di Claudio D’Aguanno
Per quanto a cavallo di una ottima Cinelli modificata, doppia corona 46 – 32 con rapporti buoni per ogni terreno, non è certo il massimo della vita nomade trovarsi d’agosto a scarrozzare sulle strade della Mongolia. Eppure Leo lasciata per la seconda volta la Cina al varco di frontiera di Takeshikhen non s’è fatto problemi, o quasi, ad affrontare le sue temperature, i suoi sbalzi, i suoi spazi e i suoi silenzi. “È una sensazione diversa rispetto a quella vissuta nel Kazakhstan -sono stati i primi pensieri di fronte ai nuovi scenari- lì la steppa era un luogo infinitamente uguale e ogni chilometro che avanzavi non aveva significato tanto era identico lo spazio. Qui in Mongolia invece il paesaggio muta, ogni luogo è simile ma diverso. Mi illudo di comprendere le distanze, ma è tutto così gigantesco che mi perdo, nello sguardo e poi nei pensieri. Forse è per questo che il tempo passa così in fretta. E forse è perché per la prima volta dopo tante settimane sono elettrizzato. La mia testa è all’erta. L’ultima grande prova fisica e logistica di questo viaggio inizia oggi. Benvenuti in Mongolia.”

Questo il messaggio che il nostro “ciclista dei due mondi” ci regala quando taglia il traguardo volante dei 12 mila chilometri pedalati in scioltezza verso il Sol levante. Il suo è un po’ il lancio di una traversata, molto storico ambientalista e ben poco turistica, che ci porta lungo un paese vastissimo e semivuoto, più grande di Spagna Francia e Germania messe assieme, con densità record da 2 abitanti per kilometro quadro. La direzione è quella di una nuova porta della Cina ma molto vicina a Pechino. Il percorso è un taglio orizzontale da ovest a est, in senso contrario le grandi marce degli eserciti mongoli che sconvolsero le rotte della Via della Seta. Su Temüjin meglio noto come Genghis o Čhingis Khan e su chi raccolse la sua eredità Leo è pieno di riferimenti e note di viaggio. Così come di sensazioni e colpi d’occhio che vanno dagli spazi deserti battuti dai venti alle aspre risalite sui monti Altai, dalle lunghe attraversate delle steppe (“Qua nun c’è proprio niente! Oh… niente!”) alla sorpresa delle resse al distributore di benzina a Bayankhongor (“Effetto Ucraina e Iran messi insieme. La Mongolia confina solo con Russia e con Cina. La Russia esporta ma la Cina importa carburante. Con l’inizio delle guerre il flusso si è ridotto e qui c’è scarsità senza precedenti.”). E poi ancora le alture del Kanghai, l’immensa valle pastorale di Orkhon e finalmente la capitale Ulan Bator dove, come raccomanda il nostro, “c’è troppo traffico e meglio non andare in bici”.

A proposito della capitale. Il nome Ulan Bator sostituisce un secolo fa quello più antico di Urga. Era la città santa dei Mongoli, in quanto residenza del “Buddha vivente“, Bogd Khan. Nel 1924 la città divenne la capitale della nuova Repubblica Popolare e il suo nome fu mutato in Ulaanbaatar (“eroe rosso”), in onore dell’eroe nazionale Damdin Sùhbaatar, i cui soldati avevano liberato la Mongolia dall’occupazione cinese e dalle truppe del barone russo “il folle” Roman von Ungern-Sternberg combattendo a fianco dell’Armata Rossa sovietica. La sua statua si vede ancora oggi nella piazza principale della città. Nel centro della città si trovava fino a una quindicina d’anni fa anche una grande statua di Lenin poi abbattuta. Ed è strano il diverso destino dei due protagonisti dell’epopea rivoluzionaria degli anni ‘20. Sùhbaatar o Suke Bator aveva fondato a Mosca il Partito del Popolo Mongolo e con l’appoggio di Lenin aveva poi condotto una guerra di liberazione contro eserciti bianchi e divisioni selvagge, truppe cinesi e signori della guerra che scorrazzavano nel territorio delle grandi steppe. Questa guerra di liberazione è tutt’oggi celebrata nel paese come gloriosa epopea nazionale.

La fine dell’Urss se ha messo in luce le tragedie del socialismo stalinista e dei suoi derivati ha però inevitabilmente trascinato nella condanna anche il periodo rivoluzionario. Tutto ciò che sapeva di russo fu rimosso a partire dal 1992. Almeno tutto ciò che ornava le larghe piazze e i tristi palazzi di regime. Qualcosa è sopravvissuto però. Una larga testimonianza del rapporto “fraterno” tra i due popoli e della considerazione che godeva Lenin da quelle parti è infatti conservata nelle opere di Adyaagin Sengetsokhio esposte alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna della Mongolia.

Ma, parlando di opere d’arte più vicine a noi, c’è ancora una volta Hugo Pratt a raccontare quel periodo con i suoi personaggi. Avevamo già visto Corto Maltese assistere alla fine del generale turco Enver Pasha massacratore di Armeni ma è in Corte Sconta detta Arcana che la storia di quegli anni si anima di colpi di scena degni di un film di Sergio Leone. C’è il barone folle von Ungern-Sternberg che sogna la restaurazione di un grande impero buddista mongolo, una teocrazia lamaista dove “il sole giallo d’Asia s’imponga sulla stella rossa dei bolscevichi”. Ci sono citati Koltchak, capo supremo degli eserciti bianchi, che trasporta l’oro imperiale su rotaia, l’Ataman Grigory Mikhailovich Semeno e pure il generale Tchang, potente signore della guerra della Manciuria, membro della setta dei “Draghi Neri”. Ma soprattutto c’è Suke Bator che guida la lotta “contro gli oppressori stranieri e gli imperialisti”. Accanto al giovane capo dell’esercito rosso c’è la giovane combattente Shanghai Li e finisce per schierarsi lo stesso Corto forse più attratto dallo sguardo di Li che dalla fede comunista dell’eroe rosso.


Insomma straordinaria l’arte di Pratt e la narrazione dei suoi eroi ribelli. Ma altrettanto straordinaria, per tornare a far scorrere le ruote sul terreno, l’avventura di Leo che proprio domani 8 settembre attraversata pure la Grande Muraglia dovrebbe arrivare nella capitale cinese. A Pechino l’aspetta un comitato di accoglienza eccezionale con mamma Antonella, suocera e soprattutto Sayaka la giovane moglie. Il tempo di un rendez vous di famiglia e poi si riparte. Il Giappone è vicino ma ancora c’è da spingere sui pedali. A suivre!

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Le foto sono in gran parte opera di Leonardo Scarton. Le tavole a fumetti sono prese da Hugo Pratt: Corte Sconta detta Arcana, Milano Libri Edizioni 1977. I dipinti ritraggono incontri tra Suke Bator e Lenin e sono opera di Adyaagin Sengetsokhio (1967) e di Nyam-Osoryn Tsultem (1953).
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