di Marco Scervo
È stato un sold out a Largo Venue, locale nei pressi del Pigneto, a suggellare, giovedì scorso, i vent’anni di Borghetta Stile, realtà celebre per l’organizzazione di serate, che affonda le sue radici nel Municipio VIII della Capitale. Oggetto del festeggiamento è il sodalizio musicale fra tre amici cresciuti tra la Montagnola, Tor Marancia e Garbatella, ovvero Daniele detto “Ginger”, Efrem e Gianpiero, squadra a cui in seguito si è unita in modo decisivo Micaela “Minni”, artefice dell’impostazione del progetto e, dunque, della sua attuale popolarità.

La storia
È il 27 aprile del 2006 quando il trio si presenta per la prima volta a una competizione indetta dal pub Sally Brown, a San Lorenzo. L’entusiasmo che il loro dj set raccoglie dai presenti, mentre rimbombano delle tracce di dance anni ’90, è tale che decidono di riproporre questa formula a settembre, nel familiare C.S.O.A. La Strada. La scelta audace di un genere così insolito, specialmente per un centro sociale, li premia con successo. Da questo battesimo in poi la formazione porta il nome, tratto da un noto liquore, con cui è conosciuta.
La vera svolta, però, giunge solo due anni dopo quando Micaela, che proprio a La Strada aveva notato il gruppo, diventa responsabile della sua intera organizzazione. Tra i tanti meriti di “Minni” in questo ruolo, citiamo l’intuizione di pubblicare via social foto scattate ai vari eventi, come anche di istituire dei party a tema. Le loro feste si fanno sempre meno sporadiche: dal Brancaleone all’Atlantico, a La spiaggetta di Ostia, passando per Arezzo e Berlino; maree umane, da allora, ballano con Borghetta Stile.
I suoi ideatori, nel frattempo, non trascurano l’impegno in numerose campagne di solidarietà, forti anche della fiducia che ricevono dal pubblico a loro affezionato. Tra le tante iniziative che li vedono contribuire, menzioniamo il Social Market di via Passino, che destina beni di prima necessità a famiglie in difficoltà economica.

Le cose che cambiano, le cose che restano: quattro chiacchere con Daniele “Ginger”
«Borghetta non è tanto la musica che mettiamo, quanto quello che siamo» così Ginger ci spiega la locandina realizzata da Zerocalcare in occasione dell’anniversario del team.
In questo modo va letta la raffigurazione di una folla spensierata riunita attorno a una semplice stanza, abitata dai quattro ragazzi insieme ad Alessandro, amico e collaboratore storico, qui goliardicamente ritratto con la testa da cavallo. Oltre al richiamo alla copertina di Definitely Maybe degli Oasis, di cui tutta la compagnia è fan accanita, nel disegno saltano all’occhio il manifesto al memorabile concerto di Richard Ashcroft del 2000 al Palladium, a cui Daniele, Gianpiero ed Efrem assistettero, e, ancora, il poster de “L’odio” (1995), le cui sequenze sono state proiettate come visual proprio la notte del 30 aprile, come già accadeva durante le loro prime date.
«È il mio film preferito – ammette Daniele – Rappresenta gli anni ‘90, il senso di rivalsa e il disagio della periferia, quello che era il nostro quartiere». Una zona che, osserva, è mutata profondamente: «Siamo diventati il centro. C’è una gestione del verde diversa, ma anche un’eccessiva gentrificazione che si è impossessata di Garbatella. È inavvicinabile a livello di costi». E, a pochi giorni dallo sgombero di Laurentino 38, tra le tendenze che più lo intristiscono c’è la chiusura sistematica di centri sociali, senza i quali, a suo tempo, l’esperimento Borghetta non avrebbe trovato accoglienza altrove: «Erano spazi dove iniziare a vivere, in cui ti sentivi libero, nel rispetto degli altri e a pochi soldi».

La città che vive di notte è più sicura
Ora che, al contrario, il format è benvoluto ovunque, a preoccuparlo c’è la sopravvivenza del mondo delle serate tra burocrazia, costi e locali decimati: «Il Covid ha accelerato un processo già in atto. Sembra ci sia un’ossessione per evitare di farti divertire – aggiunge – La città che vive di notte è più sicura rispetto ai quartieri-dormitorio che stanno nascendo».
Ciò che sembra perenne è, invece, la devozione generale verso la crew di dj, che il 1° giugno farà saltare ancora Largo Venue, stavolta con ospiti i 666, tribute band degli 883 in chiave metal, e il complesso punk aretino Osaka Flu. Quando gli chiediamo cos’abbia la dance anni ’90 per riuscire a suscitare ancora la stessa euforia, Ginger ne indica la cassa dritta, il ritmo incalzante, la ballabilità, la commercialità: «Abbraccia tutti, è un po’ come la Nazionale», ma si corregge subito: «Famo che è come la Roma», conclude ridendo.









