Garbatella combat zone

Garbatella combat zone

di Massimiliano Smeriglio

Valerio Natali è un giovane di borgata, non di una qualunque borgata di Roma, ma della Garbatella, un quartiere storico e atipico che, dal fascismo in poi, ha avuto un peso importante nella storia recente della Capitale d’Italia. Valerio ha un nonno importante, che fu un uomo di riferimento della resistenza antifascista romana, ancora amato e rispettato, riconosciuto nella sua importanza anche dai giovani. Ed ha avuto, Valerio, i genitori cresciuti tra le contestazioni giovanili, gli scontri di piazza e le contrapposizioni ideologiche degenerate nella violenza terroristica degli anni ’70. Ma un ragazzo nato nel 1974 conosce quelle storie solo “di striscio”, ne ha sentito parlare e, oggi, ne vive il ricordo indiretto deviato da una serie di mistificazioni e fraintendimenti. Valerio vive ed è parte di una Roma violenta e borderline, si guadagna da vivere facendo poche mirate rapine in banca, con pochi, anch’essi mirati, complici. A guidare la sua vita sono delle certezze chiare, semplici, benché poche, rette come linee parallele che non concedono deviazioni e curve: “solo di fronte a quella specie di monumento a Pasolini non riusciva ad essere netto, chiaro con sé stesso. Pasolini era un mito, lo scrittore più letto e amato da tutta la famiglia. Geniale il pensiero, trenta anni prima di veline vip escort e smignottamenti vari, per cui non era il sottoproletariato a muoversi verso l’imborghesimento, ma la borghesia che si andava incoattendo in un’orgia barbarica di costumi e vissuti”. Un ispettore di polizia corrotto, però, trova un metodo semplice per incastrarlo e mandarlo in galera e a Valerio non resta che aspettare di scontare la pena per poter giungere a smascherare quel poliziotto corrotto ed i traffici di quartiere in cui era coinvolto. Ma l’uscita dal carcere ed il reinserimento, non sono cosa da poco. Valerio insegue traiettorie internazionali del crimine, fino a Dubai e ritorno, si vendica del poliziotto corrotto, è costretto alla fuga da Roma e, giunto in Messico, prova a ricostruire un suo vecchio progetto di vita: riaprire il vecchio bar “Garbatella combat zone” sulla spiaggia di Mazunte, in Messico. Lontano da Roma, irrimediabilmente, le ombre del passato tornano a chiedere il conto di una vita violenta…
Il racconto di Smeriglio potrebbe anche essere una buona intuizione narrativa se non ci fossero una serie di limiti che collocano il presunto romanzo in un’area di scrittura che si fatica a definire letteratura. Per prima cosa il personaggio principale: questo eroe negativo di borgata (sulla brutta falsariga dei personaggi secondari di De Cataldo) vive staccato dal resto del sottofondo cittadino in cui, pure, l’autore lo vorrebbe invece incastonare. Le sue idee, la sua vita, le sue scelte, le sue riflessioni, la sua identità, la sua violenza, la sua solitudine: non vi è nulla di corale o di collettivo che faccia immaginare al lettore Valerio come un giovane della Garbatella, ma piuttosto come qualcosa di compiuto in sé che nulla ha a che vedere con il quartiere in cui pure abita e di cui dovrebbe essere frutto. Tutti gli altri, amici, amori, nemici ed abitanti del quartiere gli si muovono intorno quasi senza contatto autentico, lasciandolo emergere dalle pagine del racconto in maniera fin troppo solitaria ed isolata. Un uomo solo, senza rete di connessioni con il resto del mondo, che smuove traffici dal Messico agli Emirati Arabi per ricondurli, da solo, alla Garbatella! E poi, a non convincere c’è la questione della lingua: la lingua dei personaggi – un romanesco che diventa caricatura senza mai riuscire a sembrare autentico nei passaggi dialogici, quando i ragazzi si salutano dicendo “Bella” invece che “ciao” – ma, soprattutto, la lingua del narratore fastidiosamente incline a recuperare lessico e sintassi di un giovanilistico dialetto e dello slang di Roma, inserendo nel tessuto linguistico del romanzo termini come “incoattendo”, “smignottare”, che stonano con la pulizia e correttezza del resto del racconto, in virtù di un mal riuscito tentativo di ammodernare la lingua della letteratura (?) secondo schemi e pretese e convinzioni superate ormai da qualche decennio. Insomma, un’operazione posticcia e mal riuscita, altro che quel mito – quello, sì, davvero tale – di Pasolini che era riuscito, fuori dalle ipertrofie della letteratura tradizionale, a mettere in bocca a personaggi “veri” una lingua (dialetto o slang) “autentica”!

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