Rientrati i partecipanti alla missione umanitaria Global Sumud Flotilla: tra loro Marco Orefice, dell’Ottavo Municipio

Global Sumud Flotilla. Abbracci, sorrisi e la gioia di rivedere gli amici e gli affetti più cari dopo giorni di tensione e incertezze. È questa l’atmosfera che si è respirata nella serata di lunedì 6 ottobre all’aeroporto di Fiumicino, dove è atterrato Marco Orefice, 47 anni, residente da oltre vent’anni nell’Ottavo Municipio di Roma, da sempre attivo per la causa palestinese e per la giustizia ambientale.
Orefice è tra i sette attivisti italiani della Global Sumud Flotilla rientrati a casa dopo giorni di trattenimento in Israele e successiva espulsione giudiziaria. Nel gruppo figurava anche Tony La Piccirella, già impegnato lo scorso luglio in un precedente tentativo di rompere il blocco navale. Sono atterrati intorno alle ore 22:15 con un volo Aegean Airlines proveniente da Atene.
Gli attivisti, tutti vestiti con tute grigie e ciabatte, dopo che le autorità israeliane avevano sequestrato loro le scarpe, rappresentavano l’ultimo contingente dei quindici italiani coinvolti nella spedizione. A differenza dei ventisei connazionali già rimpatriati sabato scorso, questi sette hanno dovuto attendere la conclusione della procedura legale di espulsione.
Ad accoglierli al Terminal 1, un centinaio di sostenitori che hanno intonato cori e sventolato bandiere palestinesi, in un clima di festa e sollievo che ha coinvolto anche numerosi passanti all’aeroporto.
Cara Garbatella ha raccolto la testimonianza di Marco Orefice, che ha raccontato i giorni di navigazione, il sequestro in acque internazionali e la prigionia subita sotto il controllo israeliano.

L’arrivo a Fiumicino

La missione umanitaria

Marco è arrivato in Sicilia a fine agosto per unirsi alla missione umanitaria, imbarcandosi poi sull’Aurora, salpata dal porto di Catania. Le altre barche della spedizione, provenienti da Genova, Barcellona, Tunisi e altri porti di tutto mondo, hanno seguito rotte indipendenti, convergendo nel Mar Mediterraneo verso il Mar Egeo.
La Global Sumud Flotilla ha riunito oltre cinquanta imbarcazioni e circa cinquecento persone provenienti da quarantaquattro paesi diversi, con l’obiettivo di rompere simbolicamente l’assedio su Gaza, trasportare aiuti umanitari e costringere i governi internazionali a confrontarsi con le proprie responsabilità: rispettare il diritto internazionale o continuare a sostenere Israele.
Nella notte del 1° ottobre, le forze israeliane hanno intercettato e abbordato le imbarcazioni in acque internazionali, a circa sessanta miglia al largo della Striscia di Gaza. I passeggeri sono stati attaccati, colpiti da violenti getti d’acqua degli idranti, poi arrestati, mentre le loro imbarcazioni e i beni personali venivano sequestrati. Dopo giorni di detenzione, gli attivisti italiani sono stati rimpatriati in due fasi, l’ultima delle quali si è conclusa con l’arrivo del gruppo a Roma.

L’Aurora nel disegno di una bambina

Il racconto di Marco Orefice

Orefice racconta quei giorni come di grande tensione, ma anche di solidarietà e dignità condivisa. «Senza il sostegno e le mobilitazioni che c’erano a terra – spiega – la flotta da sola non avrebbe potuto fare nulla. Ma altre flotte continueranno a navigare, per oltrepassare quella linea rossa che rappresenta le acque internazionali: una linea che Israele, con l’avallo del Governo italiano, ha deciso di cancellare, occupando anche il mare, oltre che la terra e il cielo».
Marco racconta anche di quando a largo di Tunisi e poi più a sud di Creta, le esplosioni dei droni squarciarono il silenzio del mare. La paura era reale, la tensione tangibile. Ma, nonostante tutto, li teneva insieme una consapevolezza condivisa: la necessità di essere lì, anche di fronte al pericolo.

L’equipaggio dell’Aurora

La prigionia

La sua testimonianza parla di torture psicologiche, cibo immangiabile, umiliazioni, percosse, privazione del sonno e la costante minaccia delle armi puntate addosso.
Dopo l’arresto in mare, gli attivisti sono stati trasferiti nel carcere Ketziot, nel deserto del Negev, una delle prigioni israeliane più grandi e tristemente note per le condizioni di detenzione. Qui, riferisce Orefice: «eravamo stipati in celle ben oltre il numero consentito di persone, costretti a dormire a terra, in uno spazio angusto e soffocante».
La descrizione della prigionia è durissima: «Siamo stati arrestati e sequestrati in acque internazionali, trascinati in porto, costretti a terra sotto il sole, in ginocchio, faccia a terra per ore. Chi si muoveva veniva strattonato. Quando è arrivata Greta Thunberg, l’hanno umiliata: trascinata e avvolta in una bandiera israeliana mentre si scattavano selfie e foto».
«Prima di farci salire sui pullman ci hanno tolto i vestiti; poi hanno acceso l’aria condizionata gelida per ore, ci hanno bendati e stretto le fascette ai polsi, qualcuno ha perso anche la sensibilità alle mani. Cibo scarso e immangiabile, acqua solo dopo ventiquattro ore. L’ultimo giorno ci hanno proiettato a tutto volume le immagini del 7 ottobre [2023], come una tortura audiovisiva».

Un pensiero per chi è ancora in carcere

Il pensiero di Marco, al suo ritorno, va a chi è ancora in carcere in Israele: «Continueremo a mobilitarci finché non torneranno tutte e tutti sani e salvi. Non siamo partiti per portare qualche scatola di aiuti: siamo andati perché c’è una terra occupata, un genocidio in corso, e vogliamo aprire un corridoio umanitario permanente».
Infine, un appello diretto al governo italiano: «Ben Gvir [ministro della sicurezza israeliano] è venuto a insultarci, sia in porto che in carcere, per accertarsi dei maltrattamenti. Chiedo al Governo italiano di interrompere ogni rapporto commerciale con Israele, di richiamare l’ambasciatore e di impedire lo sfruttamento dei giacimenti di gas nelle acque di Gaza. La Leonardo, una delle principali aziende italiane di armamenti, deve smettere di produrre e vendere armi. Da domani – conclude Orefice – siamo nuovamente tutte e tutti in piazza».
Proprio oggi, alle 18:30, è in programma una manifestazione davanti al Colosseo per denunciare la nuova aggressione di Israele in acque internazionali contro il convoglio umanitario della Freedom Flotilla.

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