Un racconto di Natale della scrittrice Maria Jatosti

 Un racconto di Natale della scrittrice Maria Jatosti

un-racconto-di-nataleAncora una volta la scrittrice Maria Jatosti, nostra concittadina per tutti gli anni della sua giovinezza, ho voluto dedicare ai nostri piccoli lettori un racconto scritto apposta per Cara Garbatella. Una prosa semplice, intrisa di partecipazione, che rivela tutto l’impegno sociale che ha ispirato la sua vita di combattente e di scrittrice. Glie ne siamo grati. Maria dedicò il suo primo romanzo, “Il confinato”, al padre, maestro elementare, spedito con la famiglia al confino per il suo antifascismo. Seguirono altri romanzi, “Tutto d’un fiato”, “Matrioska, un libro di filastrocche per bambini, testi teatrali e numerose raccolte di poesie.
Recentemente ha dato alle stampe un nuovo romanzo, “Per amore e per odio”, a carattere fortemente auto-biografico. Dice che ne ha un altro in preparazione. E’ molto impegnata nell’organizzazione di manifestazioni culturali ed è un’apprezzata traduttrice di opere straniere.


La strenna di Giovannino

di Maria Jatosti

Mamma, che ci mettiamo sotto?
Dai, Giovannino, qualche cosa ci inventeremo, su passami le palline, aiutami, non stare lì imbambolato.
Però è troppo piccolo, te lo dicevo io che era meglio quello più grande.
Ma no Giovannino, vedrai com’è bello quand’è finito. Piuttosto sbrighiamoci, tra poco torna il babbo.
Sarà stanco morto e avrà fame.
Speriamo che oggi sia andata bene, che abbia tirato su un po’ di mance.
Peccato che non sono potuto andare con lui.
Con questa pioggia! Non angustiarti Giovannino. E poi, se te ne andavi anche tu chi badava a Mariolina mentre io ero a lavorare?
Poverina, ha anche un po’ di febbre.
Non è niente, sono i dentini. Il fatto è che ci fa un freddo boia qua dentro.
Ma i termosifoni quando li accendiamo?
Ancora un po’ di pazienza, Giovannino. Il riscaldamento è di nuovo aumentato e bisogna risparmiare, lo sai. Dai, passami quel festone, no, quello lì, quello dorato. Ecco fatto. Che te ne pare, non è proprio un bell’albero di Natale?
Non fa la sua figura?
Per me ci manca ancora qualcosa. Scendo a comprare altre palline dai cinesi?la-strenna-di-giovannino
Comprare, comprare… eh, Giovannino …
Dai cinesi costano poco.
Ma no, e poi dove vai con quest’acqua!
Sempre per strada, sempre a scappare … Sai cosa possiamo fare invece? prendiamo dei pezzetti di carta stagnola o colorata e li pieghiamo così, ecco, come un fiocchetto o una specie di caramella. Guarda, fai come me. Bravo, Giovannino. Visto che bello?
A volte basta un po’ di fantasia.
La fantasia, Giovannino, non si compra. Su su, sbrighiamoci. Il babbo sarà contento quando lo vedrà.
Da quanto tempo Giovannino non vedeva il babbo contento. Quando tornava era sempre troppo stanco per parlare. Se la mamma gli chiedeva com’era andata col nuovo lavoro, rispondeva con una sorta di grugnito, poi accendeva la TV e se ne stava in silenzio, le mani sulle ginocchia a fissare lo schermo fino a quando non gli si annebbiava lo sguardo.
Dopo la chiusura della fabbrica il babbo aveva cambiato cento lavori.
Una settimana da una parte, tre giorni da un’altra, pochi denari in nero che scivolavano dalle mani alle tasche e finivano subito. Dalla fresa, dal tornio, dalla catena di montaggio era passato alla cazzuola e alla calcina del muratore, poi alla pialla del falegname, alla ramazza dello spazzino, “operatore ecologico”, come si dice ora, fino a quando non lo avevano preso come aiuto pizzaiolo, cameriere e uomo delle pulizie. Nella grande pizzeria era il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene dopo aver spento le luci e tirato giù le saracinesche.
Il posto era provvisorio e la paga scarsa, ma c’era di buono che poteva portarsi via ogni sera i resti del banco: qualche supplì, qualche crocchetta, uno o due tranci di pizza.
Quello era il lavoro più bello per Giovannino. Il babbo era riuscito a infilarci anche lui qualche volta come fattorino volante per la consegna a domicilio. Berretto arancione e bicicletta, via Giovannino pedalare per le strade del quartiere e intascare qualche spicciolo rotondo dai clienti. La mattina dopo era stanco e a scuola non ci andava. Pazienza se salti qualche giorno, diceva la mamma. Sei bravo e recupererai in fretta. Ora sei grande e devi aiutare la baracca, questo è importante. Poi si vedrà, diceva contando le monetine.
Bravo Giovannino.

Pioveva da giorni. L’Italia, diceva la tivù, era mezzo allagata e coperta di fango, specialmente al centro e le corse di Giovannino in
bicicletta per le consegne a domicilio erano sospese. Ma Giovannino a casa non ci poteva stare, scappava appena poteva. La mamma ai fornelli, Mariolina addormentata nella culla, si infilò il giubbotto e sgattaiolò fuori.
Giovannino, dove vai? Ti ho sentito sai… Fuori è un inferno.
Vado a portare qualcosa alla bambina del supermercato, mamma.
Torno subito.
Ah, bravo Giovannino. Prendi anche quel pacco che è lì accanto alla porta. L’hai preso?
Sì, mamma.
C’è dentro una coperta. È vecchia e sdrucita, ma calda. Quella povera creatura morirà di freddo là fuori. Che coraggio mandare per strada i bambini! Che mondo! È un pò pesante. Ce la fai, Giovannino?
Sì, sì, mamma, ce la faccio, disse Giovannino tirando su la grossa busta.
Bravo. Torna subito a casa. E copriti bene, mi raccomando, e stà attento a dove metti i piedi, cammina lungo i muri, e non dimenticare l’ombrello.
Piove che Dio la manda, poveri noi… Giovannino! L’ombrello, l’ombrello … !
Chissà dove aveva la mente quel figlio, sempre svagato, sempre con la testa fra le nuvole!
La voce si perse nella tromba delle scale.

maria-jatosti-la-strenna-di-giovanninoC’era aria di festa nel quartiere.
Le strade erano lustre, le vetrine scintillavano di luci, nel passo affrettato e sul volto teso sotto gli ombrelli era riflessa l’agitazione febbrile della vigilia. Giovannino si tirò il cappuccio sul naso e proseguì a balzelloni, badando alle pozzanghere e ai rivoli. La busta della mamma infilata al braccio, entrò nel bazar. La “cosa”, una mantellina di plastica rossa col cappuccio e la figura di Topolino sul dorso, era sempre lì: orgogliosa e fiammante come una bandiera. La commessa la tirò giù, la piegò, fece un bel pacchetto col fiocco e glielo porse in cambio di un mucchietto di monete, spiccioli messi via giorno dopo giorno: le mance che Giovannino aveva conservato senza dire niente a nessuno.
Stringendo gelosamente al petto con le mani scivolose di pioggia il suo segreto, il suo bel regalo di Natale, il mento puntato contro la pioggia, Giovannino se ne andò felice: Hania lo aspettava all’angolo del supermercato, infreddolita, sepolta sotto un mucchio di cenci grondanti.
Col cuore che gli batteva la grancassa, Giovannino fendette il muro della folla frettolosa e scrutò l’angolo, vide il mucchio di cenci, ma Hania non c’era.
Dov’è Hania? chiese impaziente. Dagli stracci emerse il volto di una donna, la bocca dissestata come un buco nero, gli occhi curiosi. Dopo un attimo di silenzio fece un gesto di diniego col capo, senza dire nulla.
Dov’è Hania? ripeté Giovannino, ansioso. Stesso gesto, stesso silenzio. Giovannino sfilò dal braccio la busta della mamma. Buon Natale, disse posandola ai piedi della vecchia che, con dita adunche la fece scomparire senza guardarla, sotto il banchetto su cui era seduta.
È una coperta. È calda … Per ripararti …,  disse Giovannino.
Grazie grazie Dio ti benedica, biascicò la donna nel buio della bocca, senza guardarlo. Continuava a fissare lo sguardo nel vuoto, davanti a sé, e a ripetere come un disco rotto: grazie grazie grazie Dio ti benedica, grazie grazie Dio ti benedica …
Giovannino, immobile davanti a lei, continuava a tenere il suo prezioso pacco contro il petto. Non sapeva che cosa fare. Era confuso, deluso.
La pioggia gocciava dal cappuccio, correva sulle guance, come lacrime.
Lo colse un brivido di freddo. Volse le spalle e si mise a correre. Andò a rifugiarsi sotto la tettoia di un bar rutilante di luci e suoni. Fuori, sulla soglia, un albero gigantesco, alto almeno due volte lui, calcolò Giovannino, tendeva i rami di un colore acceso, innaturale, tutti carichi di lucine intermittenti rosse e blu e di palline e ninnoli e dolciumi.
Dall’interno del bar e tutt’attorno venivano voci eccitate, festose e lo schioccare di risa e lo scatto di ombrelli che si aprivano e chiudevano e il canto delle campane che annunciavano la funzione e lo scrosciare della pioggia che scrosciava, il frusciare del vento che portava il suono delle ciaramelle: tu scendi dalle stelle o Dio del cielo …
Giovannino stordito, stregato non riusciva a staccarsi da quello spettacolo.

Alice, cosa fai, vieni via … La voce lo riscosse dall’incantesimo.
Sentì la presenza, ne fu sfiorato, ne intravide il riflesso nella vetrina. La bambina era lì e sorrideva incantata. Giovannino prese il pacco e, bruscamente, con forza, lo diede alla bambina Alice. Vide la sua sorpresa. un attimo, poi scappò senza voltarsi indietro.
Corse leggero, tenendosi muro muro come gli aveva raccomandato la mamma nell’uscire di casa. Tanto tempo fa, così gli parve. L’allegria, l’eccitazione, gli erano scivolate di colpo dalle spalle e si sentiva improvvisamente molto stanco.

Oh, eccoti finalmente, Giovannino! Dove sei stato?
Guardati qui, sei zuppo fradicio, ti ammalerai, accidenti! Ti avevo detto di prendere l’ombrello … Ma come devo fare con te! Come se non avessi abbastanza pensieri! Sei proprio un incosciente! Che cos’hai nella testa, me lo dici?
Giovannino abbassò il capo.
Taceva.
Andiamo, sciocchino, non è niente. Non sono arrabbiata con te. È che a volte mi saltano i nervi. Su, vieni qui, spogliati che ti asciugo … E adesso che fai, piangi? Questa è bella!
È la pioggia … disse Giovannino affondando la testa nel seno della mamma per nascondere le lacrime.
A poco a poco la carezza ruvida delle sue mani frettolose che lo strofinavano, lo accarezzavano, lo fece precipitare in una sorta di malinconia dolce, di trasognatezza. Giovannino avrebbe voluto che quel momento non finisse mai. Avrebbe voluto addormentarsi nel calore che emanava dal corpo della mamma e sognare, immaginare un mondo di bambini felici con una mamma amorevole e serena, una casa calda, un babbo che lavora. Un mondo senza Hanie.
Ecco fatto, disse la mamma strappandolo alle sue fantasticherie.
Oddio come s’è fatto tardi, tra poco torna il babbo. Su, andiamo ad apparecchiare. Ho preparato una bella cenetta. Il babbo sarà contento. C’è perfino il panettone che mi hanno regalato al lavoro. Sarà un buon Natale anche per noi, vedrai Giovannino, vedrai.

Natale 2012

 

 Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Dicembre 2012

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