di Claudio D’Aguanno
Zamyn-Üüd dalla parte mongola e Erenhot in terra cinese distano tra loro meno di 9 chilometri. Il passaggio a livello tra un lato e l’altro del confine è netto, segnato da tante vicende e pure dal cambio dello scartamento ferroviario. La Mongolia, che ha passato gli ultimi trent’anni ad abbattere statue di Lenin inneggiando alla modernizzazione, usa ancora lo scartamento largo russo eredità dell’Urss stalinista. La Cina invece utilizza quello precedente, lo standard internazionale del XIX secolo, ma lavora per una Nuova Via della Seta su rotaie rendendo così la Transmongolica una rete arcaica, più vicina ai gialli di Mr Poirot o, per pensare ai guai nostri, ai ritardi dei trasporti italiani in mano al governo Meloni. Comunque guardando le mappe le coordinate geografiche ci dicono che siamo a ridosso del deserto del Gobi con appena qualche giro di pedali da una stazione all’altra. Le date storiche raccontano invece di una frontiera molto combattuta, testimone di grandi stravolgimenti e di epocali contese tra gli eredi di Genghis Khan da una parte e le dinastie che dai Ming in poi guidarono la riscossa del celeste impero. Su tutto la narrazione di Leo è ricca di particolari e le sue note accompagnano bene le immagini fino a Pechino e oltre.

Terza e ultima pedalata in Cina
Come dice il nostro ciclista, giunto alla sua terza puntata in terra cinese, più si avvicina il traguardo finale e più la smania di arrivare accorcia le distanze. Per la capitale cinese dalla frontiera fanno 600 e passa chilometri. Un mese tra spinte sui pedali e soste obbligate, con la fatica distribuita durante le ore di luce e poi sciolta al sole calante, le tante energie spese in omaggio alla termodinamica delle passioni eppure ogni volta rinvigorite dai traguardi da raggiungere. Mongolia Interna, la provincia Hebei che circonda la
capitale, Pechino con la sua municipalità autonoma quindi la regione di Liaoning. Il capolinea fortemente cercato da Leo entro la prima settimana di ottobre è il porto di Donggang, nord della penisola di Liaodong, la striscia di terra che si allunga nel Mar Giallo e che funziona da nodo marittimo della Manciuria meridionale. Per arrivare a prendere il traghetto verso Incheon, sbocco al mare di Seul, si attraversano città storiche e posti di particolare bellezza, passaggi pieni di memoria dove i monumenti sono spesso scintilla per lunghe conversazioni in movimento. Volendo nominarne qualcuno, tra i tanti di gran fascino, ecco farsi avanti la Spiaggia Rossa di Panjin, vero miracolo d’autunno quando la distesa infinita di alghe si tinge di rosso, e poi la Laolongtou ovvero la Testa del vecchio drago, il punto in cui la Grande Muraglia arriva al mare: località di Shanhaiguan (nei pressi della città di Qinhuangdao) il passo fortificato tra la montagna e il mare.

Sulla Manciuria meridionale
La Cina è un continente immenso e la Mongolia Interna assieme alla Manciuria meridionale hanno
sempre svolto un ruolo decisivo nel decidere il corso della sua Storia. Regioni importanti nel corso del medioevo e altrettanto decisive nella Guerra rivoluzionaria che permise a Mao Zedong e all’Esercito Popolare di Liberazione di sconfiggere il Kuomintang di Chiang Kai-shek. La Manciuria era la regione più industrializzata della Cina, grazie alle fabbriche e alle infrastrutture lasciate dall’occupazione giapponese. Chi controllava la Manciuria controllava le risorse per vincere la guerra. I comunisti si radicarono prima nelle aree della Mongolia Interna costruendo una formidabile base di rifornimento, reclutando contadini, dando inizio ad una guerriglia di logoramento, requisendo gli arsenali militari giapponesi abbandonati e assicurandosi qui una copertura strategica. La caduta di Kalgan fu poi decisiva per la successiva Campagna di Liaoshen combattuta sotto il comando di Lin Biao proprio nel corridoio della Manciuria meridionale che si concluse con una catastrofica sconfitta per i nazionalisti. La caduta di Jinzhou bloccò infatti ogni via di fuga terrestre per le truppe di Chiang, permettendo all’esercito di Mao di occupare l’intera regione. Una volta conquistate la Mongolia Interna e la Manciuria meridionale, l’Armata rossa del Nord-Est potè riversarsi in massa verso sud attraverso la Grande Muraglia e marciare verso Pechino. La capitale all’inizio del 1949 era finalmente occupata mentre la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese avverrà il 1° ottobre dello stesso anno.
Una riflessione entusiasta
Nei resoconti di Leo questa parte ormai finale del viaggio riceve valutazioni entusiaste. Lo spazio dato alla Cina moderna è senz’altro minore rispetto a quello riservato all’epopea della Grande Muraglia ma per lui, con le dovute cautele, il posto merita aggettivi più che positivi. Proprio uscendo da Pechino le sue parole azzardano anche un’interessante digressione sulle differenze tra la concezione occidentale dell’arte e della socialità, italiana e rinascimentale, dove il corpo nudo e la bellezza sono al centro dell’osservazione e la concezione cinese che lui percepisce come multiforme e asimmetrica, dove il valore estetico non è dato rispetto al singolo che osserva ma rispetto alla collettività che gode di quel giardino, di quell’opera d’arte. “Nella cultura cinese –dice Leo- i legami sono la cosa più importante, ogni cosa acquista significato in relazione ad un’altra. Qui vedo il rifiuto dell’assoluto. Nella cultura occidentale l’opera d’arte, i giardini di un parco reale, sono pensati per un osservatore unico […] l’uomo posto al centro dell’universo. In Cina ogni elemento, sempre parlando di parchi, è pensato come invito a cambiare il punto di vista. L’essere umano ha ragione d’esistere in base alle persone che lo circondano […] Di questa grande nazione prendo tre elementi: la facilità del parlare col prossimo, il pensiero collettivo, e -sembrerà strano- la libertà individuale [..] in uno stato così controllato, così collettivista, dove l’individuo conta così poco, proprio per questo l’individuo ha una libertà enorme. Perché se agisci nelle regole a nessuno gliene frega niente di quello che fai e quindi ti ritrovi libero a danzare, a cantare a fare kung fu per strada o dentro un giardino pubblico…” Certo già solo pensare al grande ritratto di Mao che ancora domina Tienanmen, piazzato là come punto assoluto di gravità permanente di tutta la narrativa politica e nazionalista dello Stato, qualche domanda s’impone riguardo gli spazi di “libertà individuale” concessi in uno posto “così controllato” e, soprattutto, così segnato dalle regole della produzione e dello sfruttamento come appunto la Cina oggi.

L’Oriente è Rosso a Shaolin
A proposito di Mao Zedong una nota colta nei giorni del cinquantesimo anniversario della sua
scomparsa. Durante una visita al Monastero Shaolin, uno dei luoghi di culto più importanti dell’intera nazione, culla del buddismo cinese e dello sviluppo delle arti marziali, la carrellata di immagini del nostro ciclista ad un certo punto concede qualche fotogramma ad un gruppo che, in posa molto marziale e seria, canta un inno di cui si colgono poche strofe: “il presidente Mao ama il popolo.. cara madrepatria.. in marcia per una terra prospera..”. Le parole, con la loro cadenza sospesa tra il canto sacro e la marcia militare, rimandano a l’Oriente è Rosso, il canto della Rivoluzione Culturale. L’inno, imposto dalle Guardie Rosse in sostituzione del precedente La Marcia dei Volontari, conobbe il suo massimo splendore nel 1970 quando per settimane -fino ad esaurimento delle batterie nonchè della pazienza acustica di noi terrestri- venne trasmesso dal primo satellite cinese spedito in orbita il 24 aprile 1970 dal centro spaziale di Jiuquan.
Il testo in italiano recita proprio: “L’Oriente è rosso, il sole è sorto / la Cina ha generato Mao Zedong / Egli ama il suo popolo / a lui dobbiamo la nostra salvezza […] egli è il nostro timoniere / avanziamo sotto la sua guida / Il Partito comunista è come il sole / al suo apparire si diradano, le tenebre […]”
Questa intrusione, sessant’anni dopo, della Rivoluzione Culturale in un posto come Shaolin è quanto meno bizzarra. Tiziano Terzani, nel suo La porta proibita, ha raccontato di come i giovanotti col libretto rosso le provarono tutte per distruggere ogni memoria, di pietra e di carta, del monastero. E fu la sconfitta di quella stagione, la caduta della Banda dei Quattro dopo la morte di Mao, a ridare vita, soprattutto per le entrate economiche che garantiva, a quel posto. Ma oggi risentire le note di quell’inno decaduto è un vero agguato alla memoria oltreché una sfida un po’ provocatoria. Un amico, buon conoscitore della situazione, mi dà questa spiegazione: “Nella Cina odierna guidata dal Partito Comunista di Xi Jinping c’è stata una sorta di rimescolamento e riallineamento dei valori. Il passato maoista, le tradizioni millenarie come Shaolin, la consapevolezza del ruolo giocato sullo scenario internazionale, tutto insomma viene ricomposto e tenuto assieme secondo le esigenze del moderno capitalismo di Stato. E così pure la nostalgia per le canzoni di forte carica ideologica, come era appunto l’Oriente è Rosso, entra a far parte di un patrimonio folk del tutto compatibile con l’andazzo turistico di tanti luoghi di culto o di studio.”

La trasferta cinese di Diabolik e Eva Kant
Breve incursione negli anni ’70. C’è stato un periodo nella storia del nostro paese, a dire il vero dell’intero occidente, che il fascino per quella Rivoluzione Culturale raggiunse percentuali incredibili di adesione. A sinistra del Pci non furono molte le voci in dissenso con quell’ondata di furore ideologico e di “violenza proletaria”. Nel campo extraparlamentare di allora sulla questione c’era di tutto. C’era chi, molto seriamente, senza mettere da parte le differenze e le distanze, studiava con accortezza quel movimento di milioni di militanti che “bombardava il quartiere generale” mettendo sotto accusa un partito burocrate e una società ritenuta corrotta. Ma c’era pure chi preso da discutibile spirito emulativo si preoccupava soprattutto di fondare Partiti Marxisti-Leninisti-Maoisti (detti con sarcasmo “emme-elle”), con tanto di corse a Pechino per il riconoscimento, contese ideologiche tra linee avverse, mozioni di condanna nei confronti dei rivali, riti alquanto ridicoli o iniziative pensate per rinsaldare la fede e la speranza nel nuovo vento dell’est (tipo i matrimoni comunisti celebrati dal segretario di sezione o le campagne di lavoro tra i contadini a raccogliere patate nel Fucino). Per rimanere sul piano dell’influenza culturale
basta dire che diversi attori e alcuni registi, come il grande Jean Luc Godard, a un certo punto si dissero “cinesi”. In Italia ci penseranno poi le lotte operaie in fabbrica e quelle sociali dei movimenti nei quartieri a mettere da parte ogni suggestione per quella visione del mondo. In ogni caso quella suggestione non fu poca cosa. Perfino nella produzione di fumetti si ebbero diversi scantonamenti verso oriente ribaltando peraltro gli stereotipi negativi e razzisti in voga dagli anni 30 (Ming lo Spietato, irriducibile nemico del biondo ariano Flash Gordon) così come durante la Guerra fredda (il Mandarino acerrimo avversario di Iron Man). In Italia toccherà a due personaggi non proprio di sinistra come Diabolik e Eva Kant, fino allora totalmente estranei ad ogni contesto sociale e politico, a entrare nel clima del tempo. A novembre 1974 esce l’album Il Marchio di Fuoco dove la più famosa coppia di fuorilegge nostrani, sbarcati nello Stato del Kuantat (alias Cina) per rubare “i gioielli della dinastia Dung”, piano piano prendono, come si diceva un tempo, “coscienza” rivedendo le loro categorie professionali. La prima a schierarsi è Eva Kant. “Nel Kuantat -dichiara precisa- il popolo ha preso il potere […] ha molto lottato per conquistare la propria indipendenza e ora cerca di vivere in modo diverso nell’uguaglianza e nel rispetto degli altri […] Non devi rubare quel tesoro!”. Scontata la reazione a caldo di Diabolik: “Non mi faccio scrupoli. Io sono un ladro!”. Meno scontata la conversione del nostro eroe in calzamaglia nera che, striscia dopo striscia, prima rinuncia ai suoi progetti e poi, anche per vendicare la giovane Han Ching uccisa da un ex feudatario, si schiera con i contadini di Tiu-Shen e cattura il reprobo consegnandolo alla giustizia popolare. Idilliaco il quadro finale con loro in casa a discutere. “Quel popolo vive davvero in modo diverso… vive nell’uguaglianza! -dice un Diabolik in borghese- Tutto appartiene a tutti”. E ad Eva che sostiene che nel Kuantat “il furto diviene solo una inutile provocazione” chiuderà con un perentorio: “Cara, mi sono reso conto di una cosa! .. Là io non avrei ragione di esistere!”.
È risaputo, lo riporta Edgar Snow nel suo Stella Rossa sulla Cina, quanto Mao fosse appassionato di letteratura popolare. Un atteggiamento mai dimesso anche nei momenti più difficili. Lui muore nel settembre 1976, due anni dopo la conversione cinese di Diabolik. Difficilmente qualche suo seguace di casa nostra gli avrà spedito l’albo sopra citato ma, quasi sicuramente, avrebbe sorriso alla morale redentrice messa in scena dalle sorelle milanesi Angela e Giuliana Giussani.

Traguardo in vista
“L’autunno è una stagione che amo molto” dice Leo mentre pedala incontro ai colori che lasciano l’arsura dell’estate. Gli ultimi sguardi dalla Cina per lui sono verso il confine nord-coreano blindato da una cortina di ferro presidiata in armi. La vivacità del lato cinese contrasta con il grigio impenetrabile della sponda opposta del fiume Yalu. “Provo una sensazione molto strana -riflette Leo- diversa da quando in Tajikistan lungo la valle del Wakhan attraversai per 500 chilometri la sponda del fiume dal lato Tajiko con lo sguardo sull’Afghanistan. In Afghanistan c’ero appena stato, potevo immaginarmi la quotidianità dall’altro lato, abbozzare un pensiero su cosa pensassero loro guardando da questa parte del fiume. Qui invece è un mistero, non so nulla di loro.” Ma, delusioni a parte, ora è vicino il porto di Donggang. Una traversata di diciotto ore e si arriva a Incheon, porto della Corea del Sud, pochi chilometri da Seul. Il Giappone con le sue gru dal ciuffo rosso si avvicina sempre più. A suivre!
Per seguire la pedalata di Leonardo Scarton
https://www.instagram.com/leonthesilkroad
Per trovare le altre puntate sulla Cina:
Dalla Garbatella a Kyoto in bici: la pedalata di Leo / Di nuovo Kyrgyzstan e poi Kazakistan e nuovo “passaggio a nord ovest” per la Cina. Liuxing Jie ovvero la Garbatella dello Xinjiang [12]
Video di Leonardo in Cina:
- Mongolia interna
- Grande Muraglia
- Huailai – Ming Tombs
- Ming Tombs – Beijing
- Grotte di Longmen
- Monastero di Shaolin
- Uscendo da Pechino
- Grande Muraglia al mare
- Manciura meridionale
- Le spiagge rosse di Panjin
- Ondata di freddo a Liaoning
- Al confine nord-coreano
![Dalla Garbatella a Kyoto in bici: la pedalata di Leo / Agosto mongolo. Attraversando le steppe battute da Genghis Khan e dai suoi discendenti. E poi ancora una storia di Corto Maltese da raccontare [13] Leonardo Scarton](https://caragarbatella.it/wp-content/uploads/2026/09/Leonardo-Scarton-150x150.jpeg)
![Dalla Garbatella a Kyoto in bici: la pedalata di Leo / Un salto in Cina a Kashgar e poi direzione nord ritorno in Kyrgyzstan [11] leo cina](https://caragarbatella.it/wp-content/uploads/2026/07/leo-cina-150x150.jpeg)
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![Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leonardo Scarton [1] Leonardo Scarton](https://caragarbatella.it/wp-content/uploads/2026/02/Leonardo-Scarton-150x150.png)
![Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Attraversando la Georgia [5] leonardo scarton georgia](https://caragarbatella.it/wp-content/uploads/2026/04/leonardo-scarton-georgia-150x150.jpg)
![Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Nel vento della steppa kazaka [6] Leonardo Scarton](https://caragarbatella.it/wp-content/uploads/2026/04/Leonardo-Scarton-150x150.jpeg)