Ellekappa: “la mia Garbatella”

INTERVISTA ALLA FAMOSA DISEGNATRICE SATIRICA, COLLABORATRICE DE LA REPUBBLICA

di Francesca Vitalini

La vignetta in prima pagina non può che essere la sua. Con quei personaggi pasciuti, qui beneauguranti, che abitualmente smascherano con irriverenza e colta ironia le peggiori abitudini della società italiana, i controsensi della realtà di tutti i giorni, i facili slogan politici.


Sì, stiamo parlando proprio di lei, di Ellekappa, pseudonimo di Laura Pellegrini.


La disegnatrice, che attualmente lavora a La Repubblica, non ha bisogno di molte presentazioni: noto è il suo talento come autrice di satira politica e di costume, che le ha permesso di lavorare nel corso del tempo per le riviste simbolo del fumetto satirico italiano, per quotidiani nazionali e per trasmissioni televisive.


Meno noto è che sia romanista, ancora meno che sia nata ed abbia vissuto i primi venti anni della sua vita in via Rosa Raimondi Garibaldi. Le abbiamo chiesto di guidarci per la Garbatella attraverso i luoghi e le persone che ama, di ieri e di oggi.
Quando pensi alla tua infanzia, che luoghi vivevi?


Se penso ai luoghi della mia infanzia, ecco, la prima immagine è proprio Via Rosa Raimondi Garibaldi e il civico 119, che era il mio. La strada, come tutto il quartiere, del resto, era l’estensione di casa mia: punto di incontro per i bambini di quei palazzi con il marciapiede marcato dal gesso della “campana”, dove si saltava con la corda, si giocava a nascondino, a un due tre stella. I più audaci avevano il “carretto”, una sorta di microcar del Paleolitico composto da una tavoletta di legno con sotto quattro cuscinetti a sfera. Ci si metteva in ginocchio sulla tavoletta e grazie alla pendenza della strada si poteva arrivare in velocità e tra il panico dei passanti fino alla fine, all’altezza di Via Costantino. Poi, c’erano i giochi avventurosi al “prato”, o meglio, alla “marana” …arrivare illesi a fine giornata era una scommessa, ma allora non lo sapevamo.

Ellekappa per Cara Garbatella


Stiamo parlando di quali anni?
Dei primi anni ‘60, quando i bambini esistevano ancora, la merenda era pane olio e sale, non c’era l’euro e neanche la lira, perché all’epoca l’unità di misura della valuta era la “piotta”. In quegli anni ho frequentato la Cesare Battisti. La scuola più bella di sempre, ma il mondo ne è venuto a conoscenza solo con “Caro Diario” di Nanni Moretti. Ci si entrava, con ingresso differenziato per maschi e femmine, con un po’ di soggezione, vista l’imponenza. Ho avuto la fortuna di avere una maestra fantastica, la maestra Marini, materna ed amorevole. In ogni aula, attaccato al muro in alto dietro la cattedra, l’altoparlante dal quale ogni tanto si verificava l’evento da fine di mondo: il Direttore diramava annunci solenni a tutte le classi, ma a dir la verità non ne ricordo neanche uno…
Un’infanzia, che se non era a casa, era passata tra la strada e la scuola, quindi?


E nella parrocchia di San Filippo Neri, un luogo speciale di aggregazione per i ragazzi del tempo, con l’oratorio, dove credo siano passati tutti i bambini e gli adolescenti del quartiere, e il cinema Columbus, che aveva una programmazione irresistibile: film western, dove gli indiani, ahimè, facevano sempre la parte dei cattivi, e dei “supereroi” Maciste ed Ercole. Quando entravi in sala ti davano pure i biscotti per la merenda.


Quelli erano gli anni di Padre Guido e Padre Melani, come li ricordi?
Erano i due miti che tenevano saldamente in mano la situazione. Padre Melani, sempre gentile e sorridente, e Padre Guido, che era gentile a modo suo…incuteva un po’ di timore. Me lo ricordo alto, asciutto, nella sua tonaca nera, con uno sguardo un po’ severo, ed era il tipo che se non andavi in chiesa ti veniva a cercare a casa. E non erano bei momenti per noi bambini, anche se tutti gli volevano un gran bene. Qualche anno fa ho letto su “Garbatella mia” che dopo la promulgazione delle leggi razziali, grazie a Padre Melani, una famiglia di ebrei trovò rifugio proprio nell’oratorio del San Filippo Neri. Storia finita male dopo una spiata di italiani brava gente. Questo mi rende il suo ricordo ancora più prezioso.


La tua adolescenza nel quartiere, invece, come è stata?
Tra i quindici e i sedici anni, con la strage di Piazza Fontana, c’è stata per me, e per tutta la mia generazione, la scoperta della politica. Nel cuore di Garbatella erano attive le sezioni di tutti i partiti di sinistra: respiravi politica nell’aria e nelle strade. Sui muri c’erano le scritte “la strage è di Stato”, “Pinelli assassinato”, “Valpreda libero”. I social di allora erano i volantini, i ciclostilati di controinformazione, una comunicazione che ti arrivava letteralmente tra le mani. E inevitabilmente, proprio attraverso la stampa alternativa e al particolare momento storico in cui il Paese era sospeso tra bombe e golpismo strisciante e in cui gli anarchici si trovavano ad essere il capro espiatorio delle trame nere, mi sono ritrovata a frequentare il circolo anarchico Carlo Cafiero, in via Vettor Fausto.


Come vedi il circolo con gli occhi di ora?
Un luogo assolutamente da manuale: uno scantinato piccolo con un arredamento povero, essenziale, pieno di libri e giornali; sul muro, all’entrata, la scritta “Anarchico è il pensiero e verso l’anarchia va la storia”.
Lì, nelle discussioni che si facevano, la rivoluzione era proprio a portata di mano, solo una questione di ore. “A, la rivista anarchica”, che andavamo a vendere davanti alla Standa di via Caffaro, veniva stampata nella tipografia de l’Unità, in via dei Taurini, e noi andavamo lì a ritirarla. Ancora non sapevo che via dei Taurini, dopo pochi anni, sarebbe diventata un altro luogo del mio cuore.
Al Cafiero sono stata per un anno, credo, poi ho conosciuto il mio attuale marito, che era invece marxista e passare da “Addio Lugano bella” all’ “Internazionale” è stato un attimo.


Questa esperienza quanto ha influito nella formazione del tuo sguardo satirico sulla realtà, che è carico di un’ironia sarcastica tutta romana, che emerge con forza nel tuo lavoro?
La mia passione per la satira politica è nata proprio in quell’epoca di controinformazione militante, le strisce e le vignette che circolavano allora erano più efficaci di fiumi di parole e io ne ero totalmente conquistata. L’ironia sarcastica tutta romana, come la definisci tu, viene forse proprio dalla consapevolezza delle mie radici: Garbatella ha (o aveva) un tessuto sociale omogeneo, eravamo tutti nelle stesse condizioni economiche decisamente non brillanti, e forse ho ereditato l’umore di un intero quartiere che affrontava le difficoltà del vivere quotidiano con dignità e disincanto. Un po’ lo stesso stato d’animo di Trilussa, se vogliamo.
Infanzia, adolescenza, arriviamo all’oggi. Frequenti il quartiere abitualmente, che differenze trovi tra passato e presente?
Dopo la scomparsa dei miei, più che tornare a Garbatella diciamo che ogni tanto mi ci trovo a passare. La redazione di Repubblica è a Largo Fochetti, dunque, un giro (ma anche più di uno) per tutto il quartiere è inevitabile visto che l’incubo è trovare un parcheggio. Oppure la sera per andare in qualche ristorante o pizzeria. L’incubo è sempre lo stesso. Però indubbiamente ora Garbatella è culturalmente e socialmente più viva, non per niente è uno dei quartieri più trendy di Roma.
Spero solo che non faccia la fine di Trastevere, ormai diventato il parco giochi di stranieri, nuovi ricchi e pseudo intellettuali.


A causa della pandemia da Covid-19, il compleanno di Garbatella è rimasto sospeso, ma il 2020 è pur sempre l’anno del suo centenario. Cosa augurarle?
Beh, l’augurio per i cento anni di Garbatella non può che essere quello di continuare a cambiare senza tradire se stessa. Vai che sei bella!!!

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail