In visita all’antica Abbazia delle Tre Fontane sulla Via Laurentina
Giù le mani da quelle terre: ce le ha date Carlo Magno!
La donazione dell’Argentario all’Abbazia: un falso storico raccontato in un affresco. Il re e il papa assediavano i Longobardi in Ansedonia. La vittoria ottenuta grazie a una reliquia di Sant’Anastasio portata dalle Tre Fontane. Il lascito “per grazia ricevuta”!
di Cosmo Barbato
Nel mese di marzo “Cara Garbatella” si era permesso un breve sconfinamento dal quartiere, qualche centinaio di metri lungo la Via delle Sette Chiese, per visitare un andito della Catacomba di Domitilla e raccontare le vicende di un clamoroso “bidone” …..
In visita all’antica Abbazia delle Tre Fontane sulla Via Laurentina
Giù le mani da quelle terre: ce le ha date Carlo Magno!
La donazione dell’Argentario all’Abbazia: un falso storico raccontato in un affresco. Il re e il papa assediavano i Longobardi in Ansedonia. La vittoria ottenuta grazie a una reliquia di Sant’Anastasio portata dalle Tre Fontane. Il lascito “per grazia ricevuta”!
di Cosmo Barbato
Nel mese di marzo “Cara Garbatella” si era permesso un breve sconfinamento dal quartiere, qualche centinaio di metri lungo la Via delle Sette Chiese, per visitare un andito della Catacomba di Domitilla e raccontare le vicende di un clamoroso “bidone” connesso a quel luogo: un “falso” che, con le sue conseguenze, ha inciso per lungo tempo sul corso della storia: si parlava di Petronilla, una signora sepolta nel terzo secolo in quella catacomba, spacciata per figlia di San Pietro e, in quanto tale, conferita quasi come un’onorificenza ai Franchi quale protettrice del loro regno (e poi del regno di Francia). Questa volta sconfineremo un po’ oltre, arrivando all’inizio della Via Laurentina, all’Abbazia delle Tre Fontane, per riepilogare le vicende di un altro falso storico, con il quale per lunghi secoli i frati trappisti di quel potente cenobio pretesero avallare il possesso di un intero territorio, il promontorio dell’Argentario, con le sue lagune, le sue campagne, le sue città e i suoi abitanti.

La fama della splendida Abbazia delle Tre Fontane nasce dalla tradizione secondo la quale ivi sarebbe stato martirizzato San Paolo: decapitato, la testa staccata dell’Apostolo sarebbe rimbalzata in terra tre volte, creando tre piccole fonti. Di qui il nome della località. Era quello, dunque, un sito molto venerato dai primi cristiani. In epoche diverse, a partire dal 6° secolo, vi furono costruite e ricostruite tre chiese: SS. Vincenzo e Anastasio, S. Maria Scala Coeli e S. Paolo della decapitazione. Si accede al complesso attraverso una porta monumentale, probabilmente l’edificio più antico del luogo, detto Arco di Carlo Magno per via di alcuni affreschi della volta risalenti al 13° secolo che ritraggono appunto il primo imperatore del Sacro Romano Impero. Si notano con difficoltà, sia perché sono posti molto in alto sia perché parecchio deteriorati.
Essi costituiscono, in maniera figurata quasi come in un fumetto, la testimonianza descrittiva di un evento storico, in realtà mai avvenuto, dal quale si faceva derivare uno mitico diritto di proprietà da parte dell’Abbazia su tutto il vasto territorio dell’Argentario.
Si tratta insomma dell’illustrazione pittorica che avrebbe dovuto mostrare in maniera eclatante il falso documento di una donazione.
Riepiloghiamo il racconto. Carlo Magno, re cattolico dei Franchi, dopo l’incoronazione imperiale avvenuta a Roma la notte di Natale dell’anno 800, è ancora in Italia, chiamato dal papa Leone III per contrastare i Longobardi, cattolici anch’essi ma di dubbia fede (il contrasto in realtà riguarda il possesso di buona parte dei territori italiani). Il sovrano ha posto il campo sotto le mura di Ansedonia, caposaldo dell’Argentario, tenuta dai Longobardi. Gli assediati resistono tenacemente. Poi – racconta l’affresco – una notte Carlo fa un sogno: un angelo gli mostra Anastasio (un santo martire persiano il cui cranio è custodito alle Tre
Fontane) che, con la spada in pugno, sbaraglia i nemici e conquista la città.

Confidatosi col papa, anche lui presente nel campo, si scopre che pure Leone III ha avuto la stessa visione. Dunque, che fare? Si decide di spedire subito a Roma un’ambasceria che prelevi la reliquia delle Tre Fontane. Non appena questa giunge davanti alle porte sbarrate di Ansedonia, un terremoto scuote e abbatte le solide mura, i soldati di Carlo irrompono, gli assediati vengono uccisi, la città è conquistata.
Carlo ne prende possesso ma riconosce che non è suo il merito della vittoria bensì di Sant’Anastasio e quindi dona a lui (e cioè all’Abbazia) Ansedonia, tutto l’Argentario con le sue varie città e vasti territori della Maremma.
Tutto questo è raccontato per immagini dipinte che mostrano anche una mappa ben dettagliata dei territori rivendicati, onde evitare equivoci e contestazioni. E’ evidente che l’affresco del XIII secolo tende a riaffermare un diritto che si faceva derivare da un’ autorità imperiale, quindi indiscutibile anche a distanza di oltre quattro secoli (la donazione sarebbe avvenuta nell’anno 805). Un eccesso di prudenza? No, perché quelli erano tempi in cui lotte anche feroci sulla spartizione dei territori dilaniavano potere laico e potere ecclesiastico ed anche tra di loro potenti istituzioni religiose come appunto le Tre Fontane, o l’Abbazia di Farfa, o Montecassino, o San Paolo fuori le mura a Roma ecc.
In particolare, sembra che sulla legittimità del possesso dell’Argentario fossero state avanzate riserve proprio da parte di San Paolo. Tant’è che i monaci delle Tre Fontane avevano voluto rimarcare i loro presunti diritti riproducendo il testo della dona zione su una lastra di bronzo, oggi scomparsa, esposta alla pubblica visione sotto il portico della chiesa dei SS.Vincenzo e Anastasio.

E l’originale del diploma attribuito a Carlo Magno? Da tempo non esiste più. Restano delle copie e delle antiche conferme papali risalenti al 1183, al 1191 e al 1225, documenti che sono stati sufficienti agli studiosi di “diplomatica” – a cominciare da Ludovico Antonio Muratori nel 1700 – per dichiarare che ci troviamo di fronte a un falso, cioè a un testo redatto sicuramente in epoca successiva a quella di Carlo Magno. Si tratta insomma di una falsa donazione carolingia, che riporta alla mente un’altra ancor più celebre donazione, quella di Costantino, dimostrata falsa nel 1400 da Lorenzo Valla, in base alla quale la Chiesa reclamava tutti i diritti su Roma, sull’Italia e sulla parte occidentale dell’impero romano.
Nel caso della Tre Fontane, sembra chiaro che il sotterfugio della donazione sia servito solo a riaffermare autorevolmente un possesso acquisito in altro modo, ma probabilmente contestato o contestabile.
In casi del genere però la scoperta della falsità di una testimonianza getta un’ombra di dubbio sulla intera legittimità del possesso, quand’anche esso fosse stato ottenuto legalmente per altre vie.
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tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 3 – Maggio 2006






