Casetta Rossa, dalla Garbatella a Calais: una missione umanitaria di frontiera

Nel Municipio Roma VIII si prepara una missione molto importante. Mentre le potenze del mondo costruiscono solo missioni di guerra, violenza e morte, la società civile organizza l’accoglienza, la diplomazia dal basso per la pace e il mutualismo come forma di solidarietà attiva. E lo fa dove sembra siano diventati solo territori di guerra: le frontiere.
Il 25 luglio un gruppo volontari partirà da Roma per raggiungere Calais e collaborare con Refugee Community Kitchen, una delle principali realtà attive sul territorio. Per una settimana i volontari lavoreranno al loro fianco nelle attività quotidiane di preparazione e distribuzione dei pasti e nel supporto alle persone in transito. Partiranno con un furgone e un van carichi di materiali raccolti attraverso una campagna di solidarietà. I fondi serviranno a coprire i costi del noleggio dei mezzi, del carburante, dei pedaggi e le altre spese necessarie per completare la missione.

Migliaia di persone bloccate tra Calais e Dunquerke

Calais, nel nord della Francia, si affaccia sullo stretto di Dover, ed è la città dell’Europa continentale più vicina all’Inghilterra. Da anni, in questa zona, associazioni e reti di solidarietà garantiscono ciò che le istituzioni negano: pasti, beni essenziali e supporto alle persone bloccate lungo la frontiera tra Francia e Regno Unito. Dopo lo sgombero della cosiddetta “Jungle”, migliaia di persone continuano a vivere tra Calais e Dunkerque in condizioni di estrema precarietà, sottoposte a sgomberi continui, private dell’accesso stabile ai servizi essenziali e bloccate in una condizione di sospensione permanente.
Ma Calais non è soltanto una città del nord della Francia. È una delle frontiere dell’Europa contemporanea dove il confine non è semplicemente una linea che separa due territori. Un luogo in cui si decide chi può muoversi liberamente e chi invece viene fermato, controllato, respinto o costretto ad attendere per mesi o anni. Si tratta di un sistema che vede nette distinzioni tra chi vede riconosciuti i propri diritti e chi invece ne viene privato. Un paradosso, se ripensiamo a quanto accaduto nel 1940 in questa zona dove gli alleati e gli inglesi misero in atto il salvataggio di 338.000 soldati accerchiati dall’esercito di Hitler. Fu una lotta necessaria, che permise alla civiltà europea di riorganizzarsi e di sconfiggere cinque anni dopo la barbarie nazifascista.
La missione non nasce quindi soltanto dal desiderio di portare un aiuto concreto, ma anche dalla convinzione che la solidarietà sia una risposta alla logica dei confini e che nessuna persona debba essere privata della propria dignità a causa del luogo in cui è nata, del colore della sua pelle, del genere a cui appartiene o del passaporto che possiede.

Non si tratta di beneficienza, ma di solidarietà

Le frontiere non sono luoghi lontani. Il modo in cui vengono costruite e normalizzate rischia di diventare un modello da riprodurre anche all’interno delle nostre società: nei luoghi di lavoro, nell’accesso all’istruzione, nelle periferie abbandonate, nella sanità sempre più diseguale. Per questo Calais riguarda tutti. Non si tratta di beneficenza, ma di solidarietà. I volontari di Casetta Rossa sanno benissimo che una settimana non cambierà la situazione di Calais. Ma credono che la solidarietà abbia valore quando si traduce in presenza, relazioni e azioni concrete. Per questo hanno deciso di partire.

Come sostenere la missione

Per sostenere questa missione è stata lanciata una raccolta fondi che servirà a coprire i costi di viaggio, il trasporto dei materiali e il supporto alle realtà che operano sul territorio. Ogni contributo può fare la differenza. Per partecipare a questa raccolta è sufficiente collegarsi a questo link  ed effettuare una donazione.

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