Hanno deliziosi giardini belle vigne e bei poderi. Nasce qui molto cotone e anche lino e canapa. Da questa contrada partono numerosi mercanti che vanno per il mondo con i loro traffici: c’è da dire però che sono gente avara e miserabile: mangiano male e bevono male. In questa contrada vi sono anche cristiani nestoriani che hanno una loro chiesa e una loro regola religiosa; e il linguaggio è diverso dagli altri.” Quello del XIII secolo era appunto il tempo dei mercanti e dei guerrieri, dei forti movimenti religiosi che per secoli avevano sconvolto e ancor più sconvolgeranno quei territori immensi e distanti tra loro. Qui arriva la penetrazione turca e poi il khanato Dzunghar, popolo mongolo di religione buddista tibetana che la soppianta: “erano così tanto devoti -riflette con un filo di ironia Leo- che nel 1720 invadono pure Lhasa”. Quindi è l’ora dell’impero Qujng e poi a seguire le potenze impegnate nel Grande Gioco di fine ‘800.

Ma è soprattutto la Rivoluzione di Mao a colorare di rosso proposte di progresso e liberazione, di ordine e civiltà. Il passaggio di potere tra la Repubblica del Turkestan Orientale che aveva cacciato il Kuomintang e l’arrivo dell’Esercito Popolare di Liberazione comandato da Wang Zhen, veterano della Lunga marcia, è ricordato nella liturgia ufficiale come pacifico e conciliante. A distanza di 80 anni più di un dubbio è non solo legittimo quanto dovuto. Che il posto non sia tutt’oggi tra i più tranquilli della Cina è la stessa disputa sul nome a dirlo. Xinjiang letteralmente significa “Nuova Frontiera” ed è nome caro alla componente cinese Han della popolazione. All’opposto sono molti i sostenitori dell’indipendenza che alzano le bandiere celesti del Turkestan Orientale o, più comprensibilmente, quelli che rivendicano il titolo di Uyğuristan ovvero terra del popolo Uiguri. Sono loro la maggioranza da queste parti ma il dato statistico, direbbe un ministro forzaitaliota di casa nostra, “conta fino a un certo punto”. E lungo è infatti l’elenco dei momenti di tensione, delle repressioni violente e dei diritti stracciati, degli scontri con vittime: su tutti le giornate del luglio 2009 con centinaia di morti a Urumqi. E altrettanto lungo quanto irrisolto il dossier delle denunce sui cosiddetti “Centri di istruzione e formazione professionale” vere strutture “di rieducazione” per detenuti Uiguri ovvero campi di concentramento spesso finalizzati al lavoro forzato come riportato dalle associazioni umanitarie come Human Rights Watch o il Centro europeo per i diritti umani (Ecchr). Azzardare cifre è sempre complicato ma sono milioni i cittadini turcofoni di religione musulmana ad essere passati per queste “scuole” che col pretesto dell’antiterrorismo rievocano gli eccessi e gli orrori della Rivoluzione culturale (vedi, tra i tanti, Simone Pieranni su il Manifesto: Sorvegliare e punire. Il laboratorio sociale della Cina in Xinjiang).

Non mancano comunque, sulle strade di Kashgar, gli spunti su cui ragionare o le foto da scattare. Da citare due edifici in stile europeo. Il primo è il Chini Bagh Hotel, vecchia sede del consolato britannico che per 26 anni fu la dimora del console Sir George Macartney. Il secondo è la sede dell’ex consolato russo, oggi Hotel Seman, dove dimorò Nikolaj Fëdorovič Petrovskij, rivale di Macartney a Kasghar durante il Grande gioco. Ma forse volendo fissare la Cina d’oggi e il suo contraddittorio rapporto col passato rivoluzionario, uno scatto lo darei alla statua di Mao alta 18 metri (quasi quattro volte quella di Lenin lasciata a Murghab) e un altro alla lunga fila di Tir fermi alla frontiera e pronti al carico di marchi e brand di successo (Nike o Adidas, Apple o Samsung, ricambi Volkswagen o Tesla eccetera eccetera) tanti prodotti simboli dello sfruttamento feroce, stile socialismo di stato, linea Xi Jinping.

Di Cina e di modelli asiatici torneremo a ragionare ancora. Questa di Leo è solo la prima escursione nel “celeste impero” e la sua bici del resto corre già di nuovo oltre la frontiera. Dopo Turugart si sale e scende per passi sempre di alta quota. Kalmak Ashu Pass è 3447 metri sul livello del mare e apre la strada per il lago Son-Kul. “Siamo arrivati agli ultimi giorni di Kyrgyzstan -ragiona Leo- è ora di rallentare. Domani pedaliamo lungo i canyon a sud di Issyk Kul, poi ancora più ad est verso le terme di montagna. Il lago di Issyk era la terra di Manas re leggendario e simbolo dell’unità nazionale dei Kirghisi. È circondato da due catene montuose, una che va verso la Cina e l’altra verso il Kazakistan.” Le ultime sue note arrivano da Aksay il canyon dei fiumi dimenticati. E lì una iscrizione recita il mantra buddista Om Mani Padme Hum: “con compassione e saggezza si raggiunge l’illuminazione”. A suivre.

Per seguire la pedalata di Leonardo Scarton

Instagram: @leonthesilkroad

I video di Leonardo in Cina e ritorno in Kyrgyzstan

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