Dall’Ottica Meccanica Italiana agli scontri di Porta San Paolo.
Alberto Cotti detto Dartagnan. Classe 1921 nato a San Giovanni in Persiceto provincia di Bologna. A 16 anni cerca lavoro a Roma e lo trova all’Ottica Meccanica Italiana la fabbrica d’eccellenza vanto dell’industria militare con sede nella zona industriale Ostiense, tra Valco San Paolo e Lungotevere Dante, oggi in gran parte rilevata dalla Terza Università. Nel ‘42 viene spedito sul fronte Orientale con l’Armir (l’ottava Armata Italiana in Russia), reparto Autocentro. Rimpatriato dopo la disfatta fa domanda per tornare a lavorare all’OMI. L’8 settembre del ’43 partecipa agli scontri di Porta San Paolo. Allo smantellamento e al trasferimento della fabbrica a Milano torna a Persiceto, dove si attiva subito contro il nazifascismo formando una Sap. Scoperto riesce a fuggire in montagna e da lì continua l’attività partigiana.
È stato Consigliere Comunale nelle liste del Pci; fondatore e consigliere della Casa del Popolo “L.Bizzarri” dal 1958 al 1967; presidente dell’Anpi provinciale. Il suo nome di battaglia Dartagnan deriva dalla sua passione per la scherma, disciplina che ha insegnato fino al 2002. E’ morto il 24 giugno del 2015.
Di seguito due pezzi presi da “Il Partigiano Dartagnan”, la sua autobiografia edita nel 1994 dal Comune di San Giovanni in Persiceto.
La visita di Hitler a Roma
Io allora ero occupato come modellista all’Ottica meccanica italiana con sede oltre la basilica di S. Paolo (1.200 dipendenti). Ero avanguardista come tutti quelli della mia età là occupati.
Il nostro capo-gruppo era il figlio del titolare dell’azienda, come già accennato. Fummo comandati a comporre la guardia d’onore per il passaggio dei due gerarchi. L’adunata fu alle tre di notte.
In divisa impeccabile, il capo gruppo fece l’appello, non mancava nessuno; l’assenza lo si sapeva comportava il licenziamento. Venne distribuito ad ognuno un moschetto, vero questa volta, non un fac-simile come ai balilla, però senza munizioni. Fummo portati al posto a noi assegnato e scaglionati ai lati della strada; eravamo la guardia d’onore. Rimanemmo in attesa fin quasi a mezzogiorno, quando il capogruppo diede il presentat-arm, sull’attenti, con baionetta in canna.
Restammo sull’attenti per un’ora, imprecando e mandando ad entrambi accidenti ed altro. Solo alle tre del pomeriggio si fece colazione.
I due gerarchi rimasero a Roma alcuni giorni, quindi Hitler ritornò in Germania. Il nostro unico vantaggio (per modo di dire) si rivelò che la giornata ci fu regolarmente retribuita. Domenica mattina continuava l’esercitazione incominciata alla scuola elementare e, siccome il capo gruppo era sempre il figlio del direttore generale dell’officina, per ogni assenza si veniva multati di due ore di lavoro.

Il 10 settembre a Porta San Paolo
A Porta San Paolo alcuni ufficiali e militari, assieme a civili, schierarono quattro o cinque obici residuati della guerra 1915-’18 ed attesero i tedeschi che sicuramente sarebbero arrivati.
Un capitano, che aveva la base in Trastevere, subito oltre il ponte Sublicio, comandante dei carristi, con in dotazione carri leggeri armati di sola mitragliatrice, chiamati “scatole di sardine”, unitamente alle persone succitate, furono le uniche forze ad opporre la maggiore resistenza all’occupazione di Roma. I tedeschi arrivarono in colonna corazzata con cannoni moderni e, come al solito, con un’organizzazione efficientissima. In testa, su un automezzo scoperto, vi era presumibilmente il comandante; un colpo di cannone partì da Porta S. Paolo, il primo automezzo fu centrato, si sentì il boato, poi fu investito dalle fiamme.
Da una strada laterale, un borghese che, chissà come, era armato di panzerfaust, colpì in pieno il secondo, anch’esso si incendiò. Un terzo bruciava, non so come a duecento metri più indietro. A quel punto gli attaccanti pensarono bene di accelerare la marcia e, affiancandosi, aprirono un fuoco infernale, travolsero in breve la linea di sbarramento, misero fuori uso gli obici piazzati, ed una parte della colonna si fermò, dando vita ad un fuoco di fucileria, cercando di inserirsi a piedi nel rione Testaccio. A duecento-trecento metri dalla Porta, andando per Viale del Re, sorgevano lateralmente dei filari di alberi secolari, dietro ogni albero vi era un civile con un’arma, tutti insieme per molto tempo ostacolarono l’avanzata tedesca. Io ero al secondo o terzo albero, in quello davanti a me si trovava un ragazzo, di cui non so il nome, non lo conoscevo, non l’ho mai più visto. Aveva un fucile modello 91, più lungo di lui di molto; armeggiò e puntò. Un tedesco in quel momento prese la rincorsa da porta S. Paolo verso il palazzo delle poste (tuttora esistente); sentii netto lo sparo; il tedesco cadde e non si mosse, più. L’aveva colpito il ragazzo.
Per alcune ore si sparò, poi finirono le munizioni.
[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Ottobre 2025/numero 69, pag. 7]





