La Roma d’agosto di “Un sacco bello”: Verdone e la malinconia di una città sospesa

«T’avevo chiamato pe’ sape’ come t’eri messo per Ferragosto…» è una delle battute più iconiche di Un Sacco Bello il film che segnò l’esordio alla regia di Carlo Verdone. Enzo, interpretato da Verdone, telefona a conoscenti e amici nella disperata ricerca di un compagno di viaggio per raggiungere Cracovia a bordo della sua Fiat Dino Spider 2000 modificata. Con sé ha già preparato il necessario per conquistare le ragazze dell’Est: penne a biro e calze di nylon.
Girato nell’estate del 1979 in poco più di cinque settimane e uscito nelle sale il 19 gennaio 1980, Un sacco bello, prodotto da Sergio Leone e accompagnato dalle musiche di Ennio Morricone, racconta una Roma deserta, sospesa nel caldo di agosto. Dietro l’energia e la spacconeria di Enzo si nasconde però una profonda solitudine, anche sentimentale. Tutti sembrano partire o divertirsi, mentre lui cerca semplicemente qualcuno con cui condividere il Ferragosto.

I luoghi del film

Il viaggio, inizialmente organizzato con l’amico Sergio (Renato Scarpa), si interrompe quasi subito quando quest’ultimo viene ricoverato d’urgenza per una calcolosi. Neppure questo ferma Enzo, che continua ostinatamente la ricerca di un sostituto.
La scena dell’arrivo in ospedale riserva però una piccola curiosità per gli appassionati di cinema romano: tra i tre infermieri che accolgono Enzo compare Luciano Bonanni, storico caratterista della Garbatella, volto familiare di moltissime pellicole ambientate nella Capitale. Nel film è lui a pronunciare alcune delle battute più ricordate della sequenza, prima il celebre «Ce sta er dottorino!» e poi l’ironico richiamo rivolto a Enzo: «A Zorooo… non ce poi entrà!». Una breve apparizione, ma perfettamente inserita nella tradizione dei caratteristi romani capaci di lasciare il segno anche con pochi secondi sullo schermo.

Luciano Bonanni sul set di “Un Sacco Bello” (Roma, 13 dicembre 1922 – Roma, 11 gennaio 1991)

Tornando alle disavventure del protagonista, alla fine sarà l’amico di Ennio Martucci a permettergli di riprendere la strada verso la Polonia.
Proprio l’incontro con l’improbabile amico di Martucci, interpretato da Giuseppe Romano, detto “Ghighi”, assistente al montaggio scelto all’ultimo momento per quel ruolo, è ambientato a piazzale dei Partigiani, davanti alla stazione Ostiense. Sullo sfondo compare la grande fontana circolare realizzata negli anni Cinquanta su progetto dell’ingegnere e architetto Roberto Narducci, era circondata da giardini curati e rappresentava uno degli elementi più riconoscibili dell’area.
Quella fontana venne demolita durante gli interventi di ammodernamento realizzati in vista dei Mondiali di calcio di Italia ’90 e non fu mai ricostruita, nonostante il piazzale fosse successivamente inserito nel progetto comunale di riqualificazione “Cento Piazze”. Le immagini del film sono oggi una delle testimonianze più nitide di quel luogo ormai scomparso.

Piazzale dei Partigiani, anni ’60

Un’altra scena, che mostra parte del territorio dell’attuale Municipio Roma VIII, è quella dedicata a Ruggero, il giovane hippie interpretato sempre da Verdone. Mentre attraversa via Luigi Petroselli con piazza della Bocca della Verità sullo sfondo, incontra il padre, interpretato da Mario Brega, che lo convince a tornare a casa insieme alla fidanzata Fiorenza, interpretata da Isabella De Bernardi. Durante il tragitto Ruggero si ferma a telefonare da una cabina nei pressi della Piramide Cestia e di Porta San Paolo.
Anche questa breve scena restituisce il sapore di un tempo ormai lontano: le cabine telefoniche disseminate per la città, i gettoni in tasca, l’agendina, l’elenco telefonico, l’attesa prima di una chiamata e una Roma che, durante il mese di agosto, rallentava fino quasi a fermarsi. Una capitale più silenziosa, meno frenetica, nella quale il vuoto delle strade non era solo un’immagine urbana, ma diventava il riflesso della condizione dei personaggi. È proprio in quella città che si svuota e torna a respirare che Verdone costruisce il ritratto di una solitudine universale, nascosta dietro una battuta, dell’attesa e del desiderio di trovare qualcuno con cui condividere un viaggio, una telefonata o semplicemente un Ferragosto.

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