Uno scritto di Antonietta Tiberia
Antonietta Tiberia è nata nel 1941 in Ciociaria e vive a Roma. Si destreggia tra narrativa, poesia e traduzioni. Ha pubblicato Per le stagioni con ali di velluto (2024), Haiku per un anno bisestile (2017), I racconti del ponte (2013), Calpestando le aiuole (2011) edizioni Progetto Cultura e varie traduzioni.
Già redattrice della rivista «linfera», collabora alla rivista poetica «Il Mangiaparole».

Gabriella Azzurri del lotto 23 ed Antonietta Tiberia
Nella primavera del 1950 la mia famiglia si trasferì a Roma. A mio padre, autista del pro-sindaco, era stato assegnato un piccolo appartamento, al lotto 23 della Garbatella, con ingresso in via Nicolò Odero 19 e in via degli Armatori 15.
L’anno scolastico non era terminato. Finii la terza elementare nella sezione femminile di una vera, grande scuola, la Cesare Battisti (prima intitolata a Michele Bianchi, il segretario del partito fascista), tra compagne di diversa estrazione e provenienza, che parlavano con disinvoltura di cose a me ancora sconosciute, come le equivalenze tra decametri e millimetri, che mi restavano oscure. Nella pluriclasse che avevo appena lasciato, in una scuola di fortuna, i problemi di aritmetica si risolvevano per tentativi: – «Ci vuole la moltiplicazione!» – O la divisione, a seconda. Chi per primo alzava la mano e gridava la soluzione esatta all’indovinello dell’operazione era dichiarato bravo.

Quella scuola aveva una grande palestra e anche un giardino, dove si andava a marciare. Accanto alla maestra c’era talvolta una figura in camice bianco, la Vigilatrice, che ci ispezionava capelli e unghie.
Nella sezione maschile erano ospitate ancora alcune famiglie che a causa dei bombardamenti avevano avuto la casa distrutta, sistemate lì nel 1944.
Una delle mie compagne abitava alla scala D, un’altra delle dieci scale del lotto 23. Era la penultima di sei figli. A ricreazione, a lei portavano la “refezione”, parola a me sconosciuta, che si materializzava in una ciriola imbottita che mi faceva venire l’acquolina in bocca. Avrei scoperto più tardi che quel panino faceva parte degli aiuti alle famiglie numerose e spesso più povere.
All’ora dei pasti ci incontravamo ad attingere l’acqua fresca dalla fontanella in via Enrico Cravero, perché l’era dei frigoriferi in ogni casa era ancora di là da venire. Lei aveva già fatto sosta dal vinaio, che in un bottiglione le aveva versato tre quarti di vino e una gazzosa.
Quando andava a comperare le uova, nel negozio di Pasta all’uovo in via Giacomo Biga, le passava davanti a una luce accesa sistemata su uno scaffale, per controllare che fossero fresche. Mia madre, invece, le raccoglieva calde dal pollaio… piccole differenze fra la vita di città e quella di campagna da cui provenivo.
La domenica andavamo a Messa alla chiesa di S. Francesco Saverio, alle nove. Chi arrivava puntuale riceveva un biglietto con diritto di entrata al cinema parrocchiale e alla merendina: una tavoletta di surrogato di cioccolata o di cotognata. Chi arrivava a Messa iniziata, non trovava più il biglietto e di conseguenza non poteva entrare al cinema, dove si proiettavano pellicole che si interrompevano spesso, perché molti spezzoni erano stati tagliati (le scene con i baci appassionati, o in abiti scollacciati).
La chiesa si trovava nella stessa piazza della scuola. Per arrivarci, la strada più corta era passare per via degli Armatori (non c’era ancora la scalinata per via Montuori): ma su quella strada c’era la Villetta, covo dei comunisti. Mia madre aveva proibito a mia sorella e a me di avvicinarci a quel luogo, considerato vera e propria emanazione del diavolo e frequentato solo dagli uomini, che ci andavano anche perché c’era un campo di bocce (solo molti anni dopo anche la parrocchia avrebbe attrezzato un proprio steccato: cosa non si fa per la fede!); dovevamo quindi uscire da via Odero e risalire via Passino fino a piazza Damiano Sauli, camminando sul marciapiede opposto.
Alla scala E abitava proprio uno di quei “comunisti sfegatati”: si chiamava Giuseppe Rossi e non mancava mai di esporre una grande bandiera rossa al suo balcone quando c’erano scioperi o feste nazionali.
Nel lotto ci si conosceva tutti. Si sapeva la composizione e la storia delle varie famiglie. I ragazzini giocavano nel campo da gioco al centro del lotto, sorvegliati dalla finestra dalle madri. Quando inaugurarono il mercato coperto, ci si trovò a vivere come in un paese: le donne si incontravano tutti giorni tra le bancarelle del mercato, comparavano merci e prezzi. E, di ritorno dalla spesa, si sedevano sul muretto di cinta al campo da gioco, a spettegolare.
C’erano ancora molti prati, allora, ma di abitare alla Garbatella ci si vergognava.

Alla scala F (che era anche la mia) viveva una ragazza che sarebbe diventata scrittrice. Si chiamava Carla Ferroni e pubblicò un libro dal titolo Noi, sui vent’anni, il cui incipit diceva pressappoco così: «Lo debbo confessare: abito alla Garbatella». Chi lo dichiarava percepiva chiaramente il declassamento automatico operato nei suoi confronti. Perché la Garbatella era considerata una borgata dove abitava la marmaglia. Oggi che il quartiere vorrebbe diventare rione, la sua storia è nota a molti ed abitarci è diventato trendy. Ma quando fu costruito, nel 1920, era molto decentrato. I commercianti non volevano andarci, e per incoraggiarli furono dati a loro gli appartamenti più prestigiosi, nei lotti storici disegnati dai migliori architetti dell’epoca.
Su un cocuzzolo di via delle Sette Chiese c’è un gruppetto di palazzine isolate dalle altre, dove negli anni ’50 transitavano solo i residenti. Lì il regime aveva radunato i dissidenti politici, chiamati “gli indesiderabili”. Ci si arriva con una strada senza uscita, via S. Adáutto. Una volta c’era un ponticello di legno che sovrastando via delle Sette Chiese collegava la collinetta con piazza Brin, ma non ha retto all’usura del tempo.
Nel quartiere c’erano diversi cinema, il più importante dei quali era lo storico cinema-teatro Garbatella, che d’estate apriva il suo tetto per far entrare l’aria. C’era l’arena dei Pini in via Belardi e il Columbus accanto alla Chiesoletta.
Spostarsi dal quartiere non era un problema. C’erano due tram dal percorso lunghissimo, che partivano dal capolinea di via Giacomo Rho: il 5 arrivava fino a piazza Istria e l’11/22 alla stazione Tiburtina. Le vetture dei tram viaggiavano sempre pienissime, con le porte aperte e le persone sul predellino, aggrappate alla meglio là dove riuscivano ad arrivare, finché un incidente provocò la morte di un passeggero: da allora viaggiano solo a porte chiuse. E poi ci fu un autobus mitico, il 92, che da Piazza in Lucina portava a Piazza Venezia in meno di venti minuti.
Il bello delle case assegnate era che la gente che ci abitava era sempre la stessa, cambiava soltanto la generazione. Nelle facce dei ragazzini di oggi qualche volta riconosco ancora quelle dei ragazzini con cui ho giocato oltre mezzo secolo fa.
Le cose sono cominciate a cambiare negli anni ’60, quando anche tali case si sono potute acquistare e rivendere. Chi ci difenderà dalla gentrificazione?
[Articolo pubblicato sul periodico Cara Garbatella, Anno XVIII – Giugno 2025/numero 68, pag. 4]









