Tutta la Garbatella ai funerali nella chiesa di San Francesco Saverio
Se ne è andato un figlio della Garbatella. Questo era Enzo Stajola, il bambino dagli occhioni grandi e il viso un po’ triste di “Ladri di Biciclette”. Se n’è andato via a 85 anni in silenzio, senza tanti clamori nella sua casa della Garbatella, dove aveva scelto di vivere anche quando, all’apice della sua carriera cinematografica, gli si erano aperte le porte dell’America. Nella pellicola del 1948 di Vittorio De Sica, che guadagnò l’Oscar per il miglior film straniero, Bruno (Enzo Stajola) fu affiancato al coprotagonista, un altro attore scelto dalla strada, l’operaio Lamberto Maggiorani. Erano gli anni del dopoguerra e del trionfo del cinema realistico. Ma quella pellicola indimenticabile rappresenta un capolavoro di tutti i tempi. Incontrammo Enzo un po’ di tempo fa – scrisse il giornalista Cosmo Barbato su Cara Garbatella. Ci raccontò che, quando interpretò la parte di Bruno (1948), abitava col padre, operaio alla Breda, con la madre e altri quattro fratelli in una casa popolare di due stanze tra il Colosseo e San Giovanni.

Troppo piccola per sette persone: così, mentre esplodeva il successo di quel film, glie ne assegnarono una più grande alla Garbatella al Lotto 9 di via Luigi Fincati. Poi si trasferì a piazza Albini, dove era solito la mattina frequentare il Bar del Cappuccino. In quegli anni, sull’onda del successo di “Ladri di biciclette”, gli restò poco tempo per frequentare i suoi coetanei.
Agli impegni del cinema alternava irregolarmente la scuola e talvolta l’oratorio di San Filippo Neri, dove sono passati quasi tutti i nostri ragazzi.
De Sica lo aveva scovato davvero per strada. Dopo la guerra il regista aveva girato “Sciuscià” con un altro ragazzino prodigio, Franco Interlenghi. Poi Zavattini gli aveva preparato una sceneggiatura ricavata da un romanzo del 1945 di Luigi Bartolini: il film doveva costare pochissimo, perché il finanziamento che era stato rimediato rischiava di non coprire le spese.
Il protagonista adulto fu trovato con relativa facilità: Lamberto Maggiorani, un operaio vero. Più difficile fu scovare il bambino coprotagonista. Stajola raccontò che un giorno, mentre tornava da scuola, si accorse che un’automobile lo seguiva a passo d’uomo.
Si spaventò e filò di corsa a casa dove raccontò la sua avventura alla mamma, che lo rassicurò raccomandandosi però di non dare confidenze a nessuno.
Nell’auto c’era De Sica che setacciava i quartieri popolari alla ricerca del personaggio giusto.
Aveva individuato il portone di Stajola, sicché poi si presentò di persona a proporre ai genitori di Enzo il contratto, ma solo per effettuare un provino. Papà Stajola non si fece pregare.
“Alle selezioni, raccontò Enzo, dopo infiniti esami, restammo a contenderci quel ruolo io e Enzo Cerusico, figlio di un uomo di cinema. Alla fine De Sica scelse me, più adatto al ruolo di un figlio del popolo. E cominciò l’avventura che sconvolse la mia vita”. Subito fu firmato il contratto.

Lo stato maggiore del film era acquartierato all’hotel Excelsior, dove ogni giorno un autista mandato a bella posta accompagnava il piccolo Enzo da una maestra che gli dava lezioni di recitazione, gli insegnava i movimenti e gli faceva apprendere la parte. Ben presto si cominciò a girare. Per Enzo non fu facile abituarsi al nervosismo di De Sica, tant’è che un giorno il piccolo sbottò: “E nu’ strillà co’ me, si no’ m’arzo e me ne vado”.
A un giornalista che, tempo dopo, aveva chiesto a De Sica come era riuscito in una scena a far piangere così naturalmente il ragazzino, il regista raccontò che gli aveva infilato in tasca dei mozziconi di sigaretta fingendo poi di trovarglieli e chiamandolo “ciccarolo” e bugiardo; il bambino allora sarebbe scoppiato a piangere giusto in tempo per girare la scena.
Stajola commentò: “Non è niente vero, quella storia fu una trovata pubblicitaria. In realtà mi mettevano sotto gli occhi una cartina impregnata di una sostanza lacrimogena. Le lacrime uscivano come quando si affetta una cipolla”.
La vita di Enzo intanto era cambiata. Venuto ad abitare alla Garbatella, fu indirizzato dal padre verso il cinema. Lo stesso papà Stajola smise di fare l’operaio: a Cinecittà si guadagnava meglio facendo il capocomparse.
Il successo di quel primo film alimentò ovviamente molte speranze. Seguirono diciotto pellicole. Si trattò di parti via via minori, che gli diedero però occasione di lavorare con Mastroianni, la Lollo, la Pampanini, Massimo Serato e poi Raf Vallone, la Magnani, Brazzi, la Podestà, Spadaro, Cervi, Fernandel, Coolen Gray, Gorge Raft, la Gardner e Bogart. Poi le scritture divennero sempre più difficili.
Il grande Eduardo lo avrebbe voluto come attore, ma Enzo non riuscì a familiarizzarsi col dialetto napoletano. “Con Maggiorani – raccontava – dovevamo firmare un contratto già praticamente concluso. Nel frattempo Lamberto partecipò ad un festival dell’ “Unità” a Milano. Affissero tanti manifesti con la sua foto per annunciare la serata.

La faccenda irritò il produttore, evidentemente di ben altre idee, e il contratto sfumò, per lui e anche per me”. De Sica lo richiamò nel ’60 per un ruolo nel “Giudizio universale”: gli serviva un ragazzo di 12 anni, ma il figlio del “ladro di biciclette” era ormai un giovanottone. Non senza travaglio, Stajola capì che il cinema lo stava “bruciando” e si ritirò in tempo. Di questa sua concretezza gli va dato atto. Gli si offrì l’occasione di un impiego al Catasto: la sua vita sarebbe stata sconvolta di nuovo.
Negli ultimi anni Enzo Stajola è stato sempre presente nei passaggi cruciali del quartiere; l’ultima volta lo invitammo al Palladium alla presentazione del volume “Garbatella 100. Il racconto di un secolo” nell’anno del Centenario. Lo vogliamo ricordare nelle fila di quella platea, insieme ad altri cittadini. Al figlio Andrea tutte le condoglianze della redazione di Cara Garbatella.
[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Giugno 2025/numero 68, pag. 6]









