Com’eravamo: visioni dalla Città Giardino

Un omaggio fotografico nel mese del Centenario

di Ilaria Proietti Mercuri

Buongiorno Garbatella, anche oggi come ti ha dipinta bella il sole. Eppure, cento anni non sono poch, ma te li porti benei. I racconti custoditi in un secolo hanno tracciato piano piano la tua storia, le tue pagine più belle.  Una storia che parte dall’idea della città giardino, passando per la lotta contro il fascismo dei ribelli degli Alberghi Suburbani. Poi generazioni di bambini cresciuti all’oratorio. Quel cinema della domenica che oggi è diventato un teatro e i pullman pieni di turisti pronti a invadere le piazzette e la fontana di Carlotta. Cento anni ci sono voluti per disegnare tutti i tuoi vicoli. Quelle stradine dove non ci cammini ma ti ci imbatti. Quei lotti che consentono ancora oggi ai bambini di giocare a pallone invece che con l’iphone.

Ma vi chiedete mai come siamo arrivati fin qui? Facciamo un piccolo passo indietro, a quel 18 febbraio 1920, giorno in cui viene posta la prima pietra della Garbatella. Era un mercoledì, il cielo azzurro non lasciava spazio neanche ad una nuvola. A Piazza Benedetto Brin c’erano signori vestiti bene e con l’immancabile coppola in testa, madri con in braccio i più piccoli, ragazzi che cercavano di farsi spazio tra marescialli, onorevoli e consiglieri. Alle 10 in punto arrivò lui, re Vittorio Emanuele III. Con i suoi baffi bianchi scese dall’auto tra applausi e bandiere tricolore. Dopo essere salito su un palco ha esaminato il piano del nuovo quartiere. Un progetto nato soprattutto grazie agli architetti Gustavo Giovannoni e  Innocenzo Sabbatini, attento ad attenersi allo stile barocchetto e con l’idea di creare una “città giardino”come quelle inglesi e tedesche. Poco dopo che il re aveva visionato il progetto, arrivò il momento tanto atteso: la posa della prima pietra. Il tutto avvenne sullo sfondo della zampillante fontana recuperata nei magazzini del Comune di Roma. Su quella collina  hanno  cominciato a sorgere i primi lotti, le case dai tetti spioventi, le piazzette con gli archi, le palme, scale e scalette, la contrapposizione tra recinzioni rustiche e i particolari in pietra costruiti minuziosamente.

Sono passati cento anni dall’inizio di questa favola chiamata Garbatella. Eppure, chi vive qui fin da ragazzino se ne sarà accorto no? Certe cose non sono mai cambiate. Tipo quei panni stesi lungo i fili in mezzo ai lotti. O le anziane che giocano a carte su tavoli arroccati proprio vicino a quelle lenzuola al vento. Per non parlare dell’oratorio di San Filippo Neri, che si ostina a tenere quelle altalene arrugginite su cui intere generazioni si sono sfidate e continuano a farlo.

E tutto questo ci ricorda che Garbatella non è un quartiere come gli altri, ma un museo da attraversare in punta di piedi. Un luogo da respirare con dettagli da scoprire e riscoprire. Non so voi, ma io ogni volta mi ci perdo ed è come rinascere.

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