Il sogno, l’infinito, la pace, nelle poesie di Rosaria Di Donato

In un clima internazionale sempre più teso, e immersi come siamo negli orrori della cronaca, una boccata d’aria fresca può venire dalla poesia. Questo lo spirito dell’ultima raccolta della poetessa di Garbatella Rosaria Di Donato, Scrigno (pubblicata a marzo 2025 e disponibile sulle piattaforme di acquisto online), in cui l’autrice ha scelto di dare spazio al sogno, alla visione e all’evasione in netto contrasto con le cattiverie del mondo. Sono quattro le sezioni che compongono la silloge: visioni, chiaroscuri, miniature, tracce. Difficile individuare un filo conduttore. “Indubbiamente è un’opera eclettica” – afferma l’autrice – “e il titolo rende ragione dei ricordi, delle suggestioni, degli affetti, dei sogni, delle preoccupazioni, della pluralità delle lingue e dei generi letterari in cui mi esprimo”.

Andare lontano per sfuggire al dolore

Ma, pagina dopo pagina, qualche filo conduttore emerge. Per esempio quello dei contrasti: Scrigno presenta continuamente, quasi ossessivamente, la contrapposizione tra sogno e realtà, distese immense e “gabbie di vetro”. Non a caso abbondano i riferimenti spaziali – aggettivi come immenso, infinito, sconfinato – e l’immagine del cielo, le stelle, il firmamento, il mare, l’universo pervadono i versi della prima sezione della raccolta. Una forte tendenza all’evasione, dunque, che si concretizza nel ritorno al mondo dell’infanzia, “una terra vergine” in cui le api del nonno abruzzese, vissuto in campagna, sono un “turbinio di sogni”. Un luogo lontano e mitico, ma sempre attuale, come attuale è anche il passato biblico della creazione, che diventa una chiave di lettura per comprendere il nostro ruolo nel mondo: “siamo uomini e donne dell’eden, non dell’inferno/ ci sono strade per andare lontano” ammonisce l’autrice nel componimento In principio era il Verbo.

D’altra parte, però, sempre presente resta il dolore – guerre, epidemie, violenze occupano un’importante porzione di componimenti (tra questi, spicca la poesia dedicata al tragico destino di Samia Yusuf Omar). Il poeta si trova a vivere tra questi due poli, la pace desiderata e l’orrore reale. E la sua naturale tendenza a raggiungere con lo spirito luoghi lontani e liberi – “sono nata in un angolo di cielo/ dove il vento rincorre le nuvole” – si scontra con un “confine” che lo riporta immediatamente con i piedi per terra. Può essere il confine delle vie e degli appartamenti cittadini, contrapposti all’immensità della campagna. Oppure il confine di un cornicione che interrompe la distesa del cielo in cui volano gli uccelli (vedi la poesia Come rondini). O ancora il confine può essere il “solco tracciato dal dolore”, a seguito di un evento triste o traumatico (come nella poesia Segna un solco il dolore).

Una lingua tradizionale e sperimentale

Eppure è proprio da questi ostacoli che nasce la vena creativa. “Scrivo perché non respiro, perché non trovo spazio” ammette la poetessa, per poi tornare ad abbandonarsi alla profondità del tempo, ai ricordi dell’infanzia e ai “sogni”, altro termine chiave della raccolta. Ma la profondità del tempo non è solo ritorno alla dimensione del passato (anche se sarebbe meglio dire “dell’eterno”, come emerge chiaramente dalla poesia L’ulivo secolare), ma anche una precisa scelta stilistica.

Sorprende infatti il frequente uso di termini desueti, attinti a un italiano antico (ascosi, romiti, prece, perigli), talvolta però accostati a moderni neologismi (iopoeta, smontocompongo, pianuramare, re-dire). Due livelli linguistici che rispecchiano anche il doppio intento dell’autrice: tornare alle radici da un lato, dare voce a un linguaggio intimo dall’altro. Una lingua interiore, moderna e senza punteggiatura, che “tira e rilascia” le parole come fossero elastici, o le mischia come colori “finché l’uno nell’altro/ si fondano/ in brillii d’azzurro”.

l'ulivo secolare 2 di donato
L’ulivo secolare (immagine tratta dal libro)

Haiku, poesie in spagnolo e romanesco

E poi ci si imbatte nelle ultime tre sezioni, e a questo punto sembra proprio che il mondo interiore dell’autrice inizi a scalpitare e cercare il modo migliore di esprimersi. Dai brevi e illuminanti versi degli haiku (un tipico stile di lirica giapponese), alla passione che trapela dai componimenti in spagnolo, per poi approdare alle poesie dialettali, romanesche e scanzonate, ma anche intrise di profonde riflessioni. Tra queste emerge il componimento Scrigno (Stuccio in dialetto romano) in cui l’aspirazione dell’autrice finalmente si realizza: cessato il dolore e calata la sera, lo scrigno della poesia si apre, e la penna riversa sulla carta una miriade di parole luccicanti che si muovono, ballano, si attorcigliano e come una consolazione “cullano le anime inquiete”.

Breve appendice

Breve e dovuta appendice. E’ uscita due anni fa un’altra raccolta di poesie (Ombre di carta di Valeria Girardi, anche lei della Garbatella), che affronta il tema del dolore da una prospettiva diametralmente opposta. Non più ritorno al passato, all’infanzia, alla campagna, come nelle poesie della Di Donato, ma sguardo proiettato al futuro, al cambiamento, a quel momento di consapevolezza in cui tutti i pezzi si ricompongono e anche le sofferenze più pungenti riacquistano senso.

ombre di carta
Ombre di carta (dicembre 2023), Valeria Girardi

“Sebbene siano diversi e variegati gli insegnamenti e le filosofie che possono aiutarci a superare le delusioni” – afferma l’autrice nella nota introduttiva – “la forma d’arte giapponese del kintsugi è, secondo me, ciò che più si avvicina alla mia idea di autoguarigione. Questa idea è nata inizialmente come tecnica di restauro delle preziose tazze utilizzate nella cerimonia del tè. Negli ultimi anni, tuttavia, tale tecnica è sfumata in una metafora di come possiamo vivere la nostra vita senza farci sopraffare dal dolore e dal dispiacere”.

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail