Ai tempi del dottor Ricci medico e non solo medico

Dal 1944 alla Garbatella, è morto dieci anni fa

Ai tempi del dottor Ricci medico e non solo medico

Consigliere e spesso consolatore dei suoi pazienti, per tanti di essi era semplicemente l’amico Lamberto.
Quarantacinque anni di professione svolti come una missione. Due volte fu candidato al Campidoglio nelle liste popolari.

di Cosmo Barbato

Alla Garbatella molti tra quanti hanno i capelli bianchi ricordano una figura popolare e amata dalla gente, il dottor Lamberto Ricci, medico della mutua, per tutti “Erdottoricci”, per molti semplicemente Lamberto, solo il nome, come confidenzialmente amava farsi chiamare dai suoi pazienti che  considerava suoi amici.

Non era l’unico medico che operava  alla Garbatella (ricordiamo i dottori Landone, Toti, Castellani, Mancini, Santopadre), ma era certamente il più amato, per la partecipazione che poneva nell’esercizio della sua professione e per il ruolo che svolgeva, oltre che di assistenza medica, di consigliere, spesso di consolatore di una umanità povera, assillata da problemi di sopravvivenza, aggravati dagli strascichi della guerra.
Era sbarcato alla Garbatella nel 1944, giovane laureando in medicina. E’ morto quasi dieci anni fa. …..

 

Dal 1944 alla Garbatella, è morto dieci anni fa

Ai tempi del dottor Ricci medico e non solo medico

Consigliere e spesso consolatore dei suoi pazienti, per tanti di essi era semplicemente l’amico Lamberto.
Quarantacinque anni di professione svolti come una missione. Due volte fu candidato al Campidoglio nelle liste popolari.

di Cosmo Barbato

Alla Garbatella molti tra quanti hanno i capelli bianchi ricordano una figura popolare e amata dalla gente, il dottor Lamberto Ricci, medico della mutua, per tutti “Erdottoricci”, per molti semplicemente Lamberto, solo il nome, come confidenzialmente amava farsi chiamare dai suoi pazienti che  considerava suoi amici.
Non era l’unico medico che operava  alla Garbatella (ricordiamo i dottori Landone, Toti, Castellani, Mancini, Santopadre), ma era certamente il più amato, per la partecipazione che poneva nell’esercizio della sua professione e per il ruolo che svolgeva, oltre che di assistenza medica, di consigliere, spesso di consolatore di una umanità povera, assillata da problemi di sopravvivenza, aggravati dagli strascichi della guerra.
Era sbarcato alla Garbatella nel 1944, giovane laureando in medicina. E’ morto quasi dieci anni fa.
Noi lo
incontrammo nel maggio 1990, quando già si era ritirato dalla professione e aveva addirittura cambiato casa, andando a stare all’Eur. Ci concesse una lunga intervista che pubblicammo su “La Gazzetta dell’Undicesima”, il periodico locale diretto da Gianni Rivolta che per anni fu la voce autorevole dei nostri quartieri e particolarmente della Garbatella.
Qui da noi la sua base fu a Piazza Pantera, dove c’era la sua casa e il suo studio, nelle case Mannocci (i Mannocci furono tra i pionieri della Garbatella, dove erano arrivati a metà degli anni Venti): aveva conosciuto nelle corsie delle cliniche universitarie la crocerossina Liliana Mannocci, che presto diventerà sua moglie. Proveniva dalla modesta famiglia di un maresciallo della finanza che abitava sulla Via Trionfale. A 16 anni perdette il padre, ma sia lui che la sorella seppero ben corrispondere ai sacrifici della madre che riuscì ad avviare entrambi agli studi universitari. Praticamente il periodo universitario coincise con quello del servizio militare: li svolse entrambi a Roma. Si sarebbe dovuto laureare nel 1944 se non ci fosse stato, dall’8 settembre del ’43, il cataclisma dell’armistizio e dell’occupazione tedesca. Si laureò dunque nel ’45 e subito dopo si specializzò in malattie dell’apparato respiratorio al Forlanini. In quel periodo Lamberto Ricci partecipò alla Resistenza nei gruppi di “Giustizia e libertà” che facevano capo al Partito d’azione
sciolto nel dopoguerra (allo stesso schieramento politico aderiva anche Enrico Mancini, abitante a Via Percoto, martire alle Fosse Ardeatine).
“Quelli erano tempi – ci raccontava nell’intervista di vent’anni fa – in cui il medico faceva di tutto.

Quanti bambini ho aiutato a nascere, quante volte le levatrici mi hanno chiamato d’urgenza per suturare una lacerazione. Allora le donne, specie quelle del popolo, partorivano in casa”. A quei tempi c’era ancora in giro tanta tbc: “Ne ho fatti di pneumatoraci terapeutici nel mio ambulatorio”. Dopo gli studi il dott. Ricci lavorò al San Camillo e poi al San Filippo Neri che allora funzionava come sanatorio degli ospedali. Quindici anni durò la sua esperienza ospedaliera che si accompagnava alla professione
libera che svolgeva quasi esclusivamente alla Garbatella. Poi preferì dedicarsi esclusivamente all’attività di medico di famiglia: “Medico e non solo medico – ci raccontava – ma spesso anche consigliere per le cose di casa, paciere, a volte consolatore. Quanta miseria c’era allora alla Garbatella. Come facevi a farti pagare la visita da quei diseredati che occupavano le cantine dell’Albergo Bianco o dell’Albergo Rosso ancora diroccati dalle bombe”.
Questo suo legame con la gente lo portò anche a partecipare attivamente alla vita politica e sociale del quartiere.
Due volte fu candidato alle elezioni
comunali di Roma: nel ’51 per la Lista cittadina nella quale si presentavano uniti socialisti, comunisti e indipendenti sotto il simbolo del Campidoglio (capolista era Francesco Saverio Nitti) e successivamente per il Partito socialista. La sua popolarità nel quartiere richiamava voti. Ma non potevano bastare i voti della Garbatella per eleggere un consigliere comunale, né in realtà egli aspirava a diventarlo. Tuttavia egli raccolse una notevole messe di consensi.
Egli era molto critico nei confronti della riforma del sevizio sanitario nazionale che in quegli anni si stava sviluppando. “I lavoratori – diceva – il servizio se lo pagavano e ricevevano un servizio più che dignitoso. Ora pagano ugualmente e anche di più ma ricevono un’assistenza insufficiente.
Ma quel che mi addolora di più è la burocratizzazione del rapporto medico-ammalato. In pratica la scomparsa del vero medico di famiglia.
Dei miei pazienti – raccontava – conoscevo tutta la storia clinica e anche quella dei loro ascendenti.

Di una famiglia in particolare sono arrivato a curare i membri di ben cinque generazioni, ultimo una ragazza che ora ha 15 anni. Giorni fa l’ho incontrata e le ho detto di sbrigarsi a mettere su famiglia. Così se camperò ancora qualche anno potrò vedere anche la sesta generazione”.
Gli anziani della Garbatella in molti ricordano quando “Erdottoricci” arrivava in bicicletta e successivamente in Lambretta a fare il suo giro delle visite per le case. Poi passò al Topolino. Ma quando l’ammalato giaceva in una delle baracche della vecchia Tormarancia bisognava proseguire a piedi. “Se poi aveva piovuto – raccontava il dottor Ricci – a “Shangai” nemmeno a piedi si riusciva a percorrere i viottoli melmosi della baraccopoli. Più di una volta mi è capitato che al capezzale dell’ammalato mi ci hanno portato ‘a cavacecio’ per non farmi impantanare”. “Del resto – ci raccontava – fuori del nucleo centrale della Garbatella c’erano solo acquitrini. Dove ora c’è la Circonvallazione Ostiense si impantanava l’Almone, che noi chiamavamo l’Acquataccio, e nella zona di Via Costantino c’era la marrana di Grottaperfetta. La domenica se riuscivo ad avere un’ora libera in quelle zone andavo a caccia a sparare alle anatre o alle beccacce.
Confesso che sono stato un cacciatore impenitente”. Quando lo incontrammo aveva da poco compiuto 72 anni, dei quali 45 erano stati di professione. Fin dal primo momento del colloquio mi chiese di darci del tu, di chiamarlo Lamberto, “così come mi chiamano quasi tutti quelli che nella mia vita  ho conosciuto”. Ricci ha avuto due figli, una femmina architetto e un maschio cardiochirurgo. Figli e nipoti occupavano in parte la sua giornata di pensionato: “Per loro conto ho sempre qualcosa da fare”. E poi c’era il suo mondo alla Garbatella, dove la mattina continuava a recarsi semplicemente per comprare il giornale.
“La mia più grande soddisfazione oggi? Me la dà la gente della Garbatella che si ricorda di me, che mi saluta quando mi incontra, che mi abbraccia, che rievoca questo o quell’episodio, che mi chiama per nome, continuando a darmi quel calore e quell’affetto che ha colmato la mia vita per 45 anni”. Quando giunse nel quartiere la notizia della sua scomparsa, quasi 10 anni fa, tanti si rammaricarono di non averlo potuto omaggiare nell’ultimo viaggio: l’annuncio era arrivato in ritardo. Ma il suo ricordo rimane vivo tra coloro che hanno avuto occasione di conoscerlo.
Ed è giusto che la sua figura generosa venga raccontata anche alle nuove generazioni perché conoscano le storie del quartiere e dei suoi pionieri
.

 

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

 

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