Tor Marancia: difendiamo il Caravaggio Lezione del fotoreporter Tano D’Amico agli occupanti

“Quando non c’è energia non c’è colore, non c’è forma, non c’è vita”, così diceva Caravaggio, l’irrequieto pittore vissuto tra la seconda metà del Cinquecento e gli inizi del Seicento. E di energia oggi, gli occupanti degli edifici di Via del Caravaggio a Tor Marancia, ne sanno qualcosa. Coraggio e forza d’animo  che devono trovare ogni giorno per rimanere in quegli edifici che, nel 2013, sono stati occupati dopo lo sgombero da parte della Regione Lazio, che li utilizzava come uffici. Quando l’ente se ne andò, pian piano famiglie con bambini, disoccupati, giovani precari e tanti migranti, hanno deciso di occupare entrambe le palazzine.

Con il tempo si è creato un ambiente familiare, tutti gli occupanti si sono integrati nel quartiere. Bambini e adulti, italiani e stranieri, fanno respirare un senso di calore e vivacità. Ma basta la serenità a tenere in piedi tutto questo? A parlarcene, è Tano D’Amico, noto fotografo del Movimento degli anni Sessanta e Settanta, che il 31 gennaio ha tenuto un dibattito proprio nel sotterraneo di una delle due palazzine. Di fronte ad un pubblico attento, D’Amico paragona la vita travagliata del pittore Caravaggio, vissuto ai margini della società, a quella delle 130 famiglie impaurite dagli sgomberi. Si racconta tra l’altro, che Michelangelo Merisi, questo il vero nome dell’artista, avesse nel proprio studio le stoviglie per una sola  persona, ma tredici cavalletti e ventidue sedie, ciò a significare che gli amici e gli altri pittori condividessero con lui arte e opinioni. Il parallelo è proprio riferito alla vita che si conduce nelle occupazioni, dove persone in difficoltà, per vari motivi, perché sole, senza casa, in cerca di lavoro, con bambini da accudire, si sostengono a vicenda.

Ciò che emerge dai racconti dei presenti, a seguire l’appassionante lezione, è proprio la solidarietà, la condivisione dei momenti di difficoltà, l’integrazione ma anche la determinazione nel rivendicare il diritto ad avere una casa popolare, la dignità, il lavoro, la lotta contro la violenza ed il razzismo. Nel corso dell’assemblea sono intervenuti alcuni occupanti, in maggior parte donne; anche un bambino ha letto una lettera commovente, un’insegnante impegnata in un progetto di sostegno allo studio ed al contrasto alla dispersione scolastica, la direttrice dell’associazione “A Buon Diritto”. Per tutti, alla forte preoccupazione di essere cacciati, c’è anche quella di essere sradicati dal territorio, da quei quartieri, Tor Marancia, Garbatella, San Paolo, nei quali i bambini ed i ragazzi sono cresciuti e frequentano le scuole, le palestre, gli amici. Quello che si andrebbe a distruggere è un modello di integrazione tra razze, religioni, sia all’interno del Caravaggio, sia nella società, in quelle zone già di per sé, per la loro storia, difficili da vivere. Con orgoglio gli occupanti, provenienti da diverse destinazioni, si definiscono shangaini,  radicalizzati come i cittadini che nei primi anni ’30 si stanziarono in quella zona paludosa, che spesso si allagava inondando le baracche, tanto da essere battezzata Shangai.

E’ quindi di fondamentale importanza la cintura di solidarietà del quartiere, che si stringe intorno ai bisogni dell’occupazione del  Caravaggio e l’attenzione delle istituzioni locali. All’assemblea erano presenti, infatti, gli assessori Claudio Marotta, Alessandra Di Luigi e Amedeo Ciaccheri, Presidente del Municipio VIII, nel quale è stato attivato un tavolo con il Comune e la Regione per prendersi cura delle fragilità presenti .

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