“Biografia di un periodo” è stato definito l’ultimo libro di Gabriella Tupone durante la presentazione di venerdì 9 gennaio alla Villetta. Eppure non si tratta di un romanzo corale nel senso stretto del termine. Dalla prima all’ultima pagina la protagonista indiscussa è Sara, scissa tra ingenuità e fede politica, insicurezze e bisogno viscerale di abbandonarsi alla “corrente della vita”. Dietro le spalle della ragazza, però, affiora la parabola di un’intera generazione. Militanti e artisti giovanissimi, desiderosi di esprimere la propria “voglia di vivere senza limiti né pudore”. Da cui il titolo traboccante di nostalgia: Eravamo felici ma non lo sapevamo. “La spinta morale di Sara è quella che muove tutti gli adolescenti” ha spiegato l’autrice. “Una spinta che non vuole contestare o andare contro qualcosa: vuole semplicemente essere quello che è.”
Durante la presentazione del libro è emerso un doppio ritratto degli anni Settanta: grande energia e positività, ma anche paura e incertezze. Qual è il suo bilancio complessivo del periodo?
“Sono vere tutte e due le posizioni. Del resto gli anni Settanta sono stati definiti anni di piombo, forse impropriamente, ma questa è la definizione che è rimasta. Era il periodo delle stragi, e chi si batteva contro un sistema rischiava anche la vita durante le manifestazioni. Sono gli anni degli omicidi di Piero Bruno e Giorgiana Masi. Nel capitolo Rulli di tamburo ho calcato la mano sulla gioia di vivere che spingeva un’intera generazione di adolescenti. Ma tutt’intorno c’era violenza, che non va dimenticata: un aspetto che emerge chiaramente nel capitolo finale del libro. Tuttavia nella protagonista del romanzo prevale lo spirito adolescenziale. Un senso di giustizia e solidarietà innato e non ancora intaccato da alcun tipo di manipolazione. In quell’età – parlo della fase dai quattordici ai diciotto anni circa – si aderisce a un movimento di trasformazione per istinto, perché un giovane per natura desidera cambiare in meglio il mondo in cui vive.”
In che senso si parla di “manipolazione”? Cosa subentra a una certa età?
“Chi ha perduto il senso del proprio spirito libero e della propria vitalità prova fastidio vedendo il senso della libertà negli altri. Allora si arriva alla contrapposizione con i giovani, che invece per natura sono spinti alla libertà e non vogliono fare ciò che viene loro detto. Avendo studiato il funzionalismo energetico dei movimenti post-reichiani, ricordo una frase abbastanza rivoluzionaria: il no rende più libero l’altro che non il dire cosa devi fare. Incastrare gli adolescenti in un dovere preciso significa soffocare il loro senso innato di libertà. Il significato del libro è la necessità di ascoltare i giovani, preservandone il senso critico e la libertà di giudizio. Le vicende raccontate nel romanzo mostrano come il sentimento di paura ha ripetutamente scollato la protagonista, Sara, dalla sua innata forza vitale. Come nel film Family life, molto in voga in quegli anni, il mondo familiare può attuare violenze tali da annientare completamente una persona.”
Le vicende della protagonista però riflettono la parabola di un’intera generazione. Nel libro non c’è nostalgia, come è stato detto, ma forse c’è la consapevolezza che un’epoca è finita?
“C’è la consapevolezza che un’epoca c’è stata. La nostalgia contiene in sé il concetto del ricordo, diversa in questo dalla malinconia. La malinconia è provocata dal volere qualcosa che non c’è stato, la nostalgia invece contiene il ricordo di un passato vitale. La malinconia, anche etimologicamente, richiama l’idea del buio (melas in greco), mentre la nostalgia ha bisogno di luce. Nostalgia vuol dire mantenere viva una fiamma. Il messaggio del libro, quindi, è duplice: all’adolescente di avere fiducia in quello che sente e restare in contatto con quello che è, all’adulto di uscire dal nero e accendere, appunto, la luce.”

L’avvicinamento della protagonista Sara alla politica passa attraverso la famiglia e il contesto sociale. Che peso ha avuto sulla sua formazione il quartiere circostante?
“La famiglia ha gettato il seme di ribellione alle ingiustizie. E poi certamente c’è l’esperienza liceale, attraverso l’incontro dei cosiddetti “cattivi maestri”, quegli insegnanti che stavano dalla nostra parte, che ci incoraggiavano a partecipare alla vita politica. Nel capitolo Vita liceale è descritto proprio questo mondo. La protagonista, un giorno, trova una situazione completamente nuova: la scuola è occupata e ognuno può entrare e seguire le materie che vuole.”
Che percezione c’era della tragicità del periodo?
“Non c’era. In un animo innocente come quello di Sara non c’è esperienza né grande preparazione teorica. Sarebbe ingiusto dirlo. Sara viene travolta dall’ondata del suo tempo, come è scritto nel libro. Si lascia travolgere dal fermento circostante perché in lei era già stato gettato un seme, vuoi dalla scuola vuoi dalla famiglia, ma anche dal contesto di quartiere.”
Durante la presentazione si è parlato del contributo del femminismo nelle lotte degli anni Settanta. In che modo Sara vive questa influenza?
“Ricordiamoci che Sara rappresenta lo sguardo ingenuo dell’adolescente. Legge sui volantini del movimento femminista concetti in cui si imbatte per la prima volta, travisandoli. Abbraccia tutto il messaggio del movimento femminista come una bandiera. La rinuncia alla verginità per lei diventa quasi un dovere: una forma di costrizione, ma alla rovescia. Combattere contro un obbligo, cioè la preservazione della verginità fino al matrimonio, diventa per Sara un’altra forma di obbligo, la rinuncia alla verginità a tutti i costi. Il femminismo in alcuni casi è sfociato in indottrinamento. Erano anni di estrema accelerazione: molti giovani ne sono rimasti travolti senza comprendere bene il senso profondo di ciò che facevano.”
Che peso ha avuto la sua esperienza teatrale nella stesura del testo?
“L’esperienza teatrale ha senz’altro influenzato il mio modo di scrivere, dando un’impronta visiva alle vicende narrate. Immaginavo le azioni di ogni episodio scorrere come in un film, su di uno schermo cinematografico oppure su di un palcoscenico teatrale. Ho inserito spesso dei dialoghi a sostituzione di eventuali lunghe e necessarie descrizioni, per dare più ritmo e leggerezza al racconto, trasformando la stesura del romanzo, in alcuni passaggi, quasi in una sceneggiatura.”
Che ruolo ha avuto la sua esperienza teatrale nella percezione degli anni Settanta? In che modo l’arte può essere uno strumento di provocazione e dissidenza, un motore di cambiamento?
“Ogni forma di arte libera crea canali di comunicazione tra il vissuto privato-interiore e quello esteriore-pubblico. Le lotte politiche e la contestazione giovanile, esplose negli anni Settanta, tendenti ad abbattere ogni forma di ingiustizia, di uso e abuso di potere, di sfruttamento, di discriminazione, trovarono nelle nuove istanze teatrali uno strumento di comunicazione, divulgazione e trasformazione. Già studente al primo anno di liceo, ho preso parte a spettacoli di teatro impegnato nel sociale, su fatti ed eventi di attualità, come le guerre e le dittature, da condannare e da contestare. Attraverso il teatro di strada, di ricerca, di sperimentazione, con il capovolgimento dei ruoli, l’abbattimento della “quarta parete”, l’uscita dai teatri convenzionali, frequentati prevalentemente dalle classi sociali privilegiate, ho meglio percepito l’ondata di cambiamento in atto, sentendomi parte di un movimento artistico culturale, pronto a fare della libera espressione la propria bandiera.”







