Forum Terzo Millennio celebra gli 80 anni di voto alle donne

Ieri 27 marzo l’associazione Forum Terzo Millennio, al numero 12 di via Ferrati, ha celebrato le battaglie che permisero alle italiane di infilare nel 1946 le loro prime schede elettorali nelle urne. E l’ha fatto tornando indietro di circa un secolo: a partire dal 1849, anno della fondazione e della sconfitta della seconda repubblica romana. Hanno partecipato alla discussione Giorgia Natalini dell’associazione, Massimo Capoccetti e Giacomo Bucolo del Comitato Gianicolo, che da tempo si occupano di storia risorgimentale organizzando visite guidate nel Museo della Repubblica Romana. Fu proprio a Roma che nel 1849, tra le vestigia del retrogrado governo papale e sotto la spinta delle elezioni francesi del ’48, il voto venne concesso per la prima volta a una fascia allargata di elettori. Nella visione di Capoccetti e Bucolo, è questo il primo passo della lunga salita che portò al suffragio universale riconosciuto per decreto il 1° febbraio 1945.

La seconda repubblica romana

Era il 21 gennaio 1849. Dopo i moti risorgimentali del ’48 e la fuga di Pio IX a Gaeta, Roma si apprestava a eleggere i membri dell’Assemblea costituente della neonata repubblica, destinata a cadere nel luglio dello stesso anno per mano dell’esercito di Luigi Napoleone Bonaparte. “Per la prima volta votarono tutti gli uomini di almeno 21 anni” – ha ricordato Giacomo Bucolo – “senza distinzione di censo né di istruzione, e tutti i cittadini maschi di almeno 25 anni potevano essere eletti.” Si calcola che per l’elezione dell’Assemblea costituente romana votarono circa 250.000 persone, cioè un terzo degli aventi diritto. Un numero significativo per l’epoca, se si considera che nei primi due decenni di unità, fino alla legge Zanardelli del 1882, gli aventi diritto avrebbero rappresentato solo il 2 per cento della popolazione del regno.

Le donne dopo l’Unità d’Italia

Ma ai tempi della repubblica romana la strada di emancipazione delle donne era ancora lunga e tortuosa. Bisognava passare per lo Statuto Albertino (che all’articolo 24 dichiarava tutti i sudditi “uguali dinanzi alla legge”), subito modificato da provvedimenti successivi. Bisognava anche passare per la legge Rattazzi (1859), che vietava alle donne della Lombardia, appena annessa al regno sabaudo, di votare alle elezioni amministrative. “Di fatto il Regno di Sardegna fece un gesto eclatante” – ha commentato Capoccetti – “estese sic et simpliciter la propria legislazione a tutto il territorio, senza considerare le specificità locali.”

Capoccetti ha poi ricordato che non solo in Lombardia, ma anche nel Granducato di Toscana, le donne che rispettavano determinati criteri di censo potevano accedere alle elezioni amministrative: dopo l’accorpamento dei due stati al Regno dei Savoia, anche questo limitato spazio di libertà scomparve. Ci furono delle eccezioni, certo, che però si contano sulla punta delle dita: la campana Marianna De Crescenzo e l’umbra Maria Alinda Bonacci, le uniche donne che votarono ai referendum di annessione dei rispettivi territori al Regno d’Italia. I loro sono casi isolati, privilegi concessi ad personam per motivazioni diverse: benemerenze patriottiche soprattutto, nel caso della Bonacci anche meriti letterari. Più che un diritto universale, la parità di genere era considerata un premio straordinario da elargire con parsimonia a qualche donna di valore.

Da Anna Maria Mozzoni a Teresa Mattei

“L’ordine costituito vedeva la netta separazione delle sfere pubblica e privata, la prima esclusivo appannaggio del mondo maschile” ha tirato le fila Giorgia Natalini. Per capire il suffragio femminile bisogna dunque partire dall’Ottocento, “perché le prime donne che infransero la divisione pubblico-privato furono le patriote risorgimentali. Le donne  compresero che non bastava ottenere il riconoscimento della parità morale, ma che era necessario lottare anche per i diritti politici. E soprattutto iniziarono ad agire insieme.”

Una lotta non più individuale, ma condivisa. Come quella di Anna Maria Mozzoni, promotrice di una serie di petizioni per richiamare il parlamento sulla questione del suffragio femminile. La sua battaglia non cadde nel nulla. Già ai tempi della Sinistra Storica si era fatto notare Salvatore Morelli, soprannominato “il deputato delle donne”, molto sensibile a questo tipo di istanze. Come anche il repubblicano Roberto Mirabelli. Ma a inizio Novecento la maggior parte dei parlamentari restava inchiodata a posizioni maschiliste, mentre l’opinione pubblica riceveva uno scossone dalla pubblicazione del romanzo “Una donna” (1906), il testo di Sibilla Aleramo che denuncia una dolorosa parabola personale fatta di soprusi e costrizioni. Dopo l’esperienza delle proto-elettrici del 1906, il clima italiano iniziava a mutare, ma il sopravvento prima della guerra mondiale e poi del regime fascista arginò per il momento ogni tentativo di progresso in quella direzione.

Massimo Capoccetti e Giacomo Bucolo. Sullo sfondo, una fotografia di Teresa Mattei

La carrellata di volti si è chiusa sulla figura di Teresa Mattei. Ex partigiana, comunista, fu la più giovane delle 21 donne elette nel 1946 nell’Assemblea costituente. Il suo impegno si orientò anche verso una tematica scottante: le tutele giuridiche dei bambini nati al di fuori del matrimonio. Era il 1947 quando promosse, insieme alla deputata democristiana Maria Federici, l’Ente per la Tutela Morale del Fanciullo. Nei decenni successivi ulteriori traguardi vennero raggiunti, come la presenza delle donne nella magistratura a partire dal 1965, ma molti obiettivi restano tuttora lontani. Le donne elettrici sono solo l’inizio: “Anche nel numero degli eletti la percentuale femminile dovrebbe pareggiare quella maschile” ha concluso Capoccetti.

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