Tratto da un fatto di cronaca nera degli anni ’20, “Non escludo il ritorno” è il primo romanzo di Claudia Origoni e si presenta fin da subito come un libro molto enigmatico. Primo enigma: che si tratti veramente di un romanzo. Difatti la trama si basa su una storia vera, tuttora molto inquietante e controversa: l’assassinio della giovane Vanda Serra avvenuto il 7 gennaio 1925 in un paesino dell’entroterra sardo. L’autrice ricostruisce la dinamica del delitto e i fatti immediatamente successivi sulla base delle fonti documentarie dell’epoca e di moderne banche dati. Qual è dunque il confine tra realtà e finzione?
Un controverso caso di cronaca nera
Immaginario è sicuramente il nome del paesino sardo scenario dell’omicidio: Aitadei, “aiuto di Dio”, nome devoto e un po’ beffardo vista la piega che presero gli eventi. “La località reale si chiama Aidomaggiore” ha spiegato Claudia Origoni nel corso della presentazione dello scorso 23 marzo presso la libreria di Garbatella Le Storie. “Trattandosi di un caso tuttora controverso, ho sentito la necessità di riformulare almeno il nome del paese” ha proseguito. “Il ricordo del delitto lì è ancora vivo, prova ne è che l’abitazione della vittima è stata recentemente murata.”

Ma perché una narratrice esordiente sceglie di cimentarsi proprio con una storia così lontana nel tempo e, paradossalmente, così scottante? Per capirlo bisogna riavvolgere il nastro a qualche anno fa, quando Claudia Origoni entra in possesso di un fascicolo ministeriale modello 27 bis, una richiesta di grazia per un certo don Giovanni Spanu dispersa tra le anticaglie di piazza Fontanella Borghese. Questa vicenda un po’ manzoniana – il rinvenimento di un vecchio documento – stimola la curiosità dell’autrice al punto da indurla ad approfondire. “Sono sempre stata un’appassionata di ricerche storiche” ha raccontato Claudia Origoni, “e allo stesso tempo mi domando quante storie siano state dimenticate, quante è possibile riportare alla luce.”
I documenti le sono giunti per vie traverse e talvolta grazie a straordinarie, quasi fatali coincidenze. Questa enorme quantità di dati, che sembrano quasi accumularsi da soli, guida la penna dell’autrice per le vie tortuose di un dramma che però si conclude in maniera inaspettata, dimostrando l’innocenza del presunto assassino: don Giovanni Spanu.
La storia di don Spanu riportata alla luce
Chi era don Giovanni Spanu? Un giovane costretto a prendere i voti, un prete depravato, un presunto assassino. Oltre a ciò, un disgraziato condannato alla reclusione al Santo Stefano, carcere borbonico di massima sicurezza a largo del mar Tirreno in cui a loro tempo furono rinchiusi anche Luigi Settembrini, Gaetano Bresci e Sandro Pertini. Nelle condizioni disumane di una galera che l’Origoni paragona al castello d’If, don Spanu godette di un trattamento parzialmente privilegiato, in virtù dell’abito che indossava, fino alla grazia ricevuta nel 1943.
A questo punto è facile concludere che i religiosi siano i soliti raccomandati, membri privilegiati di una casta chiusa che fa di tutto per proteggere i suoi rappresentanti. Ma non la pensa così l’autrice, che anzi è convinta dell’innocenza del prete e riesce infine a scagionarlo. Il romanzo – “un teatro delle ombre illuminato da una torcia elettrica”, com’è definito in chiusura – ha questo grande obiettivo morale: riabilitare la memoria di un uomo. Un uomo la cui tonaca certamente non era immacolata, ma forse neanche sporca di sangue, come si è creduto per quasi un secolo.








