Presentato il libro di Bruno Fusciardi sulla lotta per la casa a Roma

“La lotta per la casa ha qualcosa di eterno e dignitoso che raramente si trova in altri tipi di battaglie” ha detto l’attivista Andrea Alzetta nel corso della presentazione del saggio “Ma noi non potevamo aspettare più. Memorie e storia della lotta per la casa a Roma” curato da Bruno Fusciardi e corredato da un saggio di Giulia Zitelli Conti. Questa frase riassume bene lo spirito dell’incontro, avvenuto il 26 settembre nel cortile della Villetta di via Passino, con la partecipazione degli autori, del fotografo Tano D’Amico, di Renato Fattorini e dello stesso Andrea Alzetta. Il presidente di municipio Amedeo Ciaccheri e l’assessora alla cultura Maya Vetri hanno portato i saluti istituzionali.

La lotta per la casa tra passato e presente

Il tema si inserisce a gamba tesa nel dibattito odierno, diviso tra rinnovata attenzione al diritto alla casa – la lotta al caro affitti rientra nelle linee guida del secondo mandato della presidente della Commissione Ue von der Leyen – e, come contraltare, il nuovo decreto sicurezza del governo Meloni volto a contrastare le occupazioni abusive. Senza parlare, poi, dell’eurodeputata Ilaria Salis (Avs), diventata l’argomento preferito di sostenitori e oppositori che si divertono a battagliare a colpi di sarcasmo sulle colonne dei giornali o dalle comode poltrone dei talk show.

“Ma noi non potevamo aspettare più”: il titolo del libro di Fusciardi si propone di far tacere le frequenti obiezioni mosse agli occupanti. Avanzare richieste, mettersi in lista, attendere il proprio turno; e poi l’inevitabile accusa di strappare la casa a chi ne ha più diritto, a chi è in coda da più tempo, a chi, insomma, è più paziente e bisognoso. A questi argomenti, i sottoproletari che tra gli anni ’60 e ’70 vivevano a borgata Gordiani, alla Magliana e a San Basilio, ammassati in baracche senza acqua corrente e servizi igienici, rispondono di non poter aspettare neanche un minuto in più.

Fattorini, Molinari, Delia Landi

La stesura del libro nasce dall’incontro tra il curatore Bruno Fusciardi e l’attivista Renato Fattorini, animatore nel 1963 della prima occupazione a Centocelle. I racconti di Fattorini fanno da ossatura alla prima parte del testo. “Non ci vedevamo da anni, ma Renato aveva sempre la stessa espressione determinata in viso” ha raccontato il curatore, ex militante di Lotta Continua. Le chiacchierate tra Fusciardi e Fattorini procedevano a ruota libera, affrontando temi disparati senza ordine cronologico, balzando da una situazione all’altra, da un personaggio all’altro, dai compagni di lotta fino a figure apicali del panorama intellettuale del secolo scorso. Come Pier Paolo Pasolini, che proprio a borgata Gordiani girò il celebre film Accattone (1961).

E così, tra colloqui a briglia sciolta e puntualizzazioni giunte soprattutto dalla moglie di Fattorini, Elisabetta, Bruno Fusciardi ricompone l’affresco degli “anni caldi” delle borgate romane. Prendono poi la parola, nella seconda parte del saggio, Delia Landi e suo marito, l’architetto Antonio Molinari, animatori del comitato di lotta della Magliana. “Un quartiere che è tristemente noto per l’omonima banda” ha puntualizzato Fusciardi nel cortile della Villetta, “e raramente associato ai suoi trascorsi di lotte sociali accesissime”. Proprio alla Magliana, infatti, si raggiunse il numero record di 700 case occupate. Risultato reso possibile dalla preparazione accurata di ogni azione e dall’organizzazione capillare, quella che Fusciardi ha definito “una nostra morale interna”.

presentazione libro Bruno Fusciardi
Da sinistra: Giulia Zitelli Conti, Renato Fattorini, Tano D’Amico, Andrea Alzetta, Bruno Fusciardi alla Villetta

Le parole di Tano D’Amico

“Il momento più alto dell’umanità a cui abbia assistito” così il fotografo Tano D’Amico ha definito gli anni di lotta per la casa. Ma dove è finito quello slancio? Possibile che sia svanito? “È una domanda che mi assilla” ha proseguito il fotografo, “ho dei colleghi che amano fotografare il calcio e, anche se le partite ufficiali venissero proibite, loro andrebbero nei campetti delle parrocchie. Non mi ha mai convinto l’idea che una spinta sincera possa finire da un momento all’altro”. D’Amico proprio non se ne fa capace. Il tentativo di rispondere al suo quesito ha riempito le ultime battute dell’incontro. Ma un’unica risposta non esiste. Stanchezza degli attivisti, trasformazioni radicali della politica e della società italiana sono solo alcuni elementi. È cambiata anche la mentalità: “prima si risolvevano insieme i problemi fondamentali della vita” ha commentato Andrea Alzetta, “oggi ognuno crede di potersela sfangare da solo”.

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