Sui marciapiedi sotto casa a saltare nella “Campana”

Sui marciapiedi sotto casa a saltare nella “Campana”

I vecchi giochi di strada di quando eravamo ragazzi

di Enrico Recchi

l gioco della campana è tra i più antichi e conosciuti al mondo. Secondo alcuni studiosi le sue origini risalirebbero addirittura all’epoca degli antichi Egizi. La campana, tra i disegni più antichi, la possiamo trovare sulla pavimentazione del Foro Romano, a testimonianza che il gioco della campana era molto popolare fra i bambini dell’antica Roma che lo chiamavano gioco del “claudus”, cioè gioco dello zoppo, perché si giocava, finché è stato in auge, saltellando su una gamba.

Sui marciapiedi sotto casa a saltare nella “Campana”

I vecchi giochi di strada di quando eravamo ragazzi

di Enrico Recchi

l gioco della campana è tra i più antichi e conosciuti al mondo. Secondo alcuni studiosi le sue origini risalirebbero addirittura all’epoca degli antichi Egizi. La campana, tra i disegni più antichi, la possiamo trovare sulla pavimentazione del Foro Romano, a testimonianza che il gioco della campana era molto popolare fra i bambini dell’antica Roma che lo chiamavano gioco del “claudus”, cioè gioco dello zoppo, perché si giocava, finché è stato in auge, saltellando su una gamba.

Alla Garbatella, fino a una trentina di anni fa, non era difficile trovare gruppetti di ragazzini intenti a giocare a campana, nei pomeriggi dopo la scuola o d’estate, sui marciapiedi sotto casa. E’ sempre stato, infatti, un gioco abbastanza praticato perché non necessitava di particolari strumenti: bastava avere a disposizione un pezzo di marciapiede e un gessetto (in mancanza del quale era sufficiente trovare una pietra “morbida”) con cui tracciare il campo di gioco cioè “la campana”. Inoltre era un gioco praticato sia da maschi che da femmine, che raramente però giocavano assieme.
Per giocare, oltre a disegnare la campana ogni giocatore doveva procurarsi un propria pietra, possibilmente piatta (i lanci venivano meglio), non troppo grande e neppure troppo liscia, se no si rischiava che scivolasse via. I giocatori “incalliti” una volta trovata la pietra giusta la conservavano e, finito di giocare, se la portavano a casa.
Il disegno del campo di gioco (la campana) era affidato in genere al giocatore più autorevole, il capo del gruppetto. I marciapiedi più ambiti, quelli più larghi dove si poteva disegnare una campana più grande, erano tenuti d’occhio fin dalle prime ore del pomeriggio!
Le regole del gioco sono abbastanza semplici e tutti le conoscono. Si lancia la propria pietra cercando di farla cadere nella casella numerata con l’1, poi il giocatore, saltando su una gamba sola, entra nella casella 1, raccoglie la sua pietra, restando in equilibrio e girando su se stesso salta fuori dalla casella tornando nello spazio non coperto dal disegno. Una volta che ciascun giocatore aveva completato il primo turno di lancio, si passava al secondo con l’obiettivo di mandare la propria pietra dentro la casella numero 2. Si saltava con una sola gamba sulla casella 1 e si andava poi, poggiandosi su tutti e due i piedi (uno sulla 2 l’altro sulla 3), a raccogliere la pietra. Ci si girava e sempre saltando si tornava indietro. Si continua tirando la pietra nella casella 3 e via avanti allo stesso modo, fino all’ultima casella, che poteva essere distinta da un numero o chiamata cielo. Poi si ripeteva il percorso in senso contrario.
Nelle caselle appaiate (2-3, 5-6 e 8- 9), si potevano appoggiare entrambi i piedi.
Ma attenzione, in nessun caso la pietra o il giocatore potevano toccare le righe che delimitavano le caselle. Non si dovevano mai pestare le righe altrimenti era bruco! ovvero penalità, si passava il turno e si ripartiva dalla posizione raggiunta precedentemente. Allo stesso modo, se la pietra cadeva in una casella sbagliata o
sopra una riga oppure fuori campo, il giocatore perdeva il turno per poi ricominciare, partendo dalla casella dove aveva commesso l’errore, soltanto dopo che tutti gli altri avevano giocato. Naturalmente chi per primo finiva il percorso era il vincitore.

 

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 8 – Dicembre 2011

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