Una rete di cunicoli e catacombe da Villa 9 Maggio alla rupe di San Paolo
di Giorgio Guidoni

Per capire meglio il valore storico di un luogo bisogna andare oltre la superficie. È quello che faremo scavando tra impronte di antiche catacombe e testimonianze di grotte e cunicoli di una suggestiva e misteriosa Garbatella sotterranea. “NON DICERE ILLE SECRITA A BBOCE” è l’iscrizione presente nelle catacombe di Commodilla, accanto all’affresco dei martiri Felice e Adautto, il primo graffito che testimonia la nascita della lingua volgare. Risalente al IX secolo d.C., è un’esortazione a “non pronunciare le parole (segrete) a voce (alta)”, per non rischiare la vita. Si riferisce probabilmente al destino di Adautto, un giovanetto che dichiarò la sua fede cristiana durante il martirio di Felice, e per questo fu anch’egli decapitato.
Nessuno dei presenti conosceva il suo nome, perciò fu appellato martire “aggiunto”, dal latino “adiuctus”. E quella seconda B di BBOCE, aggiunta probabilmente in un momento successivo, fa pensare a un primo vagito di pronuncia romanesca.
Nascoste sotto la via delle Sette Chiese in corrispondenza dell’incrocio con via della Garbatella, le Catacombe di Commodilla, nate riutilizzando a scopo funerario alcune gallerie di una preesistente cava arenaria, sono un affascinante labirinto di antichi cimiteri cristiani risalenti al periodo tra il II e il V secolo dopo Cristo.
Ristrutturate e riaperte al pubblico recentemente e visitabili solo su prenotazione, rivelano al loro interno affreschi pregevoli e uno spazio noto con il nome di “Basilichetta”, dedicato al culto dei martiri Felice, Adautto, Merita e Nemesio. La pianta mostra chiaramente che le Catacombe di Commodilla si ramificano anche sotto le abitazioni del Lotto 2, facendo intuire che buona parte di questa area nasconde nel sottosuolo una storia antica di quasi duemila anni. Non ci sono evidenze archeologiche di comunicazione con le altre catacombe in prossimità, da quella di Timoteo sotto la Rocca di San Paolo, a quella di Tecla in via Silvio d’Amico, a quelle più importanti di via delle Sette Chiese (Domitilla, San Calisto, San Sebastiano).

Resta viva, tuttavia, l’ipotesi di una rete viaria sotterranea che permetteva in tempi remoti collegamenti veloci, nascosti e sicuri tra punti strategici della zona. Facciamo ora un salto temporale e atterriamo a metà XX secolo. La guerra appena terminata ha lasciato dietro di sé macerie e ferite ancora visibili. C’è però tanta voglia di voltare pagina, lasciarsi in fretta il recente passato alle spalle, ricostruire una nuova vita. La testimonianza che segue è fornita da Roberto Pomanti, classe 1935, al tempo un ragazzino del lotto 14.
Con i suoi coetanei, cresciuti tra i soprusi degli occupanti nazifascisti e i bombardamenti degli Alleati, nel primo Dopoguerra il ragazzo trascorreva il tempo per strada sfidando la vita, cercando cibo e “scansando la paura”. Ogni giorno era una conquista, ogni giorno un’avventura, una scoperta. “Il nostro ritrovo era la piazza della scuola (piazza Damiano Sauli, ndr), da lì partivano le spedizioni, sassaiole tra i lotti, uno monta la luna, becca-e-tirace (meglio noto come il gioco della Nizza). Gioco vietatissimo che spesso terminava dopo aver frantumato il vetro di una finestra. Una volta costruimmo un pallone con vecchi pedalini, calze di nylon, stracci consumati e andammo a provarlo al pratone accanto alla Villa IX Maggio (1). Correvamo dietro al pallone quando il terreno divenne soffice sino a sprofondare e formò una grossa buca del diametro di un paio di metri. Incuriositi dallo strano evento ci avvicinammo per vedere meglio e, con grande sorpresa, scorgemmo all’interno della buca una specie di corridoio. Chissà dove conduceva? Magrolini, senza pensarci due volte, cinque o sei di noi si calarono all’interno, che era buio pesto, umido e silenzioso. Non si vedeva granché ma, scostando la terra rossa, ci sembrò di scorgere un tunnel ben scavato (2). Fatti pochi passi, a causa della totale oscurità, ritornammo indietro.
La scoperta aveva solleticato la nostra sete di avventura, così decidemmo di tornare il giorno seguente armati di torce rudimentali. Per prima cosa ci procurammo dei bastoni. Poi, in uno dei tanti negozi di biciclette presenti all’epoca, recuperammo dei vecchi copertoni ormai inutilizzabili e li fissammo sulla sommità dei bastoni: le fiaccole erano pronte. Bastava solo accenderle. Tornammo sul pratone, ci calammo nuovamente giù e appiccammo il fuoco ai copertoni. Facevano un po’ di fumo, puzzavano di gomma bruciata, ma illuminavano sufficientemente il cammino. Cercavamo di camminare velocemente per lasciarci l’odoraccio e il fumo alle spalle. Incoscienti del pericolo procedevamo spediti ed eccitati, pronti a tutto. Continuammo a seguire il percorso a passo sostenuto.

Dopo circa una quindicina di minuti interminabili, in fondo intravvedemmo una luce. Eravamo arrivati quasi alla fine del camminamento. Allungammo il passo, l’uscita era ormai vicina e, con essa, avremmo ritrovato la luce, l’aria e la libertà. Finalmente fummo fuori: eravamo arrivati alla grande grotta della rocca di San Paolo, a pochi passi dalla Basilica (3). Uscì dalle nostre gole un grido liberatorio e ci stringemmo insieme in un abbraccio per l’impresa compiuta. Gettammo tra le frasche le torce ormai consumate, ritornammo a casa a piedi su per la via delle Sette Chiese. Passammo davanti al “varecchinaro”, poi sotto il ponticello di legno che oggi non c’è più, poi di gran corsa fino a piazza Sauli. Chi arrivava ultimo pagava da bere per tutti “dar nasone”. Di questa avventura conservo ancora un ricordo vivissimo.
E di Garbatella porto nel cuore il ricordo dell’aria profumata e il colore bianco come la neve delle fioriture dei biancospini e degli oleandri.” Qui termina il racconto del vivace lucidissimo Roberto, che non dimostra affatto gli 88 anni compiuti. Ci proponiamo di proseguire la nostra ricerca di ulteriori testimonianze sull’esistenza di grotte e cunicoli nel sottosuolo di Garbatella. Se, pertanto, tra i nostri lettori più anziani riaffiorassero ricordi simili saremo ben lieti di approfondire il tema insieme.
Note
- Il complesso di Villa IX Maggio si trova sopra una collinetta alla fine dell’attuale via Carlo Spinola. Fu edificata da Angiolo Mazzoni nel 1935-37 su incarico del Senatore Roberto De Vito, allora Presidente dell’Istituto di Assicurazione e Previdenza per i Postelegrafici e chiamata così per ricordare la data di fondazione dell’Impero di Etiopia. Fino al 1977 fu sede del Convitto femminile Vittorio Locchi, oggi è un bene di pregio sottoposto a vincolo monumentale.
- In un nostro precedente articolo sui simboli di guerra avevamo segnalato l’esistenza di ben due rifugi costruiti proprio intorno alla Villa IX Maggio. Una Galleria Antiaerea Pubblica più strutturata, lunga più di 300 metri, era presente alle pendici della collinetta a ridosso della villa. Ricavata da ambienti utilizzati in passato per scavi, accessibile attraverso un portale in muratura con un piccolo arco, doveva servire principalmente da ricovero per gli abitanti degli Alberghi suburbani situati nelle vicinanze. A 50 metri di distanza da questo rifugio ce n’era un secondo privato, di pertinenza della famiglia del Senatore Roberto De Vito, sottosegretario al Ministero delle Poste durante il ventennio.
- Sotto la rocca di San Paolo c’erano altre tre grotte adibite a rifugio antiaereo. In una di queste viveva Ermenegildo Lombardi, la cui storia è raccontata in un precedente articolo di Cara Garbatella.









