Il Giro d’Italia tra sport e protesta: la voce palestinese a Roma

Il Giro d’Italia numero 108 si è concluso oggi a Roma, con l’ultima tappa che ha incoronato il britannico Simon Yates. Una passerella di 143 km, dalle Terme di Caracalla a Ostia e ritorno, con arrivo al Circo Massimo.
Il percorso ha attraversato due volte (andata e ritorno) la via Cristoforo Colombo, passando vicino i quartieri del Municipio Roma VIII: Montagnola, San Paolo, Tor Marancia, Garbatella. Lungo questo tratto, tra applausi e tifosi, si sono fatte largo anche le proteste.
Fin dalle prime ore del mattino, bandiere palestinesi e striscioni hanno colorato i marciapiedi. Presidi, cori e mobilitazioni pacifiche hanno accompagnato il passaggio dei ciclisti, in segno di protesta contro la partecipazione della squadra israeliana Israel Premier Tech, ribattezzata da molte persone “Team Genocidio”.
Il movimento BDS Italia aveva lanciato un appello a inizio maggio: a protestare lungo tutto il Giro per denunciare l’uso dello sport come vetrina per uno Stato coinvolto in gravi violazioni dei diritti umani a Gaza. La squadra israeliana, pur composta da otto ciclisti internazionali (tra cui l’italiano Marco Frigo), è diventata simbolo di questa contestazione.

Il Giro sotto il palazzo della Regione Lazio

La maglia rosa si tinge di rosso

La relazione tra il Giro d’Italia e Israele ha un precedente significativo. Nel 2018, per la prima volta nella sua storia, la corsa rosa partì fuori dai confini europei: da Gerusalemme. Una scelta che suscitò immediatamente polemiche a livello internazionale.
Proprio in quel periodo, l’amministrazione Trump inaugurava la nuova ambasciata statunitense a Gerusalemme, riconoscendola unilateralmente come capitale d’Israele. Le conseguenze furono drammatiche: centinaia di palestinesi uccisi e migliaia di feriti. Mentre i riflettori del mondo sportivo celebravano l’evento, i territori occupati venivano drammaticamente repressi.
Da allora, ogni coinvolgimento del Giro con sponsor o squadre israeliane viene percepito da molti come una scelta non neutra, ma carica di implicazioni politiche. Il ciclismo, sport popolare e seguito da milioni di persone, diventa così anche campo di scontro simbolico. Le proteste di quest’anno a Roma e in molte tappe italiane non nascono nel vuoto: sono la prosecuzione di una memoria collettiva che si rifiuta di separare sport e coscienza.

Immagine tratta da Bds Italia
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