Una volta il “picchio” tra i giochi di strada

Una volta il “picchio” tra i giochi di strada

di Enrico Recchi

Nei numeri scorsi abbiamo passato in rassegna i giochi con i quali i ragazzi si divertivano nelle strade del quartiere. Un altro dei giochi “di una volta” che praticavano i bambini era il cosiddetto “picchio” altrimenti conosciuto come trottola da lancio. Si trattava di una piccola trottola di legno, della grandezza e della forma di una cipolla. Lungo il suo corpo conico, ovvero lungo la superficie obliqua del picchio, venivano intagliate delle scanalature che servivano per consentire di avvolgere lo strumento con lo spago necessario per il lancio. All’estremità inferiore invece veniva inserito un perno metallico indispensabile perché il picchio, una volta lanciato, restasse in equilibrio girando velocemente su se stesso.

il-picchioAnche qui la produzione e l’esecuzione del pezzo erano tutte artigianali. Provvidenziale, a volte, si rivelava l’intervento di un adulto, il papà o uno zio, che avessero dimestichezza coi lavori manuali e attrezzi a disposizione per la lavorazione della trottolina.

Trovato il pezzo di legno giusto, lo si riduceva alle dimensioni di un cipollotto. Poi con la fresa (per chi ce l’aveva) o con altro strumento metallico (un coltellino, una raspa) si intagliava delicatamente il legno per fare le scanalature. Infine si inseriva il perno metallico che, in mancanza di un elemento adeguato, veniva sostituito dalla punta di un chiodo. Tutto fatto? Nossignore, questa era solo la parte, potremmo definirla, progettuale. Restava poi l’applicazione, la pratica, cioè le tecniche di lancio. Sì, perché, dopo aver avvolto lo spago intorno al picchio, l’ estremità del filo andava tenuta tra le dita della mano, ed il picchio veniva lanciato verso il basso. La trottola, liberata dallo spago, iniziava il suo movimento rotatorio fino a che la spinta non si esauriva e il picchio si fermava coricandosi su di un lato. C’era chi teneva lo spago tra mignolo e anulare, chi usava anulare e medio, chi era specializzato con altre dita. E lì nascevano i raffronti sulle varie tecniche da usare per ottenere un buon lancio.

Infatti la maestria stava nel fare un lancio che permettesse alla trottola di girare il più a lungo possibile. Quindi contava il tempo che il picchio girava, oppure la distanza che, scorrendo in terra, riusciva a percorrere. I “maestri” del picchio riuscivano poi a fare anche esercizi di virtuosismo, raccogliendo il picchio in mano da terra, senza interromperne le evoluzioni, per poi depositarlo a terra di nuovo mentre il picchio continuava a girare.

In un recente passato c’è stato anche un timido ritorno di questo gioco. La trottola, che si chiamava “Beyblade” naturalmente era più tecnologica, di materiali più leggeri e resistenti. A volte capitava che il lancio fosse sbagliato e la trottolina, invece di mettersi a girare su se stessa, andasse a colpire qualcosa o qualcuno. Naturalmente determinante era il luogo dove si lanciava. Gli ampi e ben asfaltati marciapiedi erano l’ideale. Quando pioveva, per non bagnarsi, non era però consigliabile giocare in casa. Mi spiego meglio. Il pavimento di casa, in mattonelle o meglio ancora di marmo, era un buon terreno di lancio. Ma guai a fare un lancio sbagliato che andasse a colpire una parete o peggio il mobile o la vetrinetta con gli oggetti esposti. Fuggi fuggi generale e accorato appello al “si salvi chi può!”.

I più grandicelli poi in strada si cimentavano in un gioco più pesante, lo “Spaccapicchio”. Si giocava in due. Consisteva nel colpire col lancio del proprio picchio quello dell’avversario che già girava. Se il lancio era sufficientemente vigoroso, si riusciva a colpire e a spaccava l’altro trottolino. Perciò si munivano i picchi di una robusta punta acuminata, possibilmente d’acciaio o di ferro artigianalmente temperato. E spesso il gioco si concludeva con una lite.

Copyright tutti i diritti riservati – Cara Garbatella Anno 9 – Novembre 2012

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