di Claudio D’Aguanno
Dopo 33 giorni di Turchia il nostro ciclista solitario ha attraversato il suo primo confine di terra ed è passato in Georgia. La barra doganale di frontiera a Sarp sul Mar Nero apre alla parte più occidentale dello stato caucasico. Quella che corrisponde alla Colchide: un nome, appunto, bello sostanzioso rimandando al mito degli Argonauti, al loro navigare per il Mediterraneo, a quella ricerca fatta da “eroi antichi che attraverso le bocche del Ponto / e le rupi Cianee, eseguendo i comandi di Pelia / guidarono al vello d’oro Argo, solida nave…”. Per Leo però, suggestioni liceali a parte, il premio del suo lungo andare per terre d’Asia non è certo un manto di montone, pur prezioso e portatore di straordinarie virtù, quanto ritrovare Sayaka e il suo Giappone, il sol levante e quella cucina che ama in modo particolare. E su questa strada ora ci troviamo a quasi un terzo del percorso. Come tabella di marcia non è male.

“Nuovo alfabeto, composto di cinque vocali ventotto consonanti, e nuovo linguaggio – il suo primo commento – ma qui a gesti ci si capisce bene. Comunque altri segni evidenti del passaggio da un mondo ad un altro sono i campanili con la croce, la non accoglienza nelle chiese ortodosse rispetto alle moschee mussulmane dove gli imam ti aprivano le porte per dormire e però la conferma della grande ospitalità che per strada ti riservano contadini o pastori con cui mi fermo a parlare. Ah, altra fondamentale differenza è che in Turchia mi offrivano il chai, tazza di thè caldo, mentre qui vanno giù pesanti con la chacha, acquavite del posto tasso alcool 70 per cento, a qualsiasi ora del giorno.”

Punti esplorati sul cammino per la capitale Tblisi: la fortezza romana di Gonio, il museo etnografico di Batumi, le terme sparse nella campagna di Vani, chiese di Santa Nino del V secolo anche in borghi isolati, Svetitskhoveli ovvero la Cattedrale di Mtskheta con la copia del santo sepolcro e la tomba di santa Sidonia, poi la città nella roccia di Uplistsikhe e, immancabile, il Museo di Iosif Džugašvili alias Stalin a Gori. “Sto museo –precisa Leo- è tutto un’esagerazione celebrativa ma il posto è significativo anche per un confronto generazionale. Da una parte ho beccato una guida di una certa età che mi ha recitato tutto il copione della vita di Stalin mentre un po’ più in là una guida molto giovane s’è messa a illustrare gli stessi cimeli in maniera scanzonata e critica. Il cambiamento è lento ma c’è.”
Arrivato a Tblisi, in attesa di buttare l’occhio sulla città piena di edifici di pura ispirazione sovietica, ora è in sosta forzata. “L’ Azerbaigian non è percorribile e oltre Tblisi non si pedala!” annota un po’ sconsolato seppure fino a un certo punto. La corsa verso oriente riparte lunedì 13 ma prima di riprendere la bici e raggiungere in volo Aqtau sulla riva kazaka del Caspio, una puntata in bus in Armenia ci sta bene: “in bus la tratta da Tblisi a Garni fa un 5 ore o poco più –ragiona Leo- se po’ fa’!” A suivre!

Per seguire Leonardo Scarton
- Youtube i Silk Diaries con gli aggiornamenti e i primi video lunghi
- Instagram pubblicato il resoconto di Antalya
- Puntata successiva [6]: Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Nel vento della steppa kazaka
- Puntata [4]: Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Mar Nero direzione Georgia
- Puntata [3]: Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / Verso la Cappadocia
- Puntata [2]: Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leo / in Turchia
- Puntata [1]: Dalla Garbatella a Kyoto: la pedalata di Leonardo Scarton
- Quei luoghi devastati dalla guerra: l’Armenia e il Metz Yeghern. Uno scritto di Antonella La Greca la madre di Leo
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