Goffredo Bettini ricorda l’amicizia con Pier Paolo Pasolini

Incontro all’hub culturale Moby Dick della Garbatella

A cinquant’ anni dalla morte e a pochi giorni da una nuova istanza (depositata a fine novembre dall’ordine dei Giornalisti del Lazio) di riapertura delle indagini sull’omicidio, rivive la figura eclettica di Pier Paolo Pasolini. L’intellettuale che si professava contrario a ogni autorevolezza (“Io non ho alle spalle nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla e dal non averla voluta”) è oggi protagonista di decine di discussioni, dibattiti, racconti, a riprova della cocente attualità del suo pensiero. A ricordarlo nella biblioteca Moby Dick lo scorso 29 novembre è stata una voce non comune: la voce dell’amico, dell’intellettuale, del comunista Goffredo Bettini, che frequentò Pasolini dal 1973 al ’75, fino al tragico epilogo all’Idroscalo di Ostia che lascia ancora oggi interdetti.

L’ex parlamentare e attuale direttore di “Rinascita” era poco più che un ventenne, militante tra i giovani comunisti, quando strinse un vero e proprio sodalizio con l’autore di “Ragazzi di vita”. Galeotto fu Gianni Borgna, il responsabile del settore culturale della Fgci, che incaricò Bettini di entrare in contatto telefonicamente con Pasolini. “Borgna aveva delle fissazioni: Gino Paoli per la canzone, Carmelo Bene per il teatro, ma per la poesia e il romanzo c’era solo Pier Paolo Pasolini” ha raccontato Goffredo Bettini intervistato dalla scrittrice Valentina Farinaccio. Partendo dal primo incontro pubblico organizzato dalla Fgci a Villa Borghese (“la platea era spaccata a metà: una parte era più settaria, in linea col Partito, un’altra ascoltava con curiosità Pasolini”), Bettini ha raccontato delle grandi conquiste referendarie, delle battaglie per il divorzio e per l’aborto, dello slancio giovanile e della passione politica, ma anche di un tarlo nascosto che scavava silenziosamente nel legno già marcio della società del tempo. Una società che Pasolini già vedeva minacciata dal consumismo e dall’omologazione dei valori e del linguaggio. “Noi giovani comunisti abbiamo saputo cogliere il campanello d’allarme di Pasolini” ha commentato l’ex parlamentare. “Anche in quel contesto di entusiasmo diffuso il poeta seppe cogliere il degrado di fondo che consumava il nostro paese”.I ricordi di Bettini si srotolano come pagine di un libro: ora la scena cambia, ci troviamo nel giorno dei funerali romani, il 5 novembre 1975. La cerimonia è stata organizzata proprio dai giovani della Fgci. Ad accogliere la salma c’è un gruppo variegato: popolani e intellettuali sotto lo stesso tetto, “ragazzi di vita” accanto alla crème della società romana. “Abbiamo perso prima di tutto un poeta: e poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro in un secolo” disse Alberto Moravia in quell’occasione. Ma l’amicizia tra Pasolini e Moravia era stata tutt’altro che lineare: rispetto e ammirazione da entrambe le parti, certo, ma in Moravia “c’era una specie di pigrizia osservativa che contrastava col coinvolgimento intimo di Pasolini con la realtà” ha detto il direttore di “Rinascita”.

Anche con il Partito Comunista Italiano, e questa è cosa nota, non fu una storia facile. “Il rapporto col partito è stato turbolento” ha proseguito Bettini. “Sul tema dell’omosessualità il Pci era rigoroso, ma era anche vero che gli avversari attaccavano duro, erano disposti a prendere di mira ogni anello debole”. Era invece nei giovani comunisti che Pasolini individuò quell’originalità intellettuale, quella curiosità, quella disposizione mentale al pensiero libero, che spesso mancava ai piani alti del partito. “Lottate per i vostri diritti, ma fatelo con gentilezza” è il consiglio che il poeta di Casarsa rivolgeva a quei militanti ventenni. Il che significa: non abbassatevi mai al livello dei vostri avversari.

[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Dicembre 2025/numero 70, pag. 7]

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